Tag Archives: Vita da freelance

Foto MArco Borgna

Dal tricotage a scrivere email il passo è breve

EMAIL_fb_cover

Questa è la copertina di Scrivere email, costruire relazioni: il mio nuovo ebook in uscita il 17 maggio per Zandegù che spiega come scrivere email di lavoro chiare, focalizzate sull’obiettivo e scritte con linguaggio umano.

Le parole tessono relazioni; le parole scritte creano coperte dalla trama incrociata; le email gettano reti tra le persone e quelle a maglia più stretta rendono il mondo più vicino. Quindi, come per imparare a fare la maglia occorre abituarsi all’esercizio quotidiano del tricotage, così per scrivere email che ci facciano amare e – soprattutto – ci portino clienti, occorre che trasformiamo scrittura e riscrittura in un allenamento continuo.

Sapendo:

  • quali parole è preferibile usare e da quali è meglio tenersi alla larga
  • perché sia utile usare lo spazio bianco e i titoletti
  • come dire no che sembrino sì
  • come scrivere per presentarsi in modo da non far addormentare chi legge dopo le prime tre righe
  • come respingere una richiesta di consulenza travestita da “consiglio al volo”.

Fare attenzione alle parole che usiamo sul lavoro, e soprattutto a quelle che scriviamo e che poi restano lì a parlare di noi per un tempo più o meno lungo, serve a migliorare la qualità della vita di tutti.

Se io investo tanto denaro per raccontare la mia storia, ma poi rispondo ai miei clienti burocratico come una PA e ingessato come un amministratore di condominio, che immagine fornisco di me?

Collaboratori, clienti, colleghi, dipendenti non fa differenza: le parole hanno la stessa enorme capacità di aprire e chiudere le porte.

Di questi e altri argomenti parlo nell’ebook. Che esce il 17 maggio e ha la copertina viola, perché io non sono superstiziosa!

foto in evidenza di Marco Borgna

No, non sono ancora stanca

No, non sono ancora stanca

Sto tornando da due giorni di formazione alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sono stracotta, con le occhiaie e la stanchezza che non mi fa abbassare le palpebre (capita solo a me?). Ho parlato di scrittura, di semplificazione, di lotta al nostro lato oscuro.

Come mi ha scritto qualcuno in privato, sono andata nella tana del lupo. In realtà sono andata (e spero di tornarci) dove volevo andare da un bel po’ di anni, a dire ciò che vado predicando senza sosta dovunque mi chiamino per ascoltarlo: non esiste un posto dove non si può semplificare il linguaggio.

No, non ho ancora la nausea di ascoltare che:

da noi proprio non si può

è la nostra materia che non si presta

il nostro Ente è particolare

noi abbiamo la necessità di scrivere così

queste cose riguardano altri, noi già siamo tanto migliorati

queste cose le devi dire a chi sta sopra

queste cose le devi dire a chi scrive le leggi

queste cose non le devi venire a dire a noi

io già mi sforzo

io già ho pensato a queste cose anni fa

da noi non cambia niente da anni

da noi non può cambiare niente

No, non ho ancora la nausea di dire che bisogna pensare a chi legge, allo sforzo che facciamo quando, da lettori, cerchiamo di interpretare quello che ci scrive il Comune, la Regione, il Ministero (ma anche la banca, il medico, la scuola, eh).

No, non sono ancora stanca di stare lì in piedi a sorridere quando qualcuno mi fa capire che non è lui che si deve abbassare, ma sono gli altri a doversi elevare. No, non sono ancora stanca di mostrare il prima e dopo la cura; di rispondere per le rime, di non rispondere affatto.

Non sono ancora stanca di viaggiare di qua e di là parlando col cuore in mano, oltre che con il cervello innescato. Non sono ancora stanca di dimenticarmi di fare la pausa e di fare pipì. Perché se lo dimentica chi mi ascolta, di fare la pausa e di fare pipì, allora vuol dire che andiamo alla grande.

No, non sono ancora stanca, insomma. Perché?

Perché ogni volta scopro le persone: magari dimenticate nel loro ruolo, magari scoraggiate, magari bloccate, magari ignare, magari ferme al secolo scorso, magari, semplicemente, con la vita che scorre loro sopra.

Continuo ad avere davanti montagne altissime perché è la fatica del cambiamento che impala le persone al freddo della loro scrivania. Cambiare fa spalancare le finestre e provoca corrente, fa turbinare i fogli, scompiglia i capelli, getta a terra i cestini, sbatte le porte, fa cadere le targhette.

