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Foto per post di Annamaria Anelli - Scrivere fatica nera

Scrivere è una fatica nera, altro che storie

Prima gara di scherma di mio figlio Martino, 10 anni, come metafora dello scrivere. Di sicuro domenica ero più in ansia io di lui: alla mia domanda (successiva) “come ti sei sentito”, la sua risposta è stata “avevo sonno”. [Davvero ho chiesto a un uomo di esprimere a parole come si è sentito? Ma questa è un’altra storia]. Questa prima gara mi ha permesso qualche riflessione sullo scrivere che adesso condivido con te.

Ma chi l’ha detto che il viaggio è meglio della meta alla quale si aspira?

Martino è stato in un tempo sospeso per qualche ora: nel suo girone ha affrontato 5 avversari e ha perso 4 volte. Nell’incontro successivo a eliminazione diretta ha perso subito ed è uscito. L’ho seguito dalla mia postazione sugli spalti tutto il tempo: lo guardavo osservare gli avversari, parlottare con un suo compagno, ascoltare in silenzio le spiegazioni dei maestri. Aspettava il suo turno ruotando i piedi di taglio, verso l’interno, in quel modo che ci rende tutti simili quando siamo sulle spine. Quando ha finito la gara, anche la sua imperturbabilità (ormai già un po’ leggendaria) si è sciolta: è venuto verso di noi con una lacrima congelata negli occhi: “io quello lo potevo battere”.

Eccoci al dunque. Qui non sono le doti da schermidore del mio decenne a essere chiamate in causa, né la sua capacità di tenuta mentale (lo scherma è molto più testa che braccio). Quello a cui pensavo nel retrocervello durante le ore della gara era: ma davvero il viaggio è meglio della meta? Se il tuo viaggio è pieno di fatica, di agitazione, di sbagli, di lacrime congelate o scongelate, di urla di avversari, di sorelle che non smettono di infilarsi biscotti annoiati in bocca, e se alla fine la meta è una sconfitta piena, che cosa c’è di bello nel viaggio?

Il bello lo puoi cogliere magari qualche anno dopo, quando ripensi alla tua prima gara e ricordi con il cuore stretto che il tuo maestro Carlos ti parlava accarezzandoti più volte il mento, perché le parole entrassero dalla pelle oltre che dalle orecchie. Che il tuo maestro Giorgio, subito dopo la tua ultima sonora sconfitta, ti faceva ripetere le parate incurante del casino intorno e del fatto che stava disturbando un arbitro. Che finalmente mamma si era sgonfiata sulla panchina e smetteva di urlare quel bravo che tanto ti aveva disturbato allora e che tanto stai bramando adesso. Ma dopo. Mentre lo fai, quel viaggio, che cosa c’è di bello?

Questo pensiero da due cent vale per qualsiasi esperienza di vita: il più o meno accidentato percorso di studi, l’attraversata del deserto per trovare (almeno) un amore, i mesi in cui ristrutturi casa, il Vietnam della ricerca di una sede per la tua attività: il bello lo trovi, se lo trovi, dopo, oppure lo trova qualcun altro che scrive la tua biografia.

E lo scrivere?

E che cosa c’è di bello quando scrivi, riscrivi, cancelli, butti tutto e poi riscrivi e rileggi ad alta voce e poi dici basta e poi mandi in certificazione (se non sei tu il tuo committente) e poi modifichi e poi negozi le modifiche impossibili e poi riscrivi e poi ridici basta. L’unica cosa bella, alla fine del viaggio che è anche lo scrivere, è il momento in cui vedi il tuo testo finito, impacchettato, pubblicato, letto, citato, ripostato, amato da messaggi o da email che ti fanno dire che ne è valsa la pena.

Mi stai chiedendo se non è bello, allora, un viaggio in cui tutto va bene e la meta la raggiungi facile facile? Ti rispondo con un’altra domanda: è un viaggio quello? Davvero è una domanda, non ho la risposta in tasca. Io qui parlo dei viaggi sudati che servono per scalare la montagna, non dei percorsi dentro una comoda ovovia. Dei viaggi dell’eroe che poi vengono citati nei libri di sceneggiatura.

