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Quando scrivere diventa sexy

Quando scrivere diventa sexy

Ho passato tutto lo scorso fine settimana a insegnare alla Scuola Holden (non esagero: venerdì pomeriggio, tutto sabato e domenica mattina!). Il mio modulo – Scrivere – è inserito nel percorso Business progettato dal Corporate Storytelling della Holden per aiutare i professionisti a dotarsi di strumenti utili a migliorarsi nel lavoro.

Il mio Scrivere seguiva il modulo Narrare e ti assicuro che venire dopo qualcuno che parla di narrazione, di storie e di storytelling non è proprio una passeggiata. Hai presente? Immaginati – di qua – due bei ragazzi che ti spiegano il meccanismo che fa essere strepitoso, che ne so, un spot della Nike e – di là – la sottoscritta che ti chiede di analizzare il linguaggio della comunicazione di una banca. Allora, cosa preferiresti? Appunto 😀

La scrittura di cui spesso mi occupo io l’ho sempre definita poco sexy perché riguarda testi informativi, email, report, descrizioni di procedure o di prodotti, chat e via così. Nessuna “Storia”, nessun personaggio che perde, cade e poi però si rialza, nessuna musica a dare enfasi, nessun luccicone che riga le guance dopo. Tutt’al più, un digrignare di denti, perché la scrittura è attorcigliata, o burocratica o criptica.

Però. Però ho proprio capito che essere sexy nello scrivere è un atteggiamento, un’allure che si può imparare. E che sia così me l’hanno insegnato le mie allieve e i miei allievi di questo fine settimana di passione. Di passione vera, in cui ci è anche sfuggita qualche lacrima, dal momento che sul piatto abbiamo messo un elemento insostituibile: noi stesse e noi stessi.

Qualsiasi tipo di scrittura è in realtà in grado di coinvolgere, con gradi diversi. Da un lato lo 0 assoluto: una bella comunicazione in stile burocratico che inizia con A far data dal; dall’altro il 10 di una storia meravigliosamente costruita per far sentire protagonista chi legge; in mezzo tutti i testi che ogni giorno sforniamo seduti tranquilli alla scrivania o velocissimi e compulsivi sul cellulare. Un’email che chiede di sostenere un progetto, la risposta a un cliente, l’about page di un sito o un manuale di istruzioni.

Quando mai ci hanno spiegato che nello scrivere per lavoro ci dobbiamo mettere un pezzetto di noi? È però arrivato il momento di smetterla con la frattura tra chi siamo e ciò che scriviamo per lavoro. Noi siamo sempre noi, anche quando ci sediamo davanti al video per rispondere a qualcuno che ci chiede informazioni sull’applicabilità della legge tal dei tali.

Dipende dal grado di familiarità con l’argomento, dal tipo di registro richiesto dalla situazione comunicativa, dal tipo di rapporto che abbiamo con chi ci legge, dalla quantità di informazioni che presumiamo abbia: non c’è la ricetta assoluta, quella per scrivere-da-dio, ma ci sono versioni differenti di uno stesso dire. E in tutte ci può stare un pezzetto di noi.

In alcuni testi la nostra passione per le storie può venir fuori molto più diretta, ad esempio nell’incipit di una email che cerca finanziatori:

“Emiliano ed Ebrimè nascono separati da un decennio, un mare e un deserto”.

Qui l’aggancio è immediato: il risucchio dentro quel mare e quel deserto è inevitabile per chi legge, che non ha scampo. Sta lì, incollato fino alla fine.

Miriam ha scritto una email con questo stile e questo ritmo sabato sera, sul cellulare, prima di spegnere la luce e dopo che le parole dette e scritte nelle tante ore passate insieme si sono accese, illuminate, inzuppate, scaldate e rinfrescate nella sua pancia, oltre che nella sua testa. Quando ce le ha portate, domenica mattina, l’abbiamo guardata muti e ammirati per qualche secondo, prima di urlarle: brava!

Certo che non scriviamo storie tutti i momenti, lo so bene. Ma anche una Privacy Policy può agganciare, a suo modo (solo se è pensata per farsi capire da chi legge, però, come quella scritta da Alessandra Farabegoli per il Digital Update):

“Nel tuo browser puoi impostare le preferenze di privacy in modo da non memorizzare cookies, cancellarli dopo ogni visita o ogni volta che chiudi il browser, o anche accettare solo i cookies di digitaulupdate.it e non quelli di terze parti; esiste anche un servizio, Your Online Choices, che ti mostra quali cookie installano i vari servizi e come puoi disattivarli, uno per uno.

Da parte nostra, noi cerchiamo di usare la tecnologia per essere d’aiuto, e non per infastidire le persone, che sono più importanti di ogni altra cosa”.

Qui Alessandra:

  • è chiara
  • si rivolge direttamente a chi legge senza passare dalle forme impersonali
  • lascia da parte il legalese che complica la comprensione e basta
  • è utile: spiega come regolarsi con i cookies e nello stesso rimanda a un utile servizio esterno
  • fa sentire la sua voce bella e forte esprimendo in una frase cosa pensa della tecnologia e delle persone.

Lascio due considerazioni fuori dal punto elenco perché vorrei illuminarle: il legalese è qualcosa al quale si può rinunciare, anche nello scrivere un testo con dei chiari paletti giuridici. E infatti la Policy del Digital Update ha passato il vaglio di un legale che ha fornito alcuni consigli di compliance che sono stati recepiti.

Stai pensando che se l’ufficio legale della tua azienda non vede certe formule non autorizza la pubblicazione dei testi? Sulla Policy scritta da Alessandra trovi queste due frasi: “detta in legalese, per eseguire il contratto stabilito fra noi nel momento in cui ti iscrivi” e “Detto in legalese, la base giuridica di questo uso dei dati è eseguire le misure precontrattuali richieste da te”. Quindi?

