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I segreti dei confronti in TV

I segreti dei confronti in TV

Tutti i podcast di Francesco Costa sulle elezioni americane sono molto interessanti, così come la sua newsletter che se non arriva mi crea attacchi d’ansia (ma per ora è sempre arrivata!). Stamattina ho ascoltato il podcast  su come si fa a vincere i confronti in TV e ti suggerisco di non perderlo, perché io mi sono segnata solo un paio di cose che ti racconto qui, ma merita un ascolto attento. Il sale glielo danno gli esempi molto succosi sulle campagne elettorali passate: Francesco Costa infatti ripropone piccoli inserti audio di momenti memorabili, in cui i candidati o hanno fatto gaffe incredibili o hanno steso l’avversario in poche frasi.

La gaffe che più mi ha colpita è il momento di black out che ha avuto il governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, durante la campagna elettorale del 2012, quando non si è ricordato la terza agenzia governativa che voleva abolire!

Comunque, le cose che mi sono appuntata sono queste.

I confronti televisivi servono davvero?

Sì, in America hanno conseguenze sul voto perché, dopo due anni di campagna elettorale:

  • è la prima volta che i candidati alla presidenza si parlano guardandosi in faccia
  • i duelli televisivi sono molto preparati e strombazzati dai media (sono addirittura mandati in onda a reti unificate)
  • guardano la televisione e si interessano al tema anche le persone che magari prima non si sentivano coinvolte.

Come si capisce chi vince?

Per rispondere a questa domanda Francesco Costa fa un’osservazione che non è una novità, ma nella quale mi riconosco benissimo: dice che noi tendiamo a pensare e a dire che va meglio il candidato con il quale siamo d’accordo.

Se ci rifletti, questo è vero in generale: preferiamo le persone che la pensano come noi, ci cerchiamo amici simili e anche, possibilmente, un o una partner con cui non dobbiamo litigare tutti i momenti sui massimi sistemi.

Io mi ricordo il confronto televisivo tra Occhetto e Berlusconi nel 1994: sì quello in cui il leader del PDS indossava un terribile completo marrone rimasto nelle battute di tutti nei mesi seguenti. Ripenso alla sicumera di Occhetto, alla sua ironia verso il rivale, e soprattutto rivivo la sensazione “ok, siamo a posto, nessuno può votare uno come Berlusconi” con la quale sono andata a dormire. Niente di più sbagliato, come sappiamo benissimo.

Allora, Costa dice che il confronto in TV non è un convegno, ma un vero e proprio duello nel quale ha la meglio non il contenuto, ma la performance. Lo vince, e lo si può capire prima che escano i sondaggi, chi dà migliore prova di sé dal punto di vista della capacità di:

  • gestire lo stress
  • rispondere alle critiche
  • discernere quando è meglio andare all’attacco dell’avversario o quando basta una battuta sdrammatizzante.

Per questo i candidati cercano l’affondo, si preparano per la frase a effetto, cercano di lasciare il ricordo di una parola, di un motto, di una frase twittabile. Perché i ricordi di chi guarda i dibattiti si àncorino a qualcosa di concreto e sempre lì a disposizione, da rivedere o risentire e soprattutto da raccontare agli altri.

Efficacissimo l’esempio che riporta Costa: la domanda che rivolge agli Americani Ronald Reagan nel 1980 e che sintetizza in un minuto e 4 secondi due anni di campagna elettorale (si può vedere anche qui):

Next Tuesday is Election Day. Next Tuesday all of you will go to the polls, will stand there in the polling place and make a decision. I think when you make that decision, it might be well if you would ask yourself, are you better off than you were four years ago? Is it easier for you to go and buy things in the stores than it was four years ago? Is there more or less unemployment in the country than there was four years ago? Is America as respected throughout the world as it was? Do you feel that our security is as safe, that we’re as strong as we were four years ago? And if you answer all of those questions yes, why then, I think your choice is very obvious as to whom you will vote for. If you don’t agree, if you don’t think that this course that we’ve been on for the last four years is what you would like to see us follow for the next four, then I could suggest another choice that you have.

Le domande sono un espediente retorico sfruttatissimo, ma che continua a dare risultati perché quando ci interrogano noi possiamo solo rispondere: magari non ci esce alcun suono, non diamo l’idea di essere interessati, fingiamo che quella domanda sia rivolta ad altri, ma, nella nostra testa, le diamo una riposta, eccome. E quando rispondiamo, è fatta.