Anche lo scrivere è un percorso a ostacoli e solo dopo molti anni di allenamento puoi dire buona la prima e trasformare il viaggio in un’ascesa in ovovia. E forse neanche.

E le storie, poi

Il racconto di una storia non si sottrae a questo mio discorso un po’ largo, ma ci aggiunge sopra un’altra fiche. Quando racconti qualcosa, quel viaggio diventa doppio: uno è quello dello scrivere e del riscrivere, uno è quello dello srotolamento del filo che non puoi perdere. Che cosa racconto, innanzitutto, e poi da che parte inizio, e poi che cosa metto in luce e poi che cosa voglio dimostrare. Qualsiasi storia vuole mettere in scena qualcosa e arrivare da qualche parte. E cos’è più difficile che arrivarci? Di nuovo un altro viaggio: all’interno dello srotolamento del discorso-storia, c’è un viaggio parallelo costituito da cosa vuoi dire tu. Che cosa vuoi dire tu con questo racconto di prodotto, con questa about page, con questa recensione di un libro, con questo avviso ai naviganti?

E così veder perdere Martino per arrivare a un niente finale (almeno sul breve periodo) mi ha fatto rimettere in discussione la fantomatica bellezza del processo creativo della scrittura. Che cosa c’è di bello nella fatica? Che scrivere è una fatica nera Beppe Fenoglio l’ha detto* molto tempo prima di me, lui che era un grande. E che lavorare stanca l’ha scritto a chiare lettere un altro grande che più grande non si può (Cesare Pavese).

Più che lo scrivere, non è forse il prodotto finale a darti leggerezza interiore? Mentre lo compi, il viaggio di scrittura è una salita; solo dopo puoi rileggerlo con gli occhi del naufrago tornato a casa e dire che è stato affascinante. Affascinante tua sorella 🙂

 

* “Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”. Citazione da Centro Studi Beppe Fenoglio.

Foto di Antonia Galvagna

Foto Essere nerd della parola e vicere felici

Essere nerd della parola e vivere felici

Il 7 ottobre ero alla Cascina Cuccagna di Milano ospite di un evento organizzato da Langue&Parole. Per me è molto piacevole parlare quando il pubblico è interessato, partecipativo e ride di gusto: 45 minuti passano come 5. Ma questa volta ho anche imparato tanto dalle relatrici presenti: Elisa Tassara, Silvia Pareschi e Lodovica Cima.

Elisa Tassara, che si occupa di strategie di marketing, è davvero brava e competente, ma qui parlo di Silvia e Lodovica che sento molto vicine per la materia con cui lavorano (e sognano) tutti i giorni: la parola scritta.
Silvia Pareschi è una traduttrice da scappellarsi, tra i tanti cito Franzen (esatto lui), però, se vuoi approfondire, questo articolo racconta bene chi è.
Ascoltando Silvia ho capito che la traduzione è qualcosa che sento vicina, nella pancia. Già La voce del testo di Franca Cavagnoli mi aveva aperto la mente su certi aspetti che afferiscono allo scrivere in generale, non solo al tradurre.

Con Silvia, sabato, ho finalmente messo a fuoco che le nerd della parola, come io a volte mi chiamo, hanno modus operandi simili. È quel parlare con passione, seguendo le slide e poi cercando di domare i mille rivoli di infinite altre possibilità di discorso che potresti fare, cercando di bloccare con dolcezza i conati di approfondimento che faresti ancora e ancora. È quel guardare le parole come se fossero griffate, truccate e ingioiellate con fine eleganza, è quell’ammirarle da fuori e nel contempo immergerti in una sessione di sega stryke per compiere una magnifica autopsia del testo.