Quindi, i testi devono essere scritti a misura di chi legge (chiari, semplici, esaustivi e tecnici quanto serve): se poi è necessario che qualche formula scritta in legalese compaia, allora la si può introdurre e scendere, diciamo così, a patti. Ma un conto sono 10 pagine di linguaggio del tipo “Il Titolare tratta Dati Personali relativi all’Utente in caso sussista una delle seguenti condizioni”, un conto sono 5 pagine comprensibili dalla prima all’ultima parola in cui – qua e là – qualche formula compare per venire incontro alle richieste dell’ufficio legale. Non lamentiamoci se in azienda nessuno legge le policy che scriviamo: se le rendiamo sexy, la musica cambia.

Carmelita domenica mattina ha tirato fuori, come da un cilindro, il suo modo bellissimo, grafico, leggero e fresco di impaginare le risposte ai bandi che scrive per la sua azienda. Ma è solo l’inizio, dice, perché il suo scopo è trasformarli in storie. Un bando che diventa sexy l’hai mai visto? Hai presente che cos’è la scrittura dei bandi? Ecco, appunto, pensa il coraggio che ci vuole anche solo per pensare di trasformarli in storie. Ma Carmelita è una giovane guerriera e farà grandi cose. Per adesso l’impaginazione, poi il lavoro per alleggerire la scrittura, poi, piano piano, la trasformazione. Dici che ci vorranno 10 vite? Forse, o forse no.

Alessia lavora per un colosso tecnologico e ha deciso che è stanca di scrivere le solite quattro frasi fatte sui concetti di sostenibilità. Quando, domenica pomeriggio, mi ha mandato una pagina del sito riscritta, forte e con dentro un pezzetto del suo essere decisa e diretta, mi sono emozionata. Se leggendo un testo senti la voce di chi l’ha scritto, lo trovi immediatamente sexy.

I pezzetti di te dentro i testi che scrivi possono essere grandi, ma anche piccoli, l’importante è che ci siano. Puoi arrivare sexy a un appuntamento galante e diventarlo anche quando l’appuntamento ce l’hai con chi ti legge.

Il sexy nello scrivere è il di più che ci metti di te.

Foto di Marco Borgna

Scrivere e tradurre in Svizzera

Scrivere e tradurre in Svizzera

La scorsa settimana sono stata ospite dell’Amministrazione federale svizzera. Il responsabile della formazione dei traduttori italofoni ogni anno organizza a Bellinzona un seminario di aggiornamento su temi che riguardano scrittura e traduzione. Mi ha chiesto se fossi interessata a condurre un laboratorio sulla scrittura di email e lettere: aveva letto il mio Caro cliente e lo aveva trovato un libro chiaro e felice. Chiaro e felice: ci ho messo il tempo di un battere di ciglia a dire di sì.

L’obiettivo che stava a cuore al mio interlocutore era rivisitare alcuni aspetti dello stile istituzionale in modo che sembrasse meno meccanico e più attento agli aspetti di relazione. Proprio il mio campo, dunque. Mi ha scritto: il problema risiede molte volte nel fatto che il traduttore resta troppo attaccato al testo di partenza adottando strutture e stilemi che in italiano paiono stranianti o superati. Per aiutarmi a capire mi ha spedito alcuni modelli di risposte a cittadini, fornitori, colleghi e personalità. Ogni traduzione italiana era accompagnata dai testi in tedesco e in francese dai quali proveniva. L’italiano, mi ha spiegato, non è mai la lingua di partenza, ma sempre la lingua nella quale si traduce.

Analizzando i testi in italiano ho notato burocratismi, formule rigide e una certa ingessatura della traduzione. Ma è stato nel confronto con i testi in francese che ho potuto notare aspetti interessanti sui calchi (mi ci soffermo tra un po’). Parlo solo dei testi in francese perché io non conosco il tedesco.

Ho proposto dunque di “togliere l’amido” dalla scrittura, cioè di lavorare per rendere la lingua più fluida e semplice (che non vuol dire diventare sciatti, ma leggeri) e per potenziare la parte di relazione (trasformare una comunicazione in un dialogo). In più, ho proposto di affrontare l’elefante nella stanza: elefante anche per me, che traduttrice proprio non sono, ma che una certa esperienza di allenamento con la lingua scritta ce l’ho.

Qual è l’elefante? Scegliere di tradurre come un algoritmo:

  • c’è una lingua di partenza che esprime certi concetti con certi stilemi espressivi, abbastanza ripetitivi (io ho verificato il caso del francese, ma mi hanno confermato che vale anche per il tedesco)
  • c’è una traduzione in una lingua di arrivo – l’italiano – con una corrispondenza di significato 1:1 tra le parole e una riproposizione speculare della struttura sintattica originaria (parliamo di calchi tedesco/italiano e francese/italiano)
  • non c’è – mai o quasi mai – la traduzione delle sfumature, cioè di tutti quegli elementi di psicosociologia del linguaggio che, presenti nella lingua di partenza, dovrebbero essere armonizzati o localizzati nella lingua di arrivo.

Insomma, ogni lingua di partenza porta in dote una certa cultura e un certo sistema di pensiero, oltre a una sua grammatica: con la traduzione bisognerebbe che questi tre elementi si adattassero alla lingua di arrivo. Quando ciò non avviene, la traduzione appare meccanica e straniante.

Se trovate in una traduzione dal tedesco Prego scegliere un appellativo, sentite subito che c’è qualcosa che non va, anche se non sapete il tedesco e quindi non potete fare il confronto con la frase originaria. Prego scegliere un appellativo non vi sembra davvero italiano. Infatti la traduzione appropriata è Selezionare.