Fino a quando potrò sorridere e fino a quando mi dimenticherò di fare pausa, e fino a quando nessuno se ne accorgerà, lo dico qui, io continuerò.

foto di Marco Borgna

Che cos cercano i clienti qui? Annamaria Anelli

I clienti che cercano storie

Quando ti scopri a farti domande del genere “come si fa a riconoscere che un cliente è quello giusto”, vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

Non è la prima volta che rifletto ad alta voce sul concetto. Ho scritto che i clienti sono come le ciliegie, cioè li devi scegliere. E anche loro lo fanno con te, ça va sans dire.

Allora partiamo dall’inizio: che cosa cercano i clienti che mi cercano? Dico davvero. Mettiamo giù quel che so fare:

  • ascoltare qualcuno che mi racconta la sua storia
  • emozionarmi e fare tante domande
  • raccontare quella storia come l’avesse scritta lui o lei.

Niente di speciale? In realtà c’è tutto il mio mondo.

Le emozioni alla base delle storie

Io non so scrivere se non c’è intorno l’anima. Devo compatire, nel senso originario di patire con, provare lo stesso dolore dell’altro (la sympatheia) e immedesimarmi nelle sue emozioni, cioè provare empatia (la empatheia).

Se non c’è questo, non c’è storia. Ma non vuol dire che accetto solo clienti che sono in difficoltà e piangono molto, dai: significa che bisogna partire dalla crisi, per rendere un racconto così forte che gli altri ci si possano immedesimare.

La crisi

Quando ho scritto i testi per l’agriturismo Borgogelsi, la crisi c’era, eccome, se c’era. Talmente grossa che pareva insormontabile. Volevo raccontare questa storia col sito online, ma, visto che ancora non è pronto, incomincio io.

L’agriturismo, composto da 6 miniappartamenti, è una costruzione lineare e super funzionale a venti passi da un complesso di case del 1200 con i mattoni rossi e strapiene di storia.

La prima volta che ho preso atto della portata della crisi, io e Giuliana, la proprietaria, avevamo gli stivali e camminavamo nel fango rosso della pianura padana più tipica. Guardavamo, di là, la costruzione squadrata e pulita; di qua, le case in cui avevano abitato addirittura i frati canonici.

La battaglia sembrava persa in partenza: la funzionalità contro la storia.

E invece no.

Mettere in scena la crisi

È arrivato in mio soccorso un vecchio racconto del mio amico Roberto, commesso in un negozio di abbigliamento: un giorno, una signora in sovrappeso (entrata per comprarsi un abito da cerimonia) stava correndo alla cassa con in mano una specie di saio e con in viso l’espressione di chi vuole togliersi presto il dente. Il mio amico le ha tolto gentilmente di mano il vestito e l’ha apostrofata con amore: “cara, se ci sono dei difetti, coprendoli li metti soltanto in mostra; distrai invece l’attenzione mettendo in evidenza i pregi (nel qual caso erano una vita stretta e ben tornita)”.

Con queste parole nella testa, ho detto a Giuliana che noi non avremmo nascosto la nostra costruzione, ma avremmo fatto venir fuori la vita stretta e ben tornita. Che in realtà era lì, davanti ai nostri occhi: appartamenti moderni, comodi e funzionali; tutti uguali perché la ripetizione dei moduli abitativi era stata pensata per non sprecare energie e risorse; tutti abitati da mobili con un passato produttivo alle spalle (Giuliana e il marito li avevano comprati, modificati e ricondizionati quando un’azienda locale aveva chiuso); tutti democraticamente affacciati su un boschetto di piante scelte per richiamare la vegetazione originaria di queste terre.

Quella “crisi” in realtà era la vera grande risposta alla storia delle case in mattoni rossi. Una storia che poteva continuare a dire la sua, ma che non poteva fermare il cambiamento.

Che cosa cercano i clienti che mi cercano

Alla fine, la risposta è una: i clienti che mi contattano cercano in realtà il modo per raccontare le loro piccole o grandi storie, a metà tra lavoro e aspirazioni.

È proprio in quel “a metà”, in quegli interstizi, che io cerco le nuvole e, quando le vedo, inizio a raccontare. Perché io questo so fare: raccontare con l’anima intorno.

foto di Marco Borgna

***

Il 13 aprile a Trieste alla UAUAcademy e il 15 aprile a Bologna, al Digital Update, parlo di come costruire piccole storie.