Silvia ha parlato dell’equilibrio che chi traduce deve mantenere tra il principio di trasparenza (cioè la necessità di rispettare il pensiero, lo stile, l’anima dell’autore) e quello di autoaffermazione del traduttore (cioè l’ubris che lo porterebbe a dire “ti spiego io come si scrive questo, tu non sei capace”). È stata una lezione bellissima, intensa, vissuta, dove Silvia ci ha proposto la sua umiltà di persona consapevole dei rischi e però pronta a buttarsi e amare fortemente il testo che traduce. Silvia è anche insegnante di italiano a San Francisco e mai come sabato scorso ho sofferto di invidia: ho invidiato ciascuno dei suoi allievi, nessuno escluso 🙂

Lodovica Cima solo io l’ho scoperta sabato. Si occupa dall’inizio della sua carriera di editoria per ragazzi, non solo come curatrice di collane (prima per Mondadori e adesso per il Gruppo Editoriale San Paolo), ma anche come scrittrice e da quest’anno come editore. La bella notizia è infatti che, in collaborazione con Langue&Parole, Lodovica ha lanciato una casa editrice di gialli per ragazzi: Pelledoca. Sabato non si è limitata a parlarci dell’iniziativa, ma ha letto ad alta voce alcune pagine dei libri che ha già pubblicato ed è lì che si è creata la magia.
Per me la parola ascoltata è ogni volta come un’apertura di sipario: la voce dà il 3D alle parole, le rende vere, esagera i silenzi, rende toccabili i concetti e piano piano ti senti portare via, verso un mondo altro. Anche io uso spesso la lettura ad alta voce, ma per fini molto più prosaici: faccio sentire come suonano lontani, “fuffosi” e quindi inutili certi testi pieni di formule vuote e di sintassi pesantissima.

Lodovica invece ci ha portate in alto, con un amore per il testo che le proviene visibilmente da dentro. Ci ha incollate a quelle parole che per il fatto di arrivare ai cuori e alle menti di bambini e ragazzi devono per forza avere ritmi, suoni e pause diverse da quelle a cui siamo abituati nella narrativa per adulti. Difficilissimo scrivere per bambini e ragazzi, difficile e sfidante insieme. Come tutte le cose belle, come tutte le avventure, come tutti i nuovi inizi.

Quando scrivere non basta. foto di Annamaria Anelli - Rider, un filler naturale

Ridere, un filler naturale

Non l’avrei mai detto che avrei riso così tanto davanti a una telecamera, giuro. Non è un segreto che preferisco scrivere invece che parlare davanti a un occhio fisso che mi fissa.

(Ma adesso è ancora così vero? Ci penso un momento, dai)

Un gruppo bancario europeo tra i più grandi ha chiesto a Luisa Carrada e a me di trasformare una parte del nostro sapere in pillole video e noi abbiamo detto subito sì. Secondo me volevamo dire no, ma ci è uscito un sì perché l’idea di lavorare insieme ci allettava un sacco e poi perché il nostro project manager è uno con l’occhio lungo (grazie Francesco).

Video, in due, sui nostri cavalli di battaglia: saranno stati questi ingredienti piccanti a solleticarci il palato e a farci uscire con garbo e leggerezza dalla nostra zona di comfort. Leggerezza, ecco. Perché forse non sembra, ma ridiamo un sacco lavorando insieme.

Sapremo scrivere lo storyboard per un video asciugando e sacrificando per forza qualcosa, ci chiedevamo? Abbiamo imparato. Sapremo parlare spedite davanti alla telecamera? Abbiamo imparato. Be’, io all’inizio ho dovuto respirare per tenere bassa l’ansia. Che comunque un po’ di sfrigolio sulla schiena te lo fa venire, dover parlare con coerenza, precisione e simpatia insieme. Tenere il piede in tre scarpe mi sembra un filo difficile.

Poi ci siamo scoperte guascone, sotto l’occhio del nostro Ulisse italico che ci ascoltava attento e ci faceva ritessere la tela, se sbrodolavamo. Io ho sbrodolato un po’ più di Luisa, lei ha conservato il suo aplomb.