Se la frase Si vous êtes intéressés à collaborer au sein de la commission diventa Se siete interessati a collaborare in seno alla commissione, percepite all’istante la meccanicità della traduzione. In italiano sarebbe meglio dire: Se volete far parte della commissione.

Nous vous motivons à vous engager dans le cadre de la commission che diventa Vi motiviamo a ingaggiarvi nell’ambito della commissione dà origine a un calco sintattico e lessicale dall’effetto straniante: i verbi motivare e ingaggiare* hanno in italiano tutto un altro significato! Ci piacerebbe coinvolgervi nella commissione sarebbe una traduzione più adatta.

Se Si vous désirez discuter avec nous in italiano diventa Se desiderate discutere con noi, il calco vi fa storcere il naso: di solito uno non desidera discutere con qualcuno, al limite lo vuole, perché discutere con qualcuno in italiano racchiude una sfumatura di contrasto. Il verbo “desiderare” a fianco del verbo “discutere” è un accostamento che percepiamo come strano e non naturale. In questo caso chi ha tradotto non ha preso in considerazione il contesto della frase in francese dove discuter significava “chiacchierare con”, “parlare con qualcuno di qualcosa”, di sicuro non discutere con.

Nous devons malheureusement vous informer que les Services du Parlement (SP) ne donnent pas suite aux lettres ouvertes – in risposta a un cittadino che scrive – non può diventare Con la presente desideriamo informarla che i Servizi del Parlamento si astengono dal commentare le «lettere aperte». Percepiamo subito la non congruenza di quel burocratismo “Con la presente” così tanto distanziante. Nel testo di origine c’è invece l’avverbio malheureusement – purtroppo – che ha proprio la funzione opposta: di avvicinamento a chi scrive. E che dire di quel si astengono dal commentare? Di nuovo un’espressione che distanzia e raffredda, non presente nel testo originario dove si informa di qualcosa che non può essere cambiato, ma a malincuore.

In conclusione, che bello! 😀 Lavorare sulla parola scritta è per me sempre una sfida, ma lavorare con in più i paletti della traduzione da un’altra lingua mi ha resa molto più attenta agli aspetti extralinguistici che possono cambiare il segno di una comunicazione. E mi sono innamorata** una volta di più del lavoro importantissimo di chi traduce.

foto di Marco Borgna

*[Sul verbo ingaggiare, vi propongo le considerazioni di Luisa Carrada in questo bel post, non perdetevele].

**[Da quando mi ha adottato Artigiani delle parole sono più felice]

Ogni intervista è una questione privata

Ogni intervista è una questione privata

Torno in treno dopo un’intervista a una donna di sport che ho molto amato, da lontano, mentre gareggiava, e che continuo ad amare molto anche adesso che l’ho conosciuta di persona (una sicurezza i miti che rimangono tali!).
Rifletto sul fatto che le storie che ascolto e che riporto hanno uno spazio sempre più vivo nella mia vita di lavoro.

Prendiamo le mie newsletter, che contengono ogni mese un’intervista a una donna che mi piace. Succede così: contatto una persona che o conosco io o che qualcuno mi segnala, ci accordiamo per vederci, facciamo due parole per rompere il ghiaccio e poi partiamo. Io a trivellare con poche domande, di solito, lei a far fluire fuori la piena della sua vita. In realtà l’arrangiamento della storia mi suona nella testa già mentre l’ascolto: vedo le tavole colorate che si affastellano, odo i suoni che rendono l’aria materia, percepisco i fantasmi evocati, sgrano le lacrime e risuono nelle risate. Poi, quando la scrivo, l’intervista per magia si compone, prende forma come il genio che si materializza quando sfreghi la lampada.

Quelle storie sono di altre persone e la sfida è non tradirle. E per questo saccheggio i miei appunti: sì, perché il mio segreto è che riscrivo velocissima intere frasi, mi segno le parole chiave e quei modi di dire così privati, così personali, così tanto marcati dall’unica e inimitabile impronta di ciascuno. Ogni intervista è una questione privata, per dirla alla Fenoglio.

Anche per scrivere i testi del sito di un’azienda o di un professionista parto dalle interviste. A me piace sentire come anche l’ultimo degli uomini di produzione parla di ciò che fa nel quotidiano, se devo raccontare un prodotto. Come il proprietario di una pensione vicino al mare racconta il profumo delle torte che sale su dalla cucina e come una guida innamorata del suo lavoro pennella la luce di Firenze all’alba. Perché sono le parole di chi fa, ama e sogna che faccio attecchire, poi, nei testi e che permettono a ciascuno di ritrovarsi, rispecchiarsi, sentire il proprio accento sulle cose. E solo in quel preciso momento le mie parole mettono davvero le gambe, con la loro personalità dentro, il tono e l’intensità.

Tutto ciò per dire che sto imboccando un viaggio nuovo, dove le interviste non le scriverò, ma le userò così, pura voce. Le setaccerò, le sminuzzerò, le infornerò e così continuerò a raccontare storie saporite.

Foto di Marco Borgna

La cura delle parole fa bene al business

La cura delle parole fa bene al business

Quasi un mese fa ho fatto un speech breve, dieci minuti più o meno, per un evento che una grossa banca ha destinato ai propri talenti, quelli sui quali ha deciso di investire per il medio-lungo periodo. La persona che mi ha coinvolta mi ha chiamata due settimane prima dell’evento e mi ha chiesto di fare un intervento flash, sulla cura delle parole (quindi il tema l’ho amato all’istante), ma assolutamente non una lezione. Ho accettato, e mi è montata l’ansia: uscire fuori dalla propria zona di confort è, in effetti, come un bicchiere d’acqua gelata che ti si rovescia addosso quando sei accaldatissima.

Lo speech è venuto fuori praticamente due giorni prima dell’evento. Niente slide, solo parole, dette e lette. Lette non da un manuale di scrittura, ma da un libro di racconti scritto da una delle mie scrittrici preferite.