E qui lo speeach writer di Reagan ha giocato alla grande: quando mai a domande come queste noi (non solo gli Americani) rispondiamo in maniera positiva? I soldi, l’occupazione, la sicurezza sono i grandi classici sui quali non siamo MAI soddisfatti. “Sì” è praticamente impossibile, come risposta. Quindi, se “No” è la risposta di default, il voto a Reagan era la naturale, diretta conseguenza (infatti).

I dibattiti tra Clinton e il suo avversario sono andati come sappiamo e sarebbe bello rivederne alcuni spezzoni alla luce di queste considerazioni: se trovi il tempo per farlo, mi scrivi?

foto di Marco Borgna

 

 

 

Come raccontare un business difficile da raccontare

Come raccontare un business difficile da raccontare

Mi aiuti a raccontare il mio business? È talmente di nicchia che se uso certe parole tecniche mi capiscono solo 10 persone. Oppure all’opposto. Avrei bisogno dei testi per il mio sito però ho un problema: come mi distinguo dagli altri se la mia attività la fanno già in tantissimi?

In genere queste domande arrivano nell’email di contatto, poi si rifanno vive all’inizio della prima telefonata Skype, quella in cui io e il mio cliente o la mia cliente entriamo nello specifico.

Il primo passo? Applicare la mia check-list in modo da rendere l’attività lavorativa che prendiamo in esame scomponibile e molto concreta.

Può essere un passaggio che facciamo insieme, vedendoci di persona o via Skype, oppure qualcosa che il mio cliente fa in separata sede e che poi discutiamo in un secondo momento. Ecco nella pratica che cosa chiedo di fare.

Check-list: di che cosa è fatta la mia attività

  1. Fai l’elenco degli ambiti o degli argomenti dei quali ti occupi
  2. Togli dall’elenco ciò che non ti piace o non vuoi più fare
  3. Riordina i punti in base a ciò che porta più grano in tasca (se al punto 2 ha tolto l’attività più remunerativa, allora, Houston abbiamo un problema)
  4. Spiega ogni punto con parole semplici, chiare e concrete
  5. Raggruppa il tutto per macro ambiti e attribuisci loro un nome
  6. Lavora di fino fino a distillare alcune frasi che racchiudano tutto il succo più importante.

Il segreto? Rispondere a ogni punto come se si dovesse spiegarlo alla propria vicina di casa, che ha altro da fare.

Poniamo il caso che tu sia un counselor in ambito lavorativo (che ne escono tutti giorni a manciate, come i funghi dopo la pioggia).

Ti chiedo di iniziare così “quando una persona viene da me perché non sa come fare per… io la ascolto, le faccio delle domande, e poi stilo per lei un percorso…”.

Non rimanere sul generico “quando viene da me una persona che ha problemi a inquadrare la sua vita lavorativa…”, ma usa parole più concrete: “di solito vengono da me donne di circa trent’anni anni che non sanno come impostare una ricerca di lavoro fondata su criteri chiari: a volte rispondono ad annunci per addetti al call center e a volte per baby sitter”.

Poi, formula con parole semplici alcune domande che di solito fai per inquadrare la situazione: “le chiedo per quanti anni è stata dipendente prima di decidersi a…” oppure elenca ciò che fai in preparazione al secondo incontro: “le chiedo di svolgere questi tre compiti: 1)…, 2)…, 3)…”.

Alla fine di questo lavoro di scomposizione ho a disposizione frasi-succo del genere: aiuto le persone a riprogettare il loro modo di cercare un impiego; faccio in modo che le persone che sono uscite dal lavoro a una certa età riflettano prima di tutto su che cosa sanno fare e su che cosa vogliono fare.

Frasi-succo che mi serviranno quando dovrò scrivere i testi per la tua About page, ad esempio: quando la leggerai percepirai una certa aria di famiglia, ti sembrerà di averla scritta tu. Oppure potrò farli diventare la base di una qualsiasi email di presentazione, di un pitch, di una social bio, della Sales page dei tuoi servizi.

La cosa importante è che i termini tecnici, quelli per gli addetti ai lavori, rimarranno solo se indispensabili e non troverai da nessuna parte che sei leader di mercato o che offri servizi a 360° 🙂

Saranno le tue parole a parlare di te e per te.

foto di Antonia Galvagna

 

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden

Dal 26 aprile al 10 maggio ho fatto la profia alla Scuola Holden: il mio modulo si chiamava Survival Kit e serviva per introdurre i ragazzi in uscita dal biennio di Storytelling & Performing Arts al mondo-dopo-la-Holden.