Comunque, nel video delle papere, qui di seguito, si capisce tutto quello che si deve capire. Notare quanto la nostra pelle risulti liscia e senza rughe, prego. Ma quali filtri! Abbiamo scoperto che lavorare divertendosi è un filler naturale.

E poi leggi come la racconta Luisa  🙂

 

FOto per post di Annamaria Anelli: Formazione in aula, light

Formazione in pillole: breve, leggera e sostenibile

Da gennaio ho sperimentato un nuovo modello di formazione in aula (nuovo per me): niente più giornate intere, ma poche ore alla volta, da due a quattro. In questo post dico come è andata, ma anticipo la conclusione: mi è piaciuto un sacco!

Dove ho insegnato:

IED, Milano – Master in Social Media and digital PR, 4 ore x 3 incontri (già sperimentato l’anno scorso).

Scuola Holden, Torino – Survival Kit, 4 ore x 12 incontri spalmati su 6 college (già sperimentato l’anno scorso).

Zandegù, Torino – Scrivere per lavoro 101, 2 ore x 4 incontri (serali!).

Pennamontata, Roma – Copy42, 3 ore x 1 incontro.

Scuola Forense, Monza – Scrivere per farsi capire e per raccontare: 4 ore x 1 incontro.

I pro di una giornata intera di formazione in aula

Una giornata interamente dedicata alla formazione resta comunque utile e interessante perché mi dà la possibilità di:

  • affrontare l’argomento o gli argomenti con un certo approfondimento
  • rispondere a molte domande senza dover tagliare per fare in fretta
  • rispondere ai partecipanti che mi sottopongono i loro casi (se le circostanze lo permettono e i numeri sono ridotti, come, in alcuni casi, al Digital Update).

Quest’ultima è la modalità “pronto-pizza”, come la chiamo io: lì su due piedi, a caldo, come se avessi in testa le cuffie del Rischiatutto, la formazione si trasforma in una mini-consulenza. Certo non ho le ricette per le torte perfette, ma mi impegno per cercare di fare ragionamenti costruttivi e, dove posso, indicare strade percorribili. Anche se per me è molto faticoso per le energie mentali che devo impiegare, mi rendo conto che spesso questo è il valore aggiunto di certi miei corsi.

Alla fine della giornata i partecipanti hanno in mano alcuni strumenti pratici, tanti stimoli e magari hanno anche risolto un paio di dubbi molto concreti, ma sono stravolti: come tuti quelli che fanno formazione sanno, da dopo pranzo in poi l’attenzione cala e verso la fine della giornata nemmeno più i caffè bastano (vale anche per me).

I pro di una formazione in pillole

Ho scoperto che il formato light è il mio preferito perché:

  • mi permette di spalmare i contenuti con più precisione: se so che devo stare in poche o pochissime ore, per magia sono molto più efficace nell’adeguare a ciò slide, spiegazioni e micro esercitazioni
  • mi permette di dosare la quantità di energia che spendo: di nuovo, se so che le ore a mia disposizione sono contingentate, divento più brava a concentrare le energie e se anche mi devo trasformare in un martello pneumatico, so che me lo posso permettere
  • il formato breve e ripetuto fa sì che i contenuti sedimentino molto di più, tra una volta e l’altra, e l’efficacia pratica dei suggerimenti che do aumenta di conseguenza.

Alla fine delle ore di formazione i partecipanti sono ancora freschi, hanno spessissimo in canna delle domande che immancabilmente mi impediscono o di fare la pausa a metà o di andarmene via all’orario stabilito (ma va bene così!), e mantengono una buona concentrazione fino alla fine. Molto spesso sono anche contenti di fare le esercitazioni a casa e poi mi scrivono in pubblico e in privato per raccontarmi di come hanno messo in pratica certi strumenti.

Per chi fa formazione c’è forse qualcosa di più gratificante, rinforzante e galvanizzante?