Ho esordito leggendo le parole di una poetessa contemporanea scoperta per l’occasione (le coincidenze), citando i porti chiusi e i ponti abbattuti (delicato, ma tangibile il mio disappunto); poi ho parlato delle parole guerriere che invece i ponti li costruiscono e li difendono con la spada. Tre parole guerriere, le mie: chiarezza, semplicità e vicinanza. Per dare spessore ho letto alcuni brani e poi ho chiuso con una specie di elenco delle parole-mantra, che aiutano, e con un’esortazione a rimpicciolire le parole che scorticano, fino a farle scomparire. Il tutto con leggeri rimandi alla scrittura per lavoro: email, report, chat.

Senza una slide, solo speech e libro e voce microfonata, a preservare la commozione del momento. Io infatti ero piuttosto emozionata, perché sapevo di aver scritto una cosa che mi corrispondeva molto, ma anche di essermi presa un grosso rischio, visti i temi.

Finito lo speech c’è stato un applauso liberatorio, caldissimo. Sono venuti in tanti a stringermi la mano e in molte si asciugavano le lacrime. I feedback sono stati magnifici, il confronto con alcune persone molto franco.

Ma non è finita lì. A qualche settimana di distanza c’è stata anche la presa di contatto per un lavoro.

Lo racconto perché ho avuto la conferma che un certo modo di pensare alle parole, con dentro chiarezza, semplicità e cura della relazione, non solo non è sbagliato, ma può essere colto come strumento di miglioramento anche in quei contesti che potrebbero sembrare impermeabili a certi discorsi. 

Insomma, la cura delle parole fa bene al business, ecco.

Foto di Marco Borgna

Foto per Damiano spa di Pucci Scafini

Scrivere i testi col sovrascarpe e la cuffietta

Scrivere i testi per il sito di un cliente non vuol dire solo scriverli, per me significa anche qualcos’altro, che ha a che fare con i profumi, il tatto, e le parole raccontate. Per spiegarlo parto da un esempio recentissimo, il sito di Damiano.

La Sicilia così vicina

Damiano è un’azienda siciliana che produce frutta secca biologica e creme spalmabili, tutte bio. Stanno a Capo d’Orlando, in provincia di Messina, e li ho conosciuti qualche anno fa, quando mi hanno chiamata per un lavoro di consulenza che riguardava la scrittura delle email.

Da allora non ci siamo mai persi di vista e, con varie scuse, lavorative o quasi, ogni tanto prendo l’aereo e vado a trovarli. La prossima estate sarà la seconda in cui trascorrerò le vacanze lì, con tutta la famiglia. L’anno scorso era la novità della Sicilia, quest’anno è il ricordo dei tramonti sulle Eolie e del colore dell’acqua, il prossimo vedremo.

Ma qui parlo del fatto che è andato online il loro nuovo sito. E che i testi li ho scritti io.

Scrivere i testi, cioè fare un’esperienza

Per me scrivere i testi per il sito di un cliente significa fare un’esperienza, prendere e andare dentro il cliente. Significa mettermi gli stivali per camminare sulla terra rossa e bagnata oppure, come in questo caso, mettermi il sovrascarpe e la cuffietta e scarpinare per il reparto produttivo. Non sempre è possibile, certo, non raccontiamoci favole, ma quando si può, cioè quando il cliente capisce cosa ciò comporti e decide di valorizzarlo, ebbene, il risultato si vede.

In Damiano ho fatto il giro della produzione due volte: ho visto macchinari, ho ascoltato spiegazioni, ho visto muletti carichi e interminabili fiumi di mandorle controllate a vista da occhi umani, prima di essere impacchettate. Ho sentito il profumo indimenticabile delle nocciole tostate dei monti Nebrodi e colto il momento magico in cui la macchina versava la crema di mandole sgusciate nei contenitori. Non potevo allungare il dito perché sarebbe successo un guaio, ma ci sono andata molto vicina.

Le parole con l’anima dentro

Sono state le cose che ho visto e le sensazioni e i pensieri che ho avuto che mi hanno aiutata a scrivere i testi con la consistenza che volevo. Il sito ha un ecommerce, quindi, poche farfalle, deve vendere. Ma anche se ha un ecommerce, e il suo scopo è vendere, chi l’ha detto che deve rinunciare all’anima?

Damiano è un’azienda che reputo meravigliosa, perché è come la farei io: attenzione alle persone, all’ambiente, all’innovazione, coraggio da vendere e visione. Il grosso rischio che correvo era slittare in un torrente amorevole e paludoso di parole zuccherose. Bleah!

Allora, ho deciso di intervistare (leggi rompere le scatole a) un bel po’ di persone. Compresi il paziente tecnologo alimentare (ciao Daniele) che mi ha spiegato per bene quale meraviglia dell’universo sono le mandorle sgusciate (cioè non pelate) per la nostra salute; il fondatore, il signor Damiano, che ha iniziato a parlare di biologico, in Sicilia, in anni in cui in Italia a stento se ne conosceva il significato, e l’attuale conductor, Riccardo Damiano, che ha negli occhi tutto il futuro dell’azienda.

E po ho chiacchierato con Mariateresa al tavolinetto di un bar, mentre il sole cuoceva piano piano i nostri massimi sistemi; con Letizia, che mi accompagnava a casa con dolcezza e comprensione; con Stefano, sempre preciso e puntuale; con Magda, per la quale niente è mai difficile. E così, scrivere i testi, in questo caso, ha significato far parlare le persone: è la loro voce che si sente.