Il mondo fuori può sembrare l’apocalisse dopo che trascorri due anni a studiare narrazione in ogni sua forma, vai in una scuola bellissima, sei circondato da compagni motivati come te e hai a disposizione insegnanti in gamba, tutor e quant’altro tu possa desiderare.

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden - Annamaria Anelli

Poi non tutto è come sembra, certo, c’è sempre una buona dose di disillusione e a tutti manca “quel pezzo lì”: sta nell’ordine delle cose. Non ho mai sentito di qualcuno che spenda tanti soldi per fare un’esperienza uscirne completamente soddisfatto. Ognuno cercherà, poi, da sé, la sua strada; prenderà gli stimoli e ne farà ciò che vorrà o potrà.

Anche per questi ragazzi sarà così: sogni, mancanza di sogni, obiettivi, desideri, realtà e frustrazioni saranno lì per tutti, volenti o dolenti.

Il mio modulo comprendeva:

  • elementi basici basici di come si apre una partita IVA
  • elementi più corposi di che cosa vuol dire fare i freelance
  • basi solide di come si prepara un colloquio di lavoro e come si affronta
  • esercizi di cosa ci deve stare in un CV e come scriverlo
  • parte fortissima di motivazione sul come mi racconto in poche righe in modo da farmi ricordare 
  • elementi avanzati di come scrivo il mio profilo Linkedin e che cosa ci metto dentro
  • basi di come uso i social network per lavoro e di perché è meglio ripulirli da tutto ciò che potrebbe nuocermi dal punto di vista professionale.

Potevo fare tutto da sola? No! Non sono una tuttologa, anche se sono una freelance e su alcuni argomenti posso dire la mia. Allora mi sono affidata alle parole di chi certi argomenti li conosce molto bene e mai decisione fu più azzeccata.

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden - Annamaria Anelli

Ecco le cose che ho imparato da questa esperienza, una dopo l’altra.

1. Ho una rete fortissima

Ho come amici grandi professionisti che hanno una buona (alcuni ottima!) presa, in video: dico questo perché li ho intervistati! Ma andiamo per gradi.

Cristiano Ferrari mi ha aiutata a individuare il programma giusto per registrare alcune telefonate skype e mi ha seguita mentre lo istallavo e durante le prove che abbiamo fatto fra di noi per preparare il tutto: io, di qua, stavo piantando un acero rosso, sei dipladenie, un rododendro, due clematis e reinvasando sei piantine di edera; lui, di là, seguiva i clienti e dava da mangiare alla figliola. Insomma, ci davamo appuntamenti precisi (che poi rispettavamo) e ne siamo venuti fuori benissimo in poche ore. Grazie Cristiano: ormai l’aperitivo è diventata una cena con i fiocchi.

Perché avevo bisogno di registrare alcune telefonate skype?

Perché volevo evitare di “accoppare” 130 ragazzi con una tonnellata di slide e volevo che certi concetti li sentissero direttamente dalla bocca, dagli occhi e dal cuore di chi li maneggia tutti i giorni.

Così ho chiesto la disponibilità a Carlotta Cabiati (cose da commercialista), Roberta Zantedeschi (colloquio e CV); Giorgio Minguzzi (Linkedin), Vanessa Vettorello (foto profilo) e Daniela Scapoli (social network).

2. Una consulenza si compra

Ognuno nel suo specifico è un professionista che ammiro e ho pensato che comprare una loro ora potesse essere per me un ottimo investimento. Sì, ho comprato. Ho messo subito in chiaro che non chiedevo favori: volevo un’ottima prestazione e l’ho ottenuta. Sono sicura di aver aiutato un manipolo di ragazzi a capire quanto è complesso e sfaccettato il mondo del lavoro, se ancora non lo sapevano, proprio grazie a questi amici.

Carlotta non l’ho registrata perché in quel momento non ci avevo ancora pensato: ma ho preso appunti e soprattutto l’ho segnalata come punto di riferimento. Vanessa si è rifiutata di farsi filmare (il panico da video!) e ha scritto una bella lettera ai ragazzi su che cosa significhi individuare il fotografo giusto; Daniela, Giorgio e Roberta, invece, li ho intervistati e registrati nel fine settimana del 25 aprile e ancora devo finire di ringraziarli per la loro disponibilità. Sono stata una rompicoglioni, e loro stupendi.

Anche Francesca Parviero mi ha dato una mano e per me è stata un modello inarrivabile di donna: io le prime due settimane dopo il parto piangevo, lei mandava link e dispensava consigli. Mitica.