Il corto funziona in video (non lo scopro io, ok)

Come ho sperimentato con Copy42, il formato breve si presta molto bene a essere metabolizzato anche in video. Nell’edizione di Roma, in aula, c’erano 16 persone, ma via video gli iscritti al corso erano 60. Ebbene, non c’è stata nessuna differenza a livello di risultati delle esercitazioni tra chi era in aula e chi riguardava la registrazione, e anzi, in quest’ultimo caso la voglia di entrare in contatto con i compagni per un confronto e con me per darmi dei feedback (attraverso il gruppo Facebook e la messaggistica in privato) ha spinto la partecipazione alle stelle.

Modello di business cercasi

Il formato breve ha un sacco di vantaggi, ma è da capire come migliorare il modello di business che ci sta sotto. Se a Torino mi posso permettere di spostarmi per più volte, prendendo l’autobus, anche solo per insegnare due ore dalle 19 alle 21, diventa dispendioso andare in trasferta in un’altra città, stando via una giornata intera, per fare magari solo poche ore effettivamente retribuite.

I costi sono troppo elevati e non sostenibili dai committenti, se ti fai pagare non solo per le due o tre ore di effettiva formazione, ma per l’intera giornata che, ribadisco, è comunque tutta occupata.

Che il video può essere la risposta l’ha già detto qualcuno? 🙂

Tu che cosa ne pensi? Lasciami il tuo commento qui o su Facebook, se trovi il tempo. Grazie!

Foto di Marco Borgna

Foto di Marco Borgna per post di Annamaria Anelli

Sai scrivere in maniera efficace? Veloce check-list per capire se non hai bisogno di me

In due mesi ho rifiutato 4 richieste di consulenza via Skype, quelle che attivo con il mio servizio di Check Up. Non sono matta né sono diventata ricca all’improvviso, ma proprio non posso aiutare a scrivere in maniera efficace chi già lo fa.

Qui di seguito spiego quali sono gli elementi da tenere sotto controllo per capire se già scrivi bene e non hai bisogno di me (purtroppo). C’è anche una check-list da spuntare.

Scrivere in maniera efficace

Scrivere in maniera efficace significa potenziare al massimo la propria capacità di usare le parole in maniera chiara, fluida e concreta. Cioè, scrivere con una sintassi che scorre e usare parole immaginifiche, perché, appunto, concrete.

La sintassi che scorre ha lo stesso suono dell’acqua di un ruscello di montagna, quando lo senti, prima di vederlo, dopo l’ennesima curva al sole, levandoti le mosche dalla fronte e dalla fossetta sotto il naso. La sintassi che scorre provoca la stessa sensazione di benessere immediato, quella voglia pazzesca di spogliarsi e fare il bagno gelato.

E hai capito quali sono le parole immaginifiche? Quelle che parlano di cose con un peso, una forma, un odore o un colore (acqua, ruscello, montagna, sole, mosche, fronte, naso, spogliarsi, fare il bagno, gelato). Sono le parole che fanno scattare le immagini nel cervello di chi le ascolta o le legge e lo tirano dentro dentro la descrizione, la spiegazione, la storia.

Sul concetto di immaginifico, ti chiedo di impiegare pochi secondi per guardare questo video dove Paolo Rossi spiega il potere creativo delle parole di Shakespeare, parlando di caffè. Di seguito ti inserisco anche il testo, ma ascoltarlo è molto più divertente!

 

“Shakespeare aveva un linguaggio immaginifico, barocco, pieno di immagini. Una battuta quotidiana come… non so… «mi porti un caffè, veloce» non l’avrebbe mai scritta. L’avrebbe trasformata in «tu, mettiti ai piedi le ali di Mercurio e vola più veloce della luce e portami quel liquido nero che, se bevuto da principesse e servi, non li fa dormir la notte, rendendoli simili». Al che l’altro diceva: «Un caffè?», «Sì, e veloce».”