Parole pesanti

Parole che ti fanno sentire piccola piccola

Sto per iniziare un progetto formativo molto interessante e qualche settimana fa ho conosciuto i committenti, la persona che mi ha cercata e coinvolta e uno dei docenti che si spartirà con me le ore di lavoro.

Sono entrata nell’edificio che si trova proprio fuori dalla stazione di Milano Garibaldi e lì si è consumata (come si dice) la mia piccola tragedia.

Hai presente quella sensazione che ti percorre la schiena quando apri la borsa alla reception e scopri di non avere la custodia che contiene carte e documenti di identità?

L’efficiente receptionist mi ha squadrata e mi ha detto che l’unico modo per raggiungere il piano era quello di farmi scortare dalla persona che mi stava aspettando. Io ho detto ok, lei ha preso il telefono, ha fatto un po’ di numeri e poi ha sentenziato la mia condanna: “qui c’è una signorina che chiede di lei, si chiama Annamaria Anelli. Bene, sì, no: la signorina non ha i documenti con sé e quindi dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere. Grazie.”.

A parte la questione della “signorina” – prova a sostituirla con “scema” – mi è scattata l’analisi automatica. Ora, io lo so che una dovrebbe pensare a quello che mette nella borsa la mattina, invece di fare la studiata, ma a me quel “dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere” ha fatto sorridere.

Dovrebbe essere così gentile è la nostra formula standard per imporre qualcosa a qualcuno senza voler sembrare impositivi. Dovere è il verbo servile della necessità, ma con il condizionale e la perifrasi dovrebbe essere così gentile ne anneghiamo la portata perentoria smussando il comando sottointeso (deve venire qui).

In più quel venirla a prendere: venga giù a prendersi ‘sto peso, era il succo.

Poteva andare bene un “potrebbe essere così gentile da scendere un momento?” oppure anche un “potrebbe venire ad accompagnarla?”, insomma un’espressione un po’ meno giudicante avrebbe salvaguardato i protocolli aziendali e il mio amor proprio scassato.

Io ho aspettato in disparte provando varie formule: “ho cambiato borsa proprio stamattina” (svampita); “mi hanno rubato la custodia dei documenti” (sfortunata); “credevo proprio di averla con me, ma l’ho lasciata ieri al ministero del lavoro quando sono uscita (vip)”.

Poi il mio angelo traghettatore si è palesato sotto le sembianze di una ragazza trentenne con lo sguardo limpido e col sorriso bello stampato in faccia. Un sorriso non d’ordinanza, uno di quelli veri, se rendo l’idea.

Mi sono dimenticata le frasi preparate, le ho teso la mano e ho confessato subito “scusa, guarda, mi vergogno, questa non è una bella presentazione per una consulente”. Lei mi ha stretto la mano e mi ha mostrato il suo badge: “io lo lascio a casa almeno una volta alla settimana”.

Cos’altro c’era da aggiungere?

Ho pensato che quella si sarebbe trasformata in una riunione con i fiocchi. E così è stato 🙂

foto di Marco Borgna

Cose che faccio a inizio 2016

Cose che faccio a inizio 2016

Di solito non racconto i fatti miei perché odio fare spam di me stessa, ma mi hanno fatto notare che io faccio troppo poco spam di me e che ci devo lavorare.

Ok, ci lavoro.

Da gennaio a maggio andrò un po’ in giro a parlare di scrittura e di sopravvivenza (ah ah!)

Per una grande banca sarò coinvolta in un progetto di formazione che prevede un lavoro sulla scrittura dei report e uno sulla visualizzazione dei dati. Non vedo l’ora anche perché imparerò cose nuove e utilissime. Grafici, tabelle, dashboard: arrivo!

Il 28 gennaio e il 4 febbraio insegnerò al Master in Social media and digital PR dello IED di Milano.La scrittura per il web contiene talmente tanti cassetti che sarà davvero interessante aprirli e metterci le mani.

Il 20 febbraio bisserò il mio corso “Business Writing” per Zandegù, a Torino. Che bello essere a casa, andare e tornare a piedi e avere ancora il tempo per preparare la cena (che culo, certo).

Il 22 e 23 marzo sarò di nuovo alla UAU Academy di Trieste con un corso sullo storytelling e uno di scrittura per la PA. Io amo andare a Trieste: il Molo Audace ogni volta mi suggerisce qualcosa a cui pensare. E poi le aule sono sempre tanto accoglienti, piacevoli. Rosy Russo una delizia.

