foto di Marco Borgna per post Parole in pratica

Parole in pratica

Le parole non sono un’entità astratta, puro concentrato di idee e grammatica. Sono la nostra cassetta degli attrezzi quotidiana. La cassetta che ci permette di comunicare con le altre persone e di agire.

Riporto qui i miei ultimi tre post su Linkedin che parlano proprio di questo.

Quando le parole attenuano

Il mio macellaio ha una certa età ed è piemontese fino all’osso. Alle madame si rivolge sempre con la stessa domanda: Che cosa voleva, signora? Per lui quel “voleva” non è un’ossequiosa smanceria, è proprio una forma di imperfetto attenuativo. Anche la signora davanti a me l’ha usato, ieri, quando gli ha risposto: Volevo un pezzo di manzo.

In realtà adoperiamo tutti l’imperfetto attenuativo quando non ci va di fare una richiesta secca oppure una comunicazione unidirezionale ci pare poco gentile, quindi attenuiamo: Volevo dirti che vengo domani.

Il macellaio e la signora si sono poi messi a disquisire sull’arrosto perfetto e alla fine lui ha tagliato corto con un: E allora sarà stata la cottura, mandando la sottoscritta in estasi.

Quel “sarà stata la cottura” è un futuro concessivo che esprime l’aspetto modale del verbo, cioè l’atteggiamento di chi parla: affermo che prendo per buono ciò che dice il mio interlocutore, ma un po’ me ne distacco, non “aderisco”. Con quel futuro concessivo il macellaio sottintende “è come dice lei”: dà ragione alla cliente sul piano della relazione, ma non su quello del contenuto. Lui infatti continua a sostenere che non è la cottura, ma il taglio della carne a fare la differenza.

E io sostengo che a stare in coda non si spreca mai tempo 😀

Quando le parole fanno scattare l’embolo

Due minuti dopo che l’ha ricevuta, la mia amica Miriam mi ha fatto redirect di questa email di Ticketone in occasione dei Jova Beach Party 2019 (qui c’è solo un brano). All’epoca ha sortito un sacco di proteste, molti l’hanno riportata sui social lamentandosi – oltre che per il contenuto – anche per la forma scandalosa.

Mi soffermo sullo stile totalmente decontestualizzato rispetto alla situazione a cui fa riferimento (questa non è una determinazione, è un avviso ai possessori di biglietto di un concerto) e sul fatto che siamo un Paese delle banane dove non si fanno figli e poi li si tratta come appestati da tenere lontani o almeno in aree protette da filo spinato.

I bambini sono un’entità astratta, una cosa da “presentare” e che può “accedere”. Il biglietto del concerto diventa “titolo di ingresso” di cui bisogna essere “muniti”, che “è obbligatorio prenotare al seguente link”. Comprare il biglietto è una procedura da seguire “rigorosamente”, pena il rifiuto del bambino-cosa. Rifiuto espresso da un verbo al passivo aggravato dal servile “dovrà”. A nulla vale l’avverbio “purtroppo”: dovrebbe mitigare, qui fa solo in****are.

E la procedura è “di cui sopra”, incapsulatore anaforico (poverino, si chiama così) burocratico e inutile, visto che si parla di come comprare il biglietto appena prima. Tutto è espresso al negativo e in forma impersonale – “non sarà possibile, senza aver eseguito, senza avere ricevuto, dovrà essere rifiutato” – con futuri deontici che esprimono obbligatorietà o divieto e che sono adoperati di solito nel linguaggio burocratico.

L’insieme è de-attualizzato e de-responsabilizzato: mette in scena una situazione che sembra non avere attinenza con la realtà, in un futuro astratto dove i bambini sono cose e dove lo stile impersonale e burocratico cancella i soggetti e nasconde le responsabilità. Che dobbiamo scrivere pensando al contesto e a chi ci legge l’ho già detto?

Quando le parole cancellano

Di sicuro, leggendo l’avviso avete ricostruito tutto il contesto, la storia che c’è sotto, insomma.

È quello che il nostro cervello fa sempre, dicono le neuroscienze: colma le lacune e rende tutto coerente. Chi ha scritto questo avviso nella sua testa aveva tutto il film, però poi sulla carta ha lasciato queste poche e spassose (suo malgrado) parole.

Perché? Perché ha operato una cancellazione: è come quando siete in collera con un familiare e per tutto il tragitto verso casa preparate dentro di voi il discorsetto da fargli e vi monta il nervoso. Poi arrivate, spalancate la porta e gli urlate “e la prossima volta almeno chiedimelo!”.

Ci facciamo i film di tutto e quello che ne esce – e che è rivolto agli altri – è invece una sinossi stile Netflix. Il problema è che spesso queste sinossi o sono criptiche o sono scipite (proprio come su Netflix, peraltro). In entrambi i casi lasciamo tutta la fatica cognitiva della decodifica a chi ci ascolta o ci legge.

Il post-it sul frigo, il messaggio al collega, la risposta data a vostra madre stamattina: prima di arrabbiarvi per la risposta che avete ottenuto, andate e rileggere la vostra sinossi 😉

Foto di Marco Borgna

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