Scrivere testi di lavoro non è la stessa cosa che scrivere un romanzo, stai pensando? Certo, e forse nella tua sales page non userai mai le mosche e il naso per spiegare a un potenziale cliente le caratteristiche di un tuo servizio. Ma, non è il naso che ti propongo, sono le parole concrete, che trasformano “la realizzazione di un servizio veloce di disinfestazione per i locali sottostanti le unità abitative” in un qualcosa del tipo “Disinfesto la tua cantina, e lo faccio presto”.

Si tratta della scrittura che parla alle persone e lo fa in maniera concreta, della scrittura che arriva subito e si fa comprare. Come quella dell’Estetista Cinica, che con le sue newsletter è meglio di 5 corsi di formazione!

Sai già scrivere in maniera efficace? Tieni d’occhio questi elementi

Adesso ti elenco le spie che uso per capire se tu già scrivi in maniera efficace e personale e che mi spingono a risponderti che non hai bisogno di spendere dei soldi con me:

  • usi parole concrete e semplici
  • inserisci parole tecniche (cioè quelle inerenti lo specifico della tua professione) solo quando sono indispensabili: un mutuo è diverso da un finanziamento così come i mobili in rattan non sono mobili in legno, e bisogna usare il termine corretto
  • inserisci alcune parole tecniche specialistiche o da addetti al settore, ma le spieghi
  • usi spesso gli esempi per rendere chiaro un concetto
  • usi frasi brevi, con poche subordinate
  • hai un tono di voce riconoscibile: i tuoi post parlano di come sei, del tuo modo di concepire il tuo lavoro, hai magari delle parole amorose che si ripetono e che dicono molto sulle questioni davvero importanti per te (io dico amorose, ma sarebbero le key words, quelle che ti aprono il cuore)
  • eviti (o comunque sai contingentare) i cliché e le frasi fatte che spesso i professionisti del tuo settore usano: i coach che usano il coachese, gli interior designer che scrivono in interiordesignerese, i web marketer che parlano in webmarkettese.

Ecco qui, adesso corri a rileggerti: se già scrivi così, vai alla grande e io non ti posso insegnare proprio nulla 🙂

I segreti dei confronti in TV

I segreti dei confronti in TV

Tutti i podcast di Francesco Costa sulle elezioni americane sono molto interessanti, così come la sua newsletter che se non arriva mi crea attacchi d’ansia (ma per ora è sempre arrivata!). Stamattina ho ascoltato il podcast  su come si fa a vincere i confronti in TV e ti suggerisco di non perderlo, perché io mi sono segnata solo un paio di cose che ti racconto qui, ma merita un ascolto attento. Il sale glielo danno gli esempi molto succosi sulle campagne elettorali passate: Francesco Costa infatti ripropone piccoli inserti audio di momenti memorabili, in cui i candidati o hanno fatto gaffe incredibili o hanno steso l’avversario in poche frasi.

La gaffe che più mi ha colpita è il momento di black out che ha avuto il governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, durante la campagna elettorale del 2012, quando non si è ricordato la terza agenzia governativa che voleva abolire!

Comunque, le cose che mi sono appuntata sono queste.

I confronti televisivi servono davvero?

Sì, in America hanno conseguenze sul voto perché, dopo due anni di campagna elettorale:

  • è la prima volta che i candidati alla presidenza si parlano guardandosi in faccia
  • i duelli televisivi sono molto preparati e strombazzati dai media (sono addirittura mandati in onda a reti unificate)
  • guardano la televisione e si interessano al tema anche le persone che magari prima non si sentivano coinvolte.

Come si capisce chi vince?

Per rispondere a questa domanda Francesco Costa fa un’osservazione che non è una novità, ma nella quale mi riconosco benissimo: dice che noi tendiamo a pensare e a dire che va meglio il candidato con il quale siamo d’accordo.

Se ci rifletti, questo è vero in generale: preferiamo le persone che la pensano come noi, ci cerchiamo amici simili e anche, possibilmente, un o una partner con cui non dobbiamo litigare tutti i momenti sui massimi sistemi.