Ad aprile e a maggio sarò docente di un Survival Kit per la Scuola Holden di Torino: un percorso di accompagnamento “alla vita senza la scuola” per gli studenti in uscita dai college Crossmedia II, Series II, Real World II, Filmaking II, Scrivere II. Sarà interessante incontrare i ragazzi: molto giovani, molto preparati e molto da preparare alla vita da freelance.

A tutto ciò si aggiungerà un corposo lavoro di riscrittura di testi per una finanziaria e la chiusura di alcuni lavori per i siti di un paio di clienti, dei quali scriverò.

Poi ci sono dei progetti che ancora sono lì lì, e che spero proprio vadano in porto.

A gennaio uscirà il mio ebook sulle mamme freelance e a maggio quello sulle e-mail come strumento di relazione edito da Zandegù. Oddio che emozione!

E poi basta spam, dai 🙂

foto di Marco Borgna

 

Il mio nuovo sito

Il mio nuovo sito

Era da un sacco di tempo che volevo un sito nuovo, ma col passare delle ere geologiche ho messo a fuoco che non era questo l’obiettivo, quanto capire davvero che cosa metterci dentro. E per capirlo era assolutamente necessario lavorare con qualcuno di adatto. Perché volevo essere accompagnata, certo, ma anche arrivarci io, essere parte attiva del risultato.

Così ho iniziato il percorso ideato da Enrica Crivello e Ivan Rachieli e, quando siamo arrivati alla fine, ho capito che dovevo far fruttare tutto ciò che avevo messo a fuoco. Ho chiesto a Ivan di fare ancora un pezzo di lavoro con me e, voilà, questo sito è il risultato.

Penso che finalmente spieghi bene che cosa faccio e ho intenzione di continuare a fare nei prossimi anni.

Rispetto al mio vecchio blog non c’è più scritto che sono una business writer, né una formatrice, né una copy. È chiaro che io continuo a fare tutte queste cose, non ho deciso di mettermi a vendere formaggio al mercato.

Ma sai che cosa? L’etichetta non ce la metto più. Io sono una che scrive, che ama scrivere, che è malata “di scrivere” 🙂

E mi piace scrivere le storie degli altri, mi piace raccontare, mi piace prestare le mie parole per far nascere la visione di chi decide di affidarsi a me.

Io per lavoro aiuto le persone a raccontarsi. Allora, si capisce che cosa faccio?

Il complimento più bello bello bello in assoluto me lo ha fatto abbastanza di recente una persona. Mi ha detto: ci sono persone che fanno il tuo lavoro come te, in America.

Ma ti rendi conto?

Noi ragazze sempre un po’ interrotte, nel senso che ci si interrompe la facoltà di vederci con gli occhi giusti, davanti a una frase così diventiamo porpora e diciamo subito ma no, ma no. Come se il complimento fosse fuori luogo e preferissimo la nostra battaglia quotidiana per far capire il nostro valore.

Allora, è chiaro che io non sono l’unica a fare il lavoro che faccio come lo faccio, ma prometto di ricordarmi almeno una volta alla settimana che se è vero che tutti i fiori sono fiori, è anche vero che un giacinto non è un peonia.

Sul sito ci sono io in ben due pagine, con la mia foto. Non è anche solo questo un traguardo? Ho già scritto più volte del problema di noi ragazze con le foto: ebbene, sono la prova vivente che se trovi la fotografa giusta (per me è lei), la storia può avere un lieto fine. Con le rughe, le borse e le imperfezioni lì, a dire chi sei, ma con la luce a darti una mano.

Ho tolto tanto, rispetto al sito vecchio, ho riscritto il resto, soprattutto ho capito che cosa mi piace fare e come lo voglio fare.

Mi impegno a raccontare di più e a mandare una newsletter una volta al mese.

E mi impegno a essere più felice.

#voglimibene

foto di Marco Borgna

Il terzo tempo

Il terzo tempo

Durante gli ultimi dieci anni della mia vita da freelance ho fatto la mamma freelance, e per ora sono viva. E ne ho scritto un ebook.