Per le schede prodotto ho mangiato chili di mandorle, ho assaggiato tutte le creme, le ho imposte alla famiglia, le ho suggerite agli amici e ho collaborato con Chiara Zoia ed Elena Augelli, insostituibili. Le ricette, con le relative foto, sono di quell’artista del food che è Valentina Masullo, e si vede! Le traduzioni in inglese e francese sono opera di Langue&Parole.

Che da nessuna parte c’è scritto leader di mercato devo aggiungerlo? 😉

La foto è di Pucci Scafidi, realizzata per Damiano.

Slide per un evento? Quando decidi cosa delegare, ci guadagni

Slide per un evento? Quando decidi cosa delegare, ci guadagni

Faccio una piacevole confessione: ho trovato il modo per fare delle slide con il formato giusto, con i colori che c’azzeccano, in cui il testo si vede e nelle foto viene benissimo. Il modo è che non le faccio io. Un momento e ci arrivo.

Scrivo lo speech, parola per parola

Quest’autunno ho partecipato come relatrice a due eventi, entrambi a Milano: uno è stato Artigiani delle parole, l’altro il Marketing Business Summit. Nel primo caso avevo un intervento lungo, circa 50 minuti, nel secondo 25.

Come molte altre professioniste che conosco, io mi preparo per ogni evento come se fosse il giorno del giudizio: studio, approfondisco e ultimamente faccio anche una cosa a cui prima non pensavo nemmeno. Non so se è la vexxhiaxx o se è il giudizio che si concentra, come nella minestra dopo che la fai andare un bel po’ sul fuoco. Sta di fatto che scrivo tutto lo speech: o prima di fare le slide, così dopo ho i punti sui quali inanellarle, oppure dopo averle messe tutte in fila, per capire se il discorso tiene. Non sono ancora riuscita a dire se è meglio l’opzione uno o l’opzione due: vedrò con la prossima.

Free writing

Scrivo lo speech davvero come viene e mi obbligo a non rileggere e a non guardare quasi lo schermo. La tentazione di fermarmi è fortissima: sbircio di nascosto tutti quei segnetti rossi che word infligge alle parole che io scrivo senza doppia o con acca che non ci vogliono o con caratteri alieni e ho voglia di mettermi ad aggiustare tutto e subito. Però non lo faccio e penso, ogni santa volta, a quel brano del film “Scoprendo Forrester” con Sean Connery che dà una bella lezione di scrittura a Rober Brown.

La prima stesura la devi buttare giù col cuore, e poi la riscrivi con la testa.

Il concetto chiave dello scrivere è scrivere, non è pensare.

Ecco, io ho sempre impersonato nei miei confronti la maestrina dalla penna rossa, scrivevo e poi correggevo, veloce veloce, quasi con l’ansia che qualcuno mi scoprisse in un’attività così indicibile come commettere degli errori.

Con gli anni (e ridaje) sto imparando l’indulgenza verso me stessa e negli ultimi tempi addirittura mi lascio libera di buttare giù come viene, e solo DOPO mi censuro. E quando lo faccio correggo da matti: trovo un’ecatombe di errori di ortografia nei confronti dei quali cerco di provare un sano distacco. Sì, li hai fatti tu, ma hai visto che non succede niente e sei ancora viva, Annamaria?

Provo lo speech

Solo quando tutto è in ordine, provo lo speech, da sola, sempre in piedi con il computer davanti, proprio come fossi già all’evento: metto il timer e via. Questo è il momento in cui taglio i passaggi che non mi vengono fluenti, levo le parti ridondanti, aggiungo granelli di saggezza discorsiva là dove servono: ad esempio inserisco esempi che mi vengono facili e levo slide dove la spiega teorica diventa impossibile da tenere a bada in pochi minuti.

È anche il momento in cui sto attenta a come suonano le parole, a come suono io, e cerco di accordarmi come fossi una chitarra, parola-suono-respiro-concetto.

Provo tutto tutto, dalla mia presentazione in poche parole al grazie finale. E ogni volta che provo, rifaccio tutto da capo. Fino a trovare quella forma fluida che quando arriva me ne accorgo, e dopo mi sento in pace.

Le slide, grazie no

Il punto è che non ho più voglia di sprecare tempo ad abbellire le slide: non sono capace, non ho idee e mi annoio. Così ho deciso che lo faccio fare a qualcuno che è veloce, capisce subito e fa poche domande (che per me è il massimo). Quel qualcuno, per una volta, è un maschio. Di Cristiano Ferrari ho apprezzato l’intervento all’ultimo freelance camp e il suo modo di costruire le slide asciutto e piacevole insieme.

È stata questa sua slide a farmi riflettere sul fatto che io, di solito, il tipo laggiù in fondo lo ignoro proprio.

Così, per le mie due occasioni autunnali di speech in pubblico ho chiesto una consulenza a Cristiano e siamo partiti: nel primo caso, gli ho passato le slide quasi già congelate e non gli ho dato vincoli di colori o font (li ha dati lui a me); nel secondo, gli ho fornito un canovaccio ancora traballante nella sua struttura, ma con font e colori imposti dagli organizzatori dell’evento.

In entrambe le situazioni ci siamo accordati in maniera velocissima perché le sue scelte mi sono piaciute fin da subito. Quando mi è tornato indietro il file, nel primo caso ho lavorato di fino, perché aveva già inserito lui tutto il testo all’interno della gabbia grafica definita e condivisa; nel secondo ho fatto e rifatto mettendo, togliendo e sostituendo testo: cosa semplice se hai già tutto impostato e anche la tua variatio ha vincoli predefiniti.

Le foto che ho recuperato da twitter mi danno ragione: poco testo, colore, spazio bianco. Il resto ce l’ho messo io 🙂

Arigiani delle parole

Marketing Business Summit

Foto per post di Annamaria Anelli, Fattele tu le slide

(Se ti interessa scaricare le mie slide o dare un’occhiata al mio video oppure approfondire quello che hanno detto anche tutti gli altri relatori del Marketing Business Summit, qui puoi comprare i materiali).