3. Insegnare ai ragazzi è un’altra storia

Io ho sempre a che fare con gli adulti e con le logiche che si instaurano in ambiti in cui – nella stragrande maggioranza dei casi – ci sono professionisti di fronte a un’altra professionista.

Con i ragazzi ti devi guadagnare una certa dose di rispetto: devi far sentire quanto sei dentro le cose, non solo quanto ne sai. Loro aspettano di vedere la tua stoffa mentre parli, che cosa esce di te negli argomenti che affronti, come rispondi alle domande insidiose e se non li convinci ti ripagano con l’indifferenza.

Questo è un aspetto molto delicato, che mi ha chiesto una riconsiderazione di ciò che faccio e di come lo faccio. Ne sono uscita bene, molto, perché è il mio modo di coinvolgere che li ha coinvolti, è il mio modo di non risparmiarmi che non li ha fatti risparmiare.

Ma ho anche capito alcune cose su come la scuola (quella dell’istruzione obbligatoria soprattutto) preferisca studenti silenziosi e rispettosi, piuttosto che persone in fieri, con tutto il loro bagaglio di richieste, oltre che di doveri.

È più semplice verificare la conoscenza di un sapere che assecondare il desiderio di confronto – lo posso capire, perché risulta molto faticoso – ma, così, quello che viene a mancare è la possibilità di formarsi un’identità propria, anche solo per contrapposizione a un insegnante che la pensa diversamente.

4. Leggere i segnali del corpo non è facile

Soprattutto il primo giorno, poi ho preso le misure, mi sono scontrata con qualcosa di nuovo. Io quando sono in aula viaggio tra le postazioni guardando negli occhi le persone. Anche con i ragazzi ho fatto così, e ho raccolto occhi che rifuggivano il contatto.

L’ho presa male, non tanto per questioni di lesa maestà, ma perché il contatto oculare è per me una spia significativa di quanto i contenuti che propongo stiano entrando in profondità. A me l’ascolto silenzioso non piace: io voglio che le cose prendano la via “del dentro” ed eventualmente tornino fuori con tutte le domande possibili. Sono comunque segni di interesse. L’indifferenza non so da che parte prenderla.

Con questa esperienza alla Scuola Holden ho scoperto che uno sguardo sfuggente può essere anche solo ammissione di timidezza: le persone che non volevano esporsi in pubblico (quasi tutte), a fine lezione, hanno fatto la coda per chiedermi un parere e ce ne siamo andati via mezz’ora più tardi dell’orario stabilito. Loro con il mio interessamento, io con un pezzetto di felicità in tasca e il conseguente gelato gratificatorio (se qui non l’avete mai mangiato, andateci di corsa).

Alcuni invece hanno mantenuto bello aperto lo schermo del Mac: può essere stata, certo, una professione di fastidio o di non condivisione dei miei contenuti, ma anche un muro nei confronti del mondo in generale. Magari quel mondo che si fa fatica a cacciar via, visto che dopodomani finisce la scuola, e che non si vorrebbe entrasse dalla porta con tutte le sue richieste.

Ma il mondo entra lo stesso, cari ragazzi anche un po’ miei, e comunque ti pone domande e ti chiede azione. Perché è il mondo. E non smette mai.

Foto Antonia Galvagna

Foto MArco Borgna

Dal tricotage a scrivere email il passo è breve

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Questa è la copertina di Scrivere email, costruire relazioni: il mio nuovo ebook in uscita il 17 maggio per Zandegù che spiega come scrivere email di lavoro chiare, focalizzate sull’obiettivo e scritte con linguaggio umano.

Le parole tessono relazioni; le parole scritte creano coperte dalla trama incrociata; le email gettano reti tra le persone e quelle a maglia più stretta rendono il mondo più vicino. Quindi, come per imparare a fare la maglia occorre abituarsi all’esercizio quotidiano del tricotage, così per scrivere email che ci facciano amare e – soprattutto – ci portino clienti, occorre che trasformiamo scrittura e riscrittura in un allenamento continuo.

Sapendo:

  • quali parole è preferibile usare e da quali è meglio tenersi alla larga
  • perché sia utile usare lo spazio bianco e i titoletti
  • come dire no che sembrino sì
  • come scrivere per presentarsi in modo da non far addormentare chi legge dopo le prime tre righe
  • come respingere una richiesta di consulenza travestita da “consiglio al volo”.