Viaggi, sonno, riunioni improvvisate, feste di classe, Mac allagati, compiti, pigiama sopra la gonna perché “mamma, guarda che i colori stavano benissimo insieme”, post-it finiti nella tazza del latte, colloqui con le maestre, “no, non mi disturba affatto” caricando la lavatrice, telefonate fiume perdendo il primo tuffo senza salvagente e collezioni di “però le altre mamme non vanno in giro come te”.

Esattamente come centinaia di altre ragazze della mia età (quasi 46, mariaverginesantissima), sono entrata nella dimensione della stanchezza pervasiva. Che vuol solo dire che hai sonno sempre.

La mamma freelance è uno stato dell’anima, che ti porta sulle montagne russe: un giorno sei fiera di te (un nuovo cliente, evvaiiiii!) e il giorno dopo ti fustighi (ti sei dimenticata la colonscopia di tuo padre).

No, non si può far tutto, e non si deve.

Bisogna invece:

  • delegare a un compagno di vita che non si comporti come un altro figlio
  • assaporare a pieni polmoni la compagnia di amiche complici
  • cercare di ritagliarsi minuscoli frammenti di cura di sé anche in situazioni estreme.

E dire le bugie.

Bisogna ricavarsi un terzo tempo insomma: che non è lavoro, non è cura della famiglia, ma è un insieme di istanti in cui si assapora la solitudine. Ci sono modi per farlo, giuro: trucchetti, giochi di prestigio spazio-temporali, frasi da ripetersi, riti da mettere in scena, storie da raccontarsi.

Di questo parlo nel mio ebook “Terzo tempo”.

ps. comunque scrivo anche dei papà (e non male!).

foto di Marco Borgna

Raccontare un agriturismo, nel suo costante divenire

Raccontare un agriturismo, nel suo costante divenire

La scorsa settimana sono stata in campagna, in un agriturismo potenzialmente favoloso, a quaranta minuti da Verona e a sessanta da Venezia. Anch’esso, come la vita, è in costante divenire: è nato dalle visioni di Enrico e Giuliana Parodi che hanno deciso, un giorno, che quella era la strada.

foto 3

Io sono andata lì per scattare foto e rompere le scatole di domande, per entrare nel cuore oltre che nelle teste, per guardare da vicino le zolle ribaltate, i filari di pioppeti, le albe lasciate lì per occhi attenti. Insomma, per raccogliere materia viva da far storie, per raccontare, per incominciare a tessere la tela di un sito.

 

foto 5

La Foresteria Borgogelsi è nella pianura del Po più classica, là dove si trovano case gioiello del 1400 affiancate a villette frutto di un arricchimento improvviso e scalcagnato, confinanti con capannoni e fabbrichette senz’anima, ma con tanti “schei” (soldi, per tutti i non veneti).

Enrico ha una grande azienda agricola con i suoi fratelli, generazione di agricoltori con quel gusto per le cose semplici ma belle che sono alla base di un tessuto produttivo solido e cocciuto.

Per lui, prendere una parte del terreno di famiglia e innestargli sopra una struttura pesantemente green, funzionale e tecnologia è stato come mettere una protesi in più a un arto già bello, forte e solido. Per Giuliana, broker in campo assicurativo abituata a gestire denaro, politica e lavoro a testa bassa (quella di un ariete, non di una pecorella), la realizzazione di un sogno col quale era nata.

 

foto 1

Mi sono portata via la responsabilità di raccontare un sogno condiviso, un progetto che coniuga la tecnologia verde con il rispetto di un passato contadino sempre lì a testimoniare che siamo niente senza le radici, ma che non possiamo andare da nessuna parte se non ci decidiamo a ribaltare il tavolo.

foto di Marco Borgna

 

I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie: vanno scelti a uno a uno. Figurati se di questi tempi dico un “no” (mi viene l’ansia anche solo a scriverlo). Questi pensieri controversi me li ha scatenati Ivan Rachieli.

Ivan è uno che per leggerlo devi scorrerlo parecchio, e ne vale la pena 🙂
Nella sua newsletter di stamattina parla del casino che riusciamo a fare noi freelance quando l’ansia ci coglie e ci sembra che un “no” a un cliente proprio non possiamo dirlo. Soprattutto, parla di quando non ci diamo retta, ma lo sappiamo bene che quel cliente non fa per noi. Quanto ha ragione?

Anni fa una psicologa mi ha suggerito: “lei abbia fiducia nella sua voce interiore. Quando le parla e le dice che sì o che no, le dia retta. Impari a darsi retta”. La voce interiore io la visualizzo nella pancia e quindi spesso mi sembra più giusto dare retta a un pensiero che si forma nel cervello, piuttosto che a un moto che mi avverte nelle viscere.

