I segreti dei confronti in TV

I segreti dei confronti in TV

Tutti i podcast di Francesco Costa sulle elezioni americane sono molto interessanti, così come la sua newsletter che se non arriva mi crea attacchi d’ansia (ma per ora è sempre arrivata!). Stamattina ho ascoltato il podcast  su come si fa a vincere i confronti in TV e ti suggerisco di non perderlo, perché io mi sono segnata solo un paio di cose che ti racconto qui, ma merita un ascolto attento. Il sale glielo danno gli esempi molto succosi sulle campagne elettorali passate: Francesco Costa infatti ripropone piccoli inserti audio di momenti memorabili, in cui i candidati o hanno fatto gaffe incredibili o hanno steso l’avversario in poche frasi.

La gaffe che più mi ha colpita è il momento di black out che ha avuto il governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, durante la campagna elettorale del 2012, quando non si è ricordato la terza agenzia governativa che voleva abolire!

Comunque, le cose che mi sono appuntata sono queste.

I confronti televisivi servono davvero?

Sì, in America hanno conseguenze sul voto perché, dopo due anni di campagna elettorale:

  • è la prima volta che i candidati alla presidenza si parlano guardandosi in faccia
  • i duelli televisivi sono molto preparati e strombazzati dai media (sono addirittura mandati in onda a reti unificate)
  • guardano la televisione e si interessano al tema anche le persone che magari prima non si sentivano coinvolte.

Come si capisce chi vince?

Per rispondere a questa domanda Francesco Costa fa un’osservazione che non è una novità, ma nella quale mi riconosco benissimo: dice che noi tendiamo a pensare e a dire che va meglio il candidato con il quale siamo d’accordo.

Se ci rifletti, questo è vero in generale: preferiamo le persone che la pensano come noi, ci cerchiamo amici simili e anche, possibilmente, un o una partner con cui non dobbiamo litigare tutti i momenti sui massimi sistemi.

Io mi ricordo il confronto televisivo tra Occhetto e Berlusconi nel 1994: sì quello in cui il leader del PDS indossava un terribile completo marrone rimasto nelle battute di tutti nei mesi seguenti. Ripenso alla sicumera di Occhetto, alla sua ironia verso il rivale, e soprattutto rivivo la sensazione “ok, siamo a posto, nessuno può votare uno come Berlusconi” con la quale sono andata a dormire. Niente di più sbagliato, come sappiamo benissimo.

Allora, Costa dice che il confronto in TV non è un convegno, ma un vero e proprio duello nel quale ha la meglio non il contenuto, ma la performance. Lo vince, e lo si può capire prima che escano i sondaggi, chi dà migliore prova di sé dal punto di vista della capacità di:

  • gestire lo stress
  • rispondere alle critiche
  • discernere quando è meglio andare all’attacco dell’avversario o quando basta una battuta sdrammatizzante.

Per questo i candidati cercano l’affondo, si preparano per la frase a effetto, cercano di lasciare il ricordo di una parola, di un motto, di una frase twittabile. Perché i ricordi di chi guarda i dibattiti si àncorino a qualcosa di concreto e sempre lì a disposizione, da rivedere o risentire e soprattutto da raccontare agli altri.

Efficacissimo l’esempio che riporta Costa: la domanda che rivolge agli Americani Ronald Reagan nel 1980 e che sintetizza in un minuto e 4 secondi due anni di campagna elettorale (si può vedere anche qui):

Next Tuesday is Election Day. Next Tuesday all of you will go to the polls, will stand there in the polling place and make a decision. I think when you make that decision, it might be well if you would ask yourself, are you better off than you were four years ago? Is it easier for you to go and buy things in the stores than it was four years ago? Is there more or less unemployment in the country than there was four years ago? Is America as respected throughout the world as it was? Do you feel that our security is as safe, that we’re as strong as we were four years ago? And if you answer all of those questions yes, why then, I think your choice is very obvious as to whom you will vote for. If you don’t agree, if you don’t think that this course that we’ve been on for the last four years is what you would like to see us follow for the next four, then I could suggest another choice that you have.

Le domande sono un espediente retorico sfruttatissimo, ma che continua a dare risultati perché quando ci interrogano noi possiamo solo rispondere: magari non ci esce alcun suono, non diamo l’idea di essere interessati, fingiamo che quella domanda sia rivolta ad altri, ma, nella nostra testa, le diamo una riposta, eccome. E quando rispondiamo, è fatta.

E qui lo speeach writer di Reagan ha giocato alla grande: quando mai a domande come queste noi (non solo gli Americani) rispondiamo in maniera positiva? I soldi, l’occupazione, la sicurezza sono i grandi classici sui quali non siamo MAI soddisfatti. “Sì” è praticamente impossibile, come risposta. Quindi, se “No” è la risposta di default, il voto a Reagan era la naturale, diretta conseguenza (infatti).

I dibattiti tra Clinton e il suo avversario sono andati come sappiamo e sarebbe bello rivederne alcuni spezzoni alla luce di queste considerazioni: se trovi il tempo per farlo, mi scrivi?

foto di Marco Borgna

 

 

 

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