La scrittura che migliora la vita

Spesso, scrivendo, abbiamo paura di essere semplici. Come se scrivere difficile o quantomeno sostenuto ci facesse sentire più autorevoli. Come se a scrivere semplice, chiaro, fluido perdesse in valore il nostro lavoro, invece che aumentare il nostro prestigio.

Provate per un momento a chiudere gli occhi e a pensare al professore o alla professoressa che, al liceo o all’università, vi abbiano lasciato il segno. Ce ne sarà almeno una nei vostri ricordi, no? Non parlo di chi urlava e imponeva il silenzio dell’ingiusto, parlo di chi sapeva spiegare anche gli argomenti più complessi con quella leggerezza di parola, penna e pensiero che facevano sembrare tutto possibile. Anche la fisica, anche la filosofia del linguaggio, anche analisi 1.

Amedeo Balbi, giovane astrofisico all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene:

C’è un amore tutto italiano per il parlare paludato, un compiacimento per i giri di parole, per dire in mille parole quello che può essere detto altrettanto bene – e anzi meglio – in cento, o dieci. Il tutto nasce, credo, da una forma di difesa delle proprie competenze, che devono essere custodite, non diventare alla portata di tutti.

Spesso, facendo il mio lavoro di formatrice presso la Pubblica Amministrazione, sento persone dire: “non sono io a dover scendere di livello, sono glia altri che devono innalzare il proprio”. Ebbene, scrivere più chiaro e più fluido non significa abbassarsi di livello, ma sgomberare il campo da tutti quegli inciampi alla lettura – e di conseguenza alla comprensione – che rendono i testi che scriviamo dei labirinti senza fine.

Essere al servizio dei cittadini significa trovare le forme migliori per farci capire presto e bene e mettere tutti nelle condizioni di essere cittadini migliori. Perché per aiutare le persone a essere cittadini più attenti, contribuenti non dico felici, ma consapevoli, genitori di ragazzi con il futuro negli occhi, dobbiamo per prima cosa diventare rispettosi. Sì, rispettosi del diritto delle persone a capire che cosa diciamo o scriviamo loro.

Basta con le frasi lunghe e tortuose, basta con il gergo burocratico stretto stretto, basta con la scrittura impersonale che allontana e divide.

Dobbiamo smettere di pensare ai cittadini come a tanti piccoli Renzo con i capponi in mano. Non esistono sudditi. Così come non devono esistere funzionari che “se scrivo in maniera semplice pensano che non sono importante.”

Esistono le persone. Esiste l’aspirazione di noi tutti a comprendere, ad accettare e a vivere meglio.

 

2 commenti

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  1. Condivido appieno! Anzi, nella mia veste di comunicatore tecnico, combatto ogni giorno una battaglia impari per affermare l’idea che si può usare un appropriato linguaggio tecnico “ripulito” da inutili “rintorcinamenti” (come diciamo qui a Roma), senza ampollose ridondanze, senza il bisogno di mettere in fila 12 misteriosi acronimi in 24 parole, al solo fine di raggiungere l’orgasmo (del tecnico, non del lettore), in un infantile desiderio di rimarcare la propria presunta superiorità/specificità culturale. Per la serie “meno mi capite, più siete inferiori”, salvo poi sbuffare quando il cliente, nn avendo capito quello che c’è scritto nei manuali, si attacca al telefono e costringe il tecnico a farsi spiegare le cose per filo e per segno. Ma in realtà il tecnico solo in superfice sbuffa, mentre il suo ego ipertrofico, nel profondo, gode (tra parentesi, sono un ingegnere, magari un poco atipico, e quindi so di cosa parlo). In bocca al lupo per la sua missione civilizzatrice!

    • Dove devo firmare per sottoscrivere tutto? 😉 Comunque, in bocca al lupo anche a te: un ingegnere che fa questi pensieri, e che magari li esterna, avrà vita dura!