Fare attenzione alle parole che usiamo sul lavoro, e soprattutto a quelle che scriviamo e che poi restano lì a parlare di noi per un tempo più o meno lungo, serve a migliorare la qualità della vita di tutti.

Se io investo tanto denaro per raccontare la mia storia, ma poi rispondo ai miei clienti burocratico come una PA e ingessato come un amministratore di condominio, che immagine fornisco di me?

Collaboratori, clienti, colleghi, dipendenti non fa differenza: le parole hanno la stessa enorme capacità di aprire e chiudere le porte.

Di questi e altri argomenti parlo nell’ebook. Che esce il 17 maggio e ha la copertina viola, perché io non sono superstiziosa!

foto in evidenza di Marco Borgna

No, non sono ancora stanca

No, non sono ancora stanca

Sto tornando da due giorni di formazione alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sono stracotta, con le occhiaie e la stanchezza che non mi fa abbassare le palpebre (capita solo a me?). Ho parlato di scrittura, di semplificazione, di lotta al nostro lato oscuro.

Come mi ha scritto qualcuno in privato, sono andata nella tana del lupo. In realtà sono andata (e spero di tornarci) dove volevo andare da un bel po’ di anni, a dire ciò che vado predicando senza sosta dovunque mi chiamino per ascoltarlo: non esiste un posto dove non si può semplificare il linguaggio.

No, non ho ancora la nausea di ascoltare che:

da noi proprio non si può

è la nostra materia che non si presta

il nostro Ente è particolare

noi abbiamo la necessità di scrivere così

queste cose riguardano altri, noi già siamo tanto migliorati

queste cose le devi dire a chi sta sopra

queste cose le devi dire a chi scrive le leggi

queste cose non le devi venire a dire a noi

io già mi sforzo

io già ho pensato a queste cose anni fa

da noi non cambia niente da anni

da noi non può cambiare niente

No, non ho ancora la nausea di dire che bisogna pensare a chi legge, allo sforzo che facciamo quando, da lettori, cerchiamo di interpretare quello che ci scrive il Comune, la Regione, il Ministero (ma anche la banca, il medico, la scuola, eh).

No, non sono ancora stanca di stare lì in piedi a sorridere quando qualcuno mi fa capire che non è lui che si deve abbassare, ma sono gli altri a doversi elevare. No, non sono ancora stanca di mostrare il prima e dopo la cura; di rispondere per le rime, di non rispondere affatto.

Non sono ancora stanca di viaggiare di qua e di là parlando col cuore in mano, oltre che con il cervello innescato. Non sono ancora stanca di dimenticarmi di fare la pausa e di fare pipì. Perché se lo dimentica chi mi ascolta, di fare la pausa e di fare pipì, allora vuol dire che andiamo alla grande.

No, non sono ancora stanca, insomma. Perché?

Perché ogni volta scopro le persone: magari dimenticate nel loro ruolo, magari scoraggiate, magari bloccate, magari ignare, magari ferme al secolo scorso, magari, semplicemente, con la vita che scorre loro sopra.

Continuo ad avere davanti montagne altissime perché è la fatica del cambiamento che impala le persone al freddo della loro scrivania. Cambiare fa spalancare le finestre e provoca corrente, fa turbinare i fogli, scompiglia i capelli, getta a terra i cestini, sbatte le porte, fa cadere le targhette.

Fino a quando potrò sorridere e fino a quando mi dimenticherò di fare pausa, e fino a quando nessuno se ne accorgerà, lo dico qui, io continuerò.

foto di Marco Borgna

Che cos cercano i clienti qui? Annamaria Anelli

I clienti che cercano storie

Quando ti scopri a farti domande del genere “come si fa a riconoscere che un cliente è quello giusto”, vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

Non è la prima volta che rifletto ad alta voce sul concetto. Ho scritto che i clienti sono come le ciliegie, cioè li devi scegliere. E anche loro lo fanno con te, ça va sans dire.

Allora partiamo dall’inizio: che cosa cercano i clienti che mi cercano? Dico davvero. Mettiamo giù quel che so fare:

  • ascoltare qualcuno che mi racconta la sua storia
  • emozionarmi e fare tante domande
  • raccontare quella storia come l’avesse scritta lui o lei.

Niente di speciale? In realtà c’è tutto il mio mondo.

Le emozioni alla base delle storie

Io non so scrivere se non c’è intorno l’anima. Devo compatire, nel senso originario di patire con, provare lo stesso dolore dell’altro (la sympatheia) e immedesimarmi nelle sue emozioni, cioè provare empatia (la empatheia).