Io mi ricordo il confronto televisivo tra Occhetto e Berlusconi nel 1994: sì quello in cui il leader del PDS indossava un terribile completo marrone rimasto nelle battute di tutti nei mesi seguenti. Ripenso alla sicumera di Occhetto, alla sua ironia verso il rivale, e soprattutto rivivo la sensazione “ok, siamo a posto, nessuno può votare uno come Berlusconi” con la quale sono andata a dormire. Niente di più sbagliato, come sappiamo benissimo.

Allora, Costa dice che il confronto in TV non è un convegno, ma un vero e proprio duello nel quale ha la meglio non il contenuto, ma la performance. Lo vince, e lo si può capire prima che escano i sondaggi, chi dà migliore prova di sé dal punto di vista della capacità di:

  • gestire lo stress
  • rispondere alle critiche
  • discernere quando è meglio andare all’attacco dell’avversario o quando basta una battuta sdrammatizzante.

Per questo i candidati cercano l’affondo, si preparano per la frase a effetto, cercano di lasciare il ricordo di una parola, di un motto, di una frase twittabile. Perché i ricordi di chi guarda i dibattiti si àncorino a qualcosa di concreto e sempre lì a disposizione, da rivedere o risentire e soprattutto da raccontare agli altri.

Efficacissimo l’esempio che riporta Costa: la domanda che rivolge agli Americani Ronald Reagan nel 1980 e che sintetizza in un minuto e 4 secondi due anni di campagna elettorale (si può vedere anche qui):

Next Tuesday is Election Day. Next Tuesday all of you will go to the polls, will stand there in the polling place and make a decision. I think when you make that decision, it might be well if you would ask yourself, are you better off than you were four years ago? Is it easier for you to go and buy things in the stores than it was four years ago? Is there more or less unemployment in the country than there was four years ago? Is America as respected throughout the world as it was? Do you feel that our security is as safe, that we’re as strong as we were four years ago? And if you answer all of those questions yes, why then, I think your choice is very obvious as to whom you will vote for. If you don’t agree, if you don’t think that this course that we’ve been on for the last four years is what you would like to see us follow for the next four, then I could suggest another choice that you have.

Le domande sono un espediente retorico sfruttatissimo, ma che continua a dare risultati perché quando ci interrogano noi possiamo solo rispondere: magari non ci esce alcun suono, non diamo l’idea di essere interessati, fingiamo che quella domanda sia rivolta ad altri, ma, nella nostra testa, le diamo una riposta, eccome. E quando rispondiamo, è fatta.

E qui lo speeach writer di Reagan ha giocato alla grande: quando mai a domande come queste noi (non solo gli Americani) rispondiamo in maniera positiva? I soldi, l’occupazione, la sicurezza sono i grandi classici sui quali non siamo MAI soddisfatti. “Sì” è praticamente impossibile, come risposta. Quindi, se “No” è la risposta di default, il voto a Reagan era la naturale, diretta conseguenza (infatti).

I dibattiti tra Clinton e il suo avversario sono andati come sappiamo e sarebbe bello rivederne alcuni spezzoni alla luce di queste considerazioni: se trovi il tempo per farlo, mi scrivi?

foto di Marco Borgna

 

 

 

Come raccontare un business difficile da raccontare

Come raccontare un business difficile da raccontare

Mi aiuti a raccontare il mio business? È talmente di nicchia che se uso certe parole tecniche mi capiscono solo 10 persone. Oppure all’opposto. Avrei bisogno dei testi per il mio sito però ho un problema: come mi distinguo dagli altri se la mia attività la fanno già in tantissimi?

In genere queste domande arrivano nell’email di contatto, poi si rifanno vive all’inizio della prima telefonata Skype, quella in cui io e il mio cliente o la mia cliente entriamo nello specifico.

Il primo passo? Applicare la mia check-list in modo da rendere l’attività lavorativa che prendiamo in esame scomponibile e molto concreta.

Può essere un passaggio che facciamo insieme, vedendoci di persona o via Skype, oppure qualcosa che il mio cliente fa in separata sede e che poi discutiamo in un secondo momento. Ecco nella pratica che cosa chiedo di fare.