Foto in copertina di Marco Borgna

 

Foto per post di Annamaria Anelli - Scrivere fatica nera

Scrivere è una fatica nera, altro che storie

Prima gara di scherma di mio figlio Martino, 10 anni, come metafora dello scrivere. Di sicuro domenica ero più in ansia io di lui: alla mia domanda (successiva) “come ti sei sentito”, la sua risposta è stata “avevo sonno”. [Davvero ho chiesto a un uomo di esprimere a parole come si è sentito? Ma questa è un’altra storia]. Questa prima gara mi ha permesso qualche riflessione sullo scrivere che adesso condivido con te.

Ma chi l’ha detto che il viaggio è meglio della meta alla quale si aspira?

Martino è stato in un tempo sospeso per qualche ora: nel suo girone ha affrontato 5 avversari e ha perso 4 volte. Nell’incontro successivo a eliminazione diretta ha perso subito ed è uscito. L’ho seguito dalla mia postazione sugli spalti tutto il tempo: lo guardavo osservare gli avversari, parlottare con un suo compagno, ascoltare in silenzio le spiegazioni dei maestri. Aspettava il suo turno ruotando i piedi di taglio, verso l’interno, in quel modo che ci rende tutti simili quando siamo sulle spine. Quando ha finito la gara, anche la sua imperturbabilità (ormai già un po’ leggendaria) si è sciolta: è venuto verso di noi con una lacrima congelata negli occhi: “io quello lo potevo battere”.

Eccoci al dunque. Qui non sono le doti da schermidore del mio decenne a essere chiamate in causa, né la sua capacità di tenuta mentale (lo scherma è molto più testa che braccio). Quello a cui pensavo nel retrocervello durante le ore della gara era: ma davvero il viaggio è meglio della meta? Se il tuo viaggio è pieno di fatica, di agitazione, di sbagli, di lacrime congelate o scongelate, di urla di avversari, di sorelle che non smettono di infilarsi biscotti annoiati in bocca, e se alla fine la meta è una sconfitta piena, che cosa c’è di bello nel viaggio?

Il bello lo puoi cogliere magari qualche anno dopo, quando ripensi alla tua prima gara e ricordi con il cuore stretto che il tuo maestro Carlos ti parlava accarezzandoti più volte il mento, perché le parole entrassero dalla pelle oltre che dalle orecchie. Che il tuo maestro Giorgio, subito dopo la tua ultima sonora sconfitta, ti faceva ripetere le parate incurante del casino intorno e del fatto che stava disturbando un arbitro. Che finalmente mamma si era sgonfiata sulla panchina e smetteva di urlare quel bravo che tanto ti aveva disturbato allora e che tanto stai bramando adesso. Ma dopo. Mentre lo fai, quel viaggio, che cosa c’è di bello?

Questo pensiero da due cent vale per qualsiasi esperienza di vita: il più o meno accidentato percorso di studi, l’attraversata del deserto per trovare (almeno) un amore, i mesi in cui ristrutturi casa, il Vietnam della ricerca di una sede per la tua attività: il bello lo trovi, se lo trovi, dopo, oppure lo trova qualcun altro che scrive la tua biografia.

E lo scrivere?

E che cosa c’è di bello quando scrivi, riscrivi, cancelli, butti tutto e poi riscrivi e rileggi ad alta voce e poi dici basta e poi mandi in certificazione (se non sei tu il tuo committente) e poi modifichi e poi negozi le modifiche impossibili e poi riscrivi e poi ridici basta. L’unica cosa bella, alla fine del viaggio che è anche lo scrivere, è il momento in cui vedi il tuo testo finito, impacchettato, pubblicato, letto, citato, ripostato, amato da messaggi o da email che ti fanno dire che ne è valsa la pena.

Mi stai chiedendo se non è bello, allora, un viaggio in cui tutto va bene e la meta la raggiungi facile facile? Ti rispondo con un’altra domanda: è un viaggio quello? Davvero è una domanda, non ho la risposta in tasca. Io qui parlo dei viaggi sudati che servono per scalare la montagna, non dei percorsi dentro una comoda ovovia. Dei viaggi dell’eroe che poi vengono citati nei libri di sceneggiatura.

Anche lo scrivere è un percorso a ostacoli e solo dopo molti anni di allenamento puoi dire buona la prima e trasformare il viaggio in un’ascesa in ovovia. E forse neanche.

E le storie, poi

Il racconto di una storia non si sottrae a questo mio discorso un po’ largo, ma ci aggiunge sopra un’altra fiche. Quando racconti qualcosa, quel viaggio diventa doppio: uno è quello dello scrivere e del riscrivere, uno è quello dello srotolamento del filo che non puoi perdere. Che cosa racconto, innanzitutto, e poi da che parte inizio, e poi che cosa metto in luce e poi che cosa voglio dimostrare. Qualsiasi storia vuole mettere in scena qualcosa e arrivare da qualche parte. E cos’è più difficile che arrivarci? Di nuovo un altro viaggio: all’interno dello srotolamento del discorso-storia, c’è un viaggio parallelo costituito da cosa vuoi dire tu. Che cosa vuoi dire tu con questo racconto di prodotto, con questa about page, con questa recensione di un libro, con questo avviso ai naviganti?

E così veder perdere Martino per arrivare a un niente finale (almeno sul breve periodo) mi ha fatto rimettere in discussione la fantomatica bellezza del processo creativo della scrittura. Che cosa c’è di bello nella fatica? Che scrivere è una fatica nera Beppe Fenoglio l’ha detto* molto tempo prima di me, lui che era un grande. E che lavorare stanca l’ha scritto a chiare lettere un altro grande che più grande non si può (Cesare Pavese).