Se non c’è questo, non c’è storia. Ma non vuol dire che accetto solo clienti che sono in difficoltà e piangono molto, dai: significa che bisogna partire dalla crisi, per rendere un racconto così forte che gli altri ci si possano immedesimare.

La crisi

Quando ho scritto i testi per l’agriturismo Borgogelsi, la crisi c’era, eccome, se c’era. Talmente grossa che pareva insormontabile. Volevo raccontare questa storia col sito online, ma, visto che ancora non è pronto, incomincio io.

L’agriturismo, composto da 6 miniappartamenti, è una costruzione lineare e super funzionale a venti passi da un complesso di case del 1200 con i mattoni rossi e strapiene di storia.

La prima volta che ho preso atto della portata della crisi, io e Giuliana, la proprietaria, avevamo gli stivali e camminavamo nel fango rosso della pianura padana più tipica. Guardavamo, di là, la costruzione squadrata e pulita; di qua, le case in cui avevano abitato addirittura i frati canonici.

La battaglia sembrava persa in partenza: la funzionalità contro la storia.

E invece no.

Mettere in scena la crisi

È arrivato in mio soccorso un vecchio racconto del mio amico Roberto, commesso in un negozio di abbigliamento: un giorno, una signora in sovrappeso (entrata per comprarsi un abito da cerimonia) stava correndo alla cassa con in mano una specie di saio e con in viso l’espressione di chi vuole togliersi presto il dente. Il mio amico le ha tolto gentilmente di mano il vestito e l’ha apostrofata con amore: “cara, se ci sono dei difetti, coprendoli li metti soltanto in mostra; distrai invece l’attenzione mettendo in evidenza i pregi (nel qual caso erano una vita stretta e ben tornita)”.

Con queste parole nella testa, ho detto a Giuliana che noi non avremmo nascosto la nostra costruzione, ma avremmo fatto venir fuori la vita stretta e ben tornita. Che in realtà era lì, davanti ai nostri occhi: appartamenti moderni, comodi e funzionali; tutti uguali perché la ripetizione dei moduli abitativi era stata pensata per non sprecare energie e risorse; tutti abitati da mobili con un passato produttivo alle spalle (Giuliana e il marito li avevano comprati, modificati e ricondizionati quando un’azienda locale aveva chiuso); tutti democraticamente affacciati su un boschetto di piante scelte per richiamare la vegetazione originaria di queste terre.

Quella “crisi” in realtà era la vera grande risposta alla storia delle case in mattoni rossi. Una storia che poteva continuare a dire la sua, ma che non poteva fermare il cambiamento.

Che cosa cercano i clienti che mi cercano

Alla fine, la risposta è una: i clienti che mi contattano cercano in realtà il modo per raccontare le loro piccole o grandi storie, a metà tra lavoro e aspirazioni.

È proprio in quel “a metà”, in quegli interstizi, che io cerco le nuvole e, quando le vedo, inizio a raccontare. Perché io questo so fare: raccontare con l’anima intorno.

foto di Marco Borgna

***

Il 13 aprile a Trieste alla UAUAcademy e il 15 aprile a Bologna, al Digital Update, parlo di come costruire piccole storie.

Parole pesanti

Parole che ti fanno sentire piccola piccola

Sto per iniziare un progetto formativo molto interessante e qualche settimana fa ho conosciuto i committenti, la persona che mi ha cercata e coinvolta e uno dei docenti che si spartirà con me le ore di lavoro.

Sono entrata nell’edificio che si trova proprio fuori dalla stazione di Milano Garibaldi e lì si è consumata (come si dice) la mia piccola tragedia.

Hai presente quella sensazione che ti percorre la schiena quando apri la borsa alla reception e scopri di non avere la custodia che contiene carte e documenti di identità?

L’efficiente receptionist mi ha squadrata e mi ha detto che l’unico modo per raggiungere il piano era quello di farmi scortare dalla persona che mi stava aspettando. Io ho detto ok, lei ha preso il telefono, ha fatto un po’ di numeri e poi ha sentenziato la mia condanna: “qui c’è una signorina che chiede di lei, si chiama Annamaria Anelli. Bene, sì, no: la signorina non ha i documenti con sé e quindi dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere. Grazie.”.

A parte la questione della “signorina” – prova a sostituirla con “scema” – mi è scattata l’analisi automatica. Ora, io lo so che una dovrebbe pensare a quello che mette nella borsa la mattina, invece di fare la studiata, ma a me quel “dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere” ha fatto sorridere.