Il problema è che le mie viscere ci arrivano prima, a capire certe questioni. I miei frequenti mal di pancia instaurano con me un dialogo serrato ed è per questo che faccio l’equazione: voce interiore = voce della pancia.

È un peccato di orgoglio se dico che a me piacciono i clienti che vogliono me, non una che fa le cose che faccio io?

Ecco cosa mi ha scritto un cliente al quale ho fatto un’offerta di 637 euro (+ IVA):

Per quanto riguarda la tua offerta, ti dico che mi ero prefissato un budget di 500 € (più iva), ma si sa, i budget sono fatti per non essere rispettati (almeno io lo faccio sempre).

Quindi partendo dal presupposto che ci terrei molto a collaborare con te e vorrei che questi testi siano creati da te, ti chiedo un piccolo sconto (chiamiamolo uno sconto fan); facciamo 600 più IVA? (senza eliminare servizi dall’offerta?).

Questo si chiama parlare chiaro e con rispetto e certo che gli ho fatto lo sconto. Di corsa. Gli era chiaro che cosa voleva e da chi lo voleva fatto.

Certo, non si può pretendere che i clienti arrivino con già le idee nere su sfondo bianco, impaginate e numerate: si può lavorare in due anche sull’analisi dei bisogni in modo da chiarire un’esigenza che magari si intravede, ma che è ancora confusa. Il problema nasce sul chi lo fa. Se uno vale l’altro o se “pensavo di pagare di meno” o se “il nipote della mia collega scrive molto bene e mi ha chiesto la metà”, la contrattazione, oso dire, diventa problematica.

Mi sembra che sotto non ci siano le basi per raggiungere un accordo, perché manca quella fiducia che è fondamentale per fare un lavoro soddisfacente per entrambe le parti. Per fare un buon lavoro ci vogliono due elementi: un professionista competente e flessibile e un cliente che si fidi e si affidi. Come si fida del dentista, del notaio, del farmacista.

Oggi che grazie alla rete lavoriamo molto alla luce del sole, cercare il professionista che fa per te è più semplice, se sei un cliente: scorri veloce le tracce che lascio sul web, dai un’occhiata al mio blog, insomma, hai modo di annusarmi e magari anche di capire che no, non la pensiamo alla stessa maniera su certi temi e che non ti vado. Bon, chiusa lì.

Il contrario, per noi freelance, pare più arduo perché tutto è falsato a monte: in tempi come questi ti permetti di scegliere i clienti?

Eh.

Certo che non puoi avere la puzza sotto il naso, ma se pensi a come ti devi fare in quattro se prendi il cliente del mal di pancia e poi le grane arrivano (e arrivano sempre), forse è meglio che ti fai forza prima e rifiuti. Ha ragione Ivan quando dice che, poi, non gli concedi l’attenzione che devi e non fai il tuo lavoro con l’amore che serve (sei troppo un figo, Ivan!).

Perché sei sul chi vive tu e sta sulle spine lui, e così non si va da nessuna parte. Se ci si scioglie consensualmente va bene, certo, ma quante volte succede? Non accade più spesso che una delle due parti dia all’altra il benservito?

Ecco, appunto; e dopo, come ci si sente?

Secondo me la pancia andrebbe sopravvalutata.

ps Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio caldamente il corso di Marco Brambilla su Stime, preventivi e negoziazioni: lì di clienti se ne parla, eccome!

foto di Marco Borgna

Personal Branding in mappa

In questo periodo mi sto esercitando sulle mappe mentali. Questa è relativa alla prima parte del libro di Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti “Personal Branding”. Naturalmente non c’è tutto, ci sono solo le cose che mi ero appuntata in maniera lineare (insomma i semplici vecchi appunti). Anche il punto di vista è il mio, non quello degli autori: infatti è “liberamente tratto da…”.

Secondo me, la versione radiale (mappa) è decisamente più efficace di quella lineare (appunti).

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Personal Branding

Il passaggio da uno scritto lineare a uno radiale è forse la strada più semplice: hai tutto lì, devi operare di sintesi, focalizzare e visualizzare. Prima o poi voglio mettermi alla prova prendendo appunti direttamente con una mappa mentale. Roberta Buzzacchino sostiene che ci vuole solo tanta pratica. Solo. Grazie maestra 🙂