Più che lo scrivere, non è forse il prodotto finale a darti leggerezza interiore? Mentre lo compi, il viaggio di scrittura è una salita; solo dopo puoi rileggerlo con gli occhi del naufrago tornato a casa e dire che è stato affascinante. Affascinante tua sorella 🙂

 

* “Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”. Citazione da Centro Studi Beppe Fenoglio.

Foto di Antonia Galvagna

Foto Essere nerd della parola e vicere felici

Essere nerd della parola e vivere felici

Il 7 ottobre ero alla Cascina Cuccagna di Milano ospite di un evento organizzato da Langue&Parole. Per me è molto piacevole parlare quando il pubblico è interessato, partecipativo e ride di gusto: 45 minuti passano come 5. Ma questa volta ho anche imparato tanto dalle relatrici presenti: Elisa Tassara, Silvia Pareschi e Lodovica Cima.

Elisa Tassara, che si occupa di strategie di marketing, è davvero brava e competente, ma qui parlo di Silvia e Lodovica che sento molto vicine per la materia con cui lavorano (e sognano) tutti i giorni: la parola scritta.
Silvia Pareschi è una traduttrice da scappellarsi, tra i tanti cito Franzen (esatto lui), però, se vuoi approfondire, questo articolo racconta bene chi è.
Ascoltando Silvia ho capito che la traduzione è qualcosa che sento vicina, nella pancia. Già La voce del testo di Franca Cavagnoli mi aveva aperto la mente su certi aspetti che afferiscono allo scrivere in generale, non solo al tradurre.

Con Silvia, sabato, ho finalmente messo a fuoco che le nerd della parola, come io a volte mi chiamo, hanno modus operandi simili. È quel parlare con passione, seguendo le slide e poi cercando di domare i mille rivoli di infinite altre possibilità di discorso che potresti fare, cercando di bloccare con dolcezza i conati di approfondimento che faresti ancora e ancora. È quel guardare le parole come se fossero griffate, truccate e ingioiellate con fine eleganza, è quell’ammirarle da fuori e nel contempo immergerti in una sessione di sega stryke per compiere una magnifica autopsia del testo.

Silvia ha parlato dell’equilibrio che chi traduce deve mantenere tra il principio di trasparenza (cioè la necessità di rispettare il pensiero, lo stile, l’anima dell’autore) e quello di autoaffermazione del traduttore (cioè l’ubris che lo porterebbe a dire “ti spiego io come si scrive questo, tu non sei capace”). È stata una lezione bellissima, intensa, vissuta, dove Silvia ci ha proposto la sua umiltà di persona consapevole dei rischi e però pronta a buttarsi e amare fortemente il testo che traduce. Silvia è anche insegnante di italiano a San Francisco e mai come sabato scorso ho sofferto di invidia: ho invidiato ciascuno dei suoi allievi, nessuno escluso 🙂

Lodovica Cima solo io l’ho scoperta sabato. Si occupa dall’inizio della sua carriera di editoria per ragazzi, non solo come curatrice di collane (prima per Mondadori e adesso per il Gruppo Editoriale San Paolo), ma anche come scrittrice e da quest’anno come editore. La bella notizia è infatti che, in collaborazione con Langue&Parole, Lodovica ha lanciato una casa editrice di gialli per ragazzi: Pelledoca. Sabato non si è limitata a parlarci dell’iniziativa, ma ha letto ad alta voce alcune pagine dei libri che ha già pubblicato ed è lì che si è creata la magia.
Per me la parola ascoltata è ogni volta come un’apertura di sipario: la voce dà il 3D alle parole, le rende vere, esagera i silenzi, rende toccabili i concetti e piano piano ti senti portare via, verso un mondo altro. Anche io uso spesso la lettura ad alta voce, ma per fini molto più prosaici: faccio sentire come suonano lontani, “fuffosi” e quindi inutili certi testi pieni di formule vuote e di sintassi pesantissima.

Lodovica invece ci ha portate in alto, con un amore per il testo che le proviene visibilmente da dentro. Ci ha incollate a quelle parole che per il fatto di arrivare ai cuori e alle menti di bambini e ragazzi devono per forza avere ritmi, suoni e pause diverse da quelle a cui siamo abituati nella narrativa per adulti. Difficilissimo scrivere per bambini e ragazzi, difficile e sfidante insieme. Come tutte le cose belle, come tutte le avventure, come tutti i nuovi inizi.

Quando scrivere non basta. foto di Annamaria Anelli - Rider, un filler naturale

Ridere, un filler naturale

Non l’avrei mai detto che avrei riso così tanto davanti a una telecamera, giuro. Non è un segreto che preferisco scrivere invece che parlare davanti a un occhio fisso che mi fissa.

(Ma adesso è ancora così vero? Ci penso un momento, dai)

Un gruppo bancario europeo tra i più grandi ha chiesto a Luisa Carrada e a me di trasformare una parte del nostro sapere in pillole video e noi abbiamo detto subito sì. Secondo me volevamo dire no, ma ci è uscito un sì perché l’idea di lavorare insieme ci allettava un sacco e poi perché il nostro project manager è uno con l’occhio lungo (grazie Francesco).

Video, in due, sui nostri cavalli di battaglia: saranno stati questi ingredienti piccanti a solleticarci il palato e a farci uscire con garbo e leggerezza dalla nostra zona di comfort. Leggerezza, ecco. Perché forse non sembra, ma ridiamo un sacco lavorando insieme.

Sapremo scrivere lo storyboard per un video asciugando e sacrificando per forza qualcosa, ci chiedevamo? Abbiamo imparato. Sapremo parlare spedite davanti alla telecamera? Abbiamo imparato. Be’, io all’inizio ho dovuto respirare per tenere bassa l’ansia. Che comunque un po’ di sfrigolio sulla schiena te lo fa venire, dover parlare con coerenza, precisione e simpatia insieme. Tenere il piede in tre scarpe mi sembra un filo difficile.