Dovrebbe essere così gentile è la nostra formula standard per imporre qualcosa a qualcuno senza voler sembrare impositivi. Dovere è il verbo servile della necessità, ma con il condizionale e la perifrasi dovrebbe essere così gentile ne anneghiamo la portata perentoria smussando il comando sottointeso (deve venire qui).

In più quel venirla a prendere: venga giù a prendersi ‘sto peso, era il succo.

Poteva andare bene un “potrebbe essere così gentile da scendere un momento?” oppure anche un “potrebbe venire ad accompagnarla?”, insomma un’espressione un po’ meno giudicante avrebbe salvaguardato i protocolli aziendali e il mio amor proprio scassato.

Io ho aspettato in disparte provando varie formule: “ho cambiato borsa proprio stamattina” (svampita); “mi hanno rubato la custodia dei documenti” (sfortunata); “credevo proprio di averla con me, ma l’ho lasciata ieri al ministero del lavoro quando sono uscita (vip)”.

Poi il mio angelo traghettatore si è palesato sotto le sembianze di una ragazza trentenne con lo sguardo limpido e col sorriso bello stampato in faccia. Un sorriso non d’ordinanza, uno di quelli veri, se rendo l’idea.

Mi sono dimenticata le frasi preparate, le ho teso la mano e ho confessato subito “scusa, guarda, mi vergogno, questa non è una bella presentazione per una consulente”. Lei mi ha stretto la mano e mi ha mostrato il suo badge: “io lo lascio a casa almeno una volta alla settimana”.

Cos’altro c’era da aggiungere?

Ho pensato che quella si sarebbe trasformata in una riunione con i fiocchi. E così è stato 🙂

foto di Marco Borgna

Cose che faccio a inizio 2016

Cose che faccio a inizio 2016

Di solito non racconto i fatti miei perché odio fare spam di me stessa, ma mi hanno fatto notare che io faccio troppo poco spam di me e che ci devo lavorare.

Ok, ci lavoro.

Da gennaio a maggio andrò un po’ in giro a parlare di scrittura e di sopravvivenza (ah ah!)

Per una grande banca sarò coinvolta in un progetto di formazione che prevede un lavoro sulla scrittura dei report e uno sulla visualizzazione dei dati. Non vedo l’ora anche perché imparerò cose nuove e utilissime. Grafici, tabelle, dashboard: arrivo!

Il 28 gennaio e il 4 febbraio insegnerò al Master in Social media and digital PR dello IED di Milano.La scrittura per il web contiene talmente tanti cassetti che sarà davvero interessante aprirli e metterci le mani.

Il 20 febbraio bisserò il mio corso “Business Writing” per Zandegù, a Torino. Che bello essere a casa, andare e tornare a piedi e avere ancora il tempo per preparare la cena (che culo, certo).

Il 22 e 23 marzo sarò di nuovo alla UAU Academy di Trieste con un corso sullo storytelling e uno di scrittura per la PA. Io amo andare a Trieste: il Molo Audace ogni volta mi suggerisce qualcosa a cui pensare. E poi le aule sono sempre tanto accoglienti, piacevoli. Rosy Russo una delizia.

Ad aprile e a maggio sarò docente di un Survival Kit per la Scuola Holden di Torino: un percorso di accompagnamento “alla vita senza la scuola” per gli studenti in uscita dai college Crossmedia II, Series II, Real World II, Filmaking II, Scrivere II. Sarà interessante incontrare i ragazzi: molto giovani, molto preparati e molto da preparare alla vita da freelance.

A tutto ciò si aggiungerà un corposo lavoro di riscrittura di testi per una finanziaria e la chiusura di alcuni lavori per i siti di un paio di clienti, dei quali scriverò.

Poi ci sono dei progetti che ancora sono lì lì, e che spero proprio vadano in porto.

A gennaio uscirà il mio ebook sulle mamme freelance e a maggio quello sulle e-mail come strumento di relazione edito da Zandegù. Oddio che emozione!

E poi basta spam, dai 🙂

foto di Marco Borgna

 

Il mio nuovo sito

Il mio nuovo sito

Era da un sacco di tempo che volevo un sito nuovo, ma col passare delle ere geologiche ho messo a fuoco che non era questo l’obiettivo, quanto capire davvero che cosa metterci dentro. E per capirlo era assolutamente necessario lavorare con qualcuno di adatto. Perché volevo essere accompagnata, certo, ma anche arrivarci io, essere parte attiva del risultato.