Poi ci siamo scoperte guascone, sotto l’occhio del nostro Ulisse italico che ci ascoltava attento e ci faceva ritessere la tela, se sbrodolavamo. Io ho sbrodolato un po’ più di Luisa, lei ha conservato il suo aplomb.

Comunque, nel video delle papere, qui di seguito, si capisce tutto quello che si deve capire. Notare quanto la nostra pelle risulti liscia e senza rughe, prego. Ma quali filtri! Abbiamo scoperto che lavorare divertendosi è un filler naturale.

E poi leggi come la racconta Luisa  🙂

 

FOto per post di Annamaria Anelli: Formazione in aula, light

Formazione in pillole: breve, leggera e sostenibile

Da gennaio ho sperimentato un nuovo modello di formazione in aula (nuovo per me): niente più giornate intere, ma poche ore alla volta, da due a quattro. In questo post dico come è andata, ma anticipo la conclusione: mi è piaciuto un sacco!

Dove ho insegnato:

IED, Milano – Master in Social Media and digital PR, 4 ore x 3 incontri (già sperimentato l’anno scorso).

Scuola Holden, Torino – Survival Kit, 4 ore x 12 incontri spalmati su 6 college (già sperimentato l’anno scorso).

Zandegù, Torino – Scrivere per lavoro 101, 2 ore x 4 incontri (serali!).

Pennamontata, Roma – Copy42, 3 ore x 1 incontro.

Scuola Forense, Monza – Scrivere per farsi capire e per raccontare: 4 ore x 1 incontro.

I pro di una giornata intera di formazione in aula

Una giornata interamente dedicata alla formazione resta comunque utile e interessante perché mi dà la possibilità di:

  • affrontare l’argomento o gli argomenti con un certo approfondimento
  • rispondere a molte domande senza dover tagliare per fare in fretta
  • rispondere ai partecipanti che mi sottopongono i loro casi (se le circostanze lo permettono e i numeri sono ridotti, come, in alcuni casi, al Digital Update).

Quest’ultima è la modalità “pronto-pizza”, come la chiamo io: lì su due piedi, a caldo, come se avessi in testa le cuffie del Rischiatutto, la formazione si trasforma in una mini-consulenza. Certo non ho le ricette per le torte perfette, ma mi impegno per cercare di fare ragionamenti costruttivi e, dove posso, indicare strade percorribili. Anche se per me è molto faticoso per le energie mentali che devo impiegare, mi rendo conto che spesso questo è il valore aggiunto di certi miei corsi.

Alla fine della giornata i partecipanti hanno in mano alcuni strumenti pratici, tanti stimoli e magari hanno anche risolto un paio di dubbi molto concreti, ma sono stravolti: come tuti quelli che fanno formazione sanno, da dopo pranzo in poi l’attenzione cala e verso la fine della giornata nemmeno più i caffè bastano (vale anche per me).

I pro di una formazione in pillole

Ho scoperto che il formato light è il mio preferito perché:

  • mi permette di spalmare i contenuti con più precisione: se so che devo stare in poche o pochissime ore, per magia sono molto più efficace nell’adeguare a ciò slide, spiegazioni e micro esercitazioni
  • mi permette di dosare la quantità di energia che spendo: di nuovo, se so che le ore a mia disposizione sono contingentate, divento più brava a concentrare le energie e se anche mi devo trasformare in un martello pneumatico, so che me lo posso permettere
  • il formato breve e ripetuto fa sì che i contenuti sedimentino molto di più, tra una volta e l’altra, e l’efficacia pratica dei suggerimenti che do aumenta di conseguenza.

Alla fine delle ore di formazione i partecipanti sono ancora freschi, hanno spessissimo in canna delle domande che immancabilmente mi impediscono o di fare la pausa a metà o di andarmene via all’orario stabilito (ma va bene così!), e mantengono una buona concentrazione fino alla fine. Molto spesso sono anche contenti di fare le esercitazioni a casa e poi mi scrivono in pubblico e in privato per raccontarmi di come hanno messo in pratica certi strumenti.

Per chi fa formazione c’è forse qualcosa di più gratificante, rinforzante e galvanizzante?

Il corto funziona in video (non lo scopro io, ok)

Come ho sperimentato con Copy42, il formato breve si presta molto bene a essere metabolizzato anche in video. Nell’edizione di Roma, in aula, c’erano 16 persone, ma via video gli iscritti al corso erano 60. Ebbene, non c’è stata nessuna differenza a livello di risultati delle esercitazioni tra chi era in aula e chi riguardava la registrazione, e anzi, in quest’ultimo caso la voglia di entrare in contatto con i compagni per un confronto e con me per darmi dei feedback (attraverso il gruppo Facebook e la messaggistica in privato) ha spinto la partecipazione alle stelle.

Modello di business cercasi

Il formato breve ha un sacco di vantaggi, ma è da capire come migliorare il modello di business che ci sta sotto. Se a Torino mi posso permettere di spostarmi per più volte, prendendo l’autobus, anche solo per insegnare due ore dalle 19 alle 21, diventa dispendioso andare in trasferta in un’altra città, stando via una giornata intera, per fare magari solo poche ore effettivamente retribuite.

I costi sono troppo elevati e non sostenibili dai committenti, se ti fai pagare non solo per le due o tre ore di effettiva formazione, ma per l’intera giornata che, ribadisco, è comunque tutta occupata.

Che il video può essere la risposta l’ha già detto qualcuno? 🙂

Tu che cosa ne pensi? Lasciami il tuo commento qui o su Facebook, se trovi il tempo. Grazie!

Foto di Marco Borgna