Così ho iniziato il percorso ideato da Enrica Crivello e Ivan Rachieli e, quando siamo arrivati alla fine, ho capito che dovevo far fruttare tutto ciò che avevo messo a fuoco. Ho chiesto a Ivan di fare ancora un pezzo di lavoro con me e, voilà, questo sito è il risultato.

Penso che finalmente spieghi bene che cosa faccio e ho intenzione di continuare a fare nei prossimi anni.

Rispetto al mio vecchio blog non c’è più scritto che sono una business writer, né una formatrice, né una copy. È chiaro che io continuo a fare tutte queste cose, non ho deciso di mettermi a vendere formaggio al mercato.

Ma sai che cosa? L’etichetta non ce la metto più. Io sono una che scrive, che ama scrivere, che è malata “di scrivere” 🙂

E mi piace scrivere le storie degli altri, mi piace raccontare, mi piace prestare le mie parole per far nascere la visione di chi decide di affidarsi a me.

Io per lavoro aiuto le persone a raccontarsi. Allora, si capisce che cosa faccio?

Il complimento più bello bello bello in assoluto me lo ha fatto abbastanza di recente una persona. Mi ha detto: ci sono persone che fanno il tuo lavoro come te, in America.

Ma ti rendi conto?

Noi ragazze sempre un po’ interrotte, nel senso che ci si interrompe la facoltà di vederci con gli occhi giusti, davanti a una frase così diventiamo porpora e diciamo subito ma no, ma no. Come se il complimento fosse fuori luogo e preferissimo la nostra battaglia quotidiana per far capire il nostro valore.

Allora, è chiaro che io non sono l’unica a fare il lavoro che faccio come lo faccio, ma prometto di ricordarmi almeno una volta alla settimana che se è vero che tutti i fiori sono fiori, è anche vero che un giacinto non è un peonia.

Sul sito ci sono io in ben due pagine, con la mia foto. Non è anche solo questo un traguardo? Ho già scritto più volte del problema di noi ragazze con le foto: ebbene, sono la prova vivente che se trovi la fotografa giusta (per me è lei), la storia può avere un lieto fine. Con le rughe, le borse e le imperfezioni lì, a dire chi sei, ma con la luce a darti una mano.

Ho tolto tanto, rispetto al sito vecchio, ho riscritto il resto, soprattutto ho capito che cosa mi piace fare e come lo voglio fare.

Mi impegno a raccontare di più e a mandare una newsletter una volta al mese.

E mi impegno a essere più felice.

#voglimibene

foto di Marco Borgna

Il terzo tempo

Il terzo tempo

Durante gli ultimi dieci anni della mia vita da freelance ho fatto la mamma freelance, e per ora sono viva. E ne ho scritto un ebook.

Viaggi, sonno, riunioni improvvisate, feste di classe, Mac allagati, compiti, pigiama sopra la gonna perché “mamma, guarda che i colori stavano benissimo insieme”, post-it finiti nella tazza del latte, colloqui con le maestre, “no, non mi disturba affatto” caricando la lavatrice, telefonate fiume perdendo il primo tuffo senza salvagente e collezioni di “però le altre mamme non vanno in giro come te”.

Esattamente come centinaia di altre ragazze della mia età (quasi 46, mariaverginesantissima), sono entrata nella dimensione della stanchezza pervasiva. Che vuol solo dire che hai sonno sempre.

La mamma freelance è uno stato dell’anima, che ti porta sulle montagne russe: un giorno sei fiera di te (un nuovo cliente, evvaiiiii!) e il giorno dopo ti fustighi (ti sei dimenticata la colonscopia di tuo padre).

No, non si può far tutto, e non si deve.

Bisogna invece:

  • delegare a un compagno di vita che non si comporti come un altro figlio
  • assaporare a pieni polmoni la compagnia di amiche complici
  • cercare di ritagliarsi minuscoli frammenti di cura di sé anche in situazioni estreme.

E dire le bugie.

Bisogna ricavarsi un terzo tempo insomma: che non è lavoro, non è cura della famiglia, ma è un insieme di istanti in cui si assapora la solitudine. Ci sono modi per farlo, giuro: trucchetti, giochi di prestigio spazio-temporali, frasi da ripetersi, riti da mettere in scena, storie da raccontarsi.

Di questo parlo nel mio ebook “Terzo tempo”.

ps. comunque scrivo anche dei papà (e non male!).

foto di Marco Borgna