Check-list: di che cosa è fatta la mia attività

  1. Fai l’elenco degli ambiti o degli argomenti dei quali ti occupi
  2. Togli dall’elenco ciò che non ti piace o non vuoi più fare
  3. Riordina i punti in base a ciò che porta più grano in tasca (se al punto 2 ha tolto l’attività più remunerativa, allora, Houston abbiamo un problema)
  4. Spiega ogni punto con parole semplici, chiare e concrete
  5. Raggruppa il tutto per macro ambiti e attribuisci loro un nome
  6. Lavora di fino fino a distillare alcune frasi che racchiudano tutto il succo più importante.

Il segreto? Rispondere a ogni punto come se si dovesse spiegarlo alla propria vicina di casa, che ha altro da fare.

Poniamo il caso che tu sia un counselor in ambito lavorativo (che ne escono tutti giorni a manciate, come i funghi dopo la pioggia).

Ti chiedo di iniziare così “quando una persona viene da me perché non sa come fare per… io la ascolto, le faccio delle domande, e poi stilo per lei un percorso…”.

Non rimanere sul generico “quando viene da me una persona che ha problemi a inquadrare la sua vita lavorativa…”, ma usa parole più concrete: “di solito vengono da me donne di circa trent’anni anni che non sanno come impostare una ricerca di lavoro fondata su criteri chiari: a volte rispondono ad annunci per addetti al call center e a volte per baby sitter”.

Poi, formula con parole semplici alcune domande che di solito fai per inquadrare la situazione: “le chiedo per quanti anni è stata dipendente prima di decidersi a…” oppure elenca ciò che fai in preparazione al secondo incontro: “le chiedo di svolgere questi tre compiti: 1)…, 2)…, 3)…”.

Alla fine di questo lavoro di scomposizione ho a disposizione frasi-succo del genere: aiuto le persone a riprogettare il loro modo di cercare un impiego; faccio in modo che le persone che sono uscite dal lavoro a una certa età riflettano prima di tutto su che cosa sanno fare e su che cosa vogliono fare.

Frasi-succo che mi serviranno quando dovrò scrivere i testi per la tua About page, ad esempio: quando la leggerai percepirai una certa aria di famiglia, ti sembrerà di averla scritta tu. Oppure potrò farli diventare la base di una qualsiasi email di presentazione, di un pitch, di una social bio, della Sales page dei tuoi servizi.

La cosa importante è che i termini tecnici, quelli per gli addetti ai lavori, rimarranno solo se indispensabili e non troverai da nessuna parte che sei leader di mercato o che offri servizi a 360° 🙂

Saranno le tue parole a parlare di te e per te.

foto di Antonia Galvagna

 

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden

Dal 26 aprile al 10 maggio ho fatto la profia alla Scuola Holden: il mio modulo si chiamava Survival Kit e serviva per introdurre i ragazzi in uscita dal biennio di Storytelling & Performing Arts al mondo-dopo-la-Holden.

Il mondo fuori può sembrare l’apocalisse dopo che trascorri due anni a studiare narrazione in ogni sua forma, vai in una scuola bellissima, sei circondato da compagni motivati come te e hai a disposizione insegnanti in gamba, tutor e quant’altro tu possa desiderare.

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden - Annamaria Anelli

Poi non tutto è come sembra, certo, c’è sempre una buona dose di disillusione e a tutti manca “quel pezzo lì”: sta nell’ordine delle cose. Non ho mai sentito di qualcuno che spenda tanti soldi per fare un’esperienza uscirne completamente soddisfatto. Ognuno cercherà, poi, da sé, la sua strada; prenderà gli stimoli e ne farà ciò che vorrà o potrà.

Anche per questi ragazzi sarà così: sogni, mancanza di sogni, obiettivi, desideri, realtà e frustrazioni saranno lì per tutti, volenti o dolenti.

Il mio modulo comprendeva:

  • elementi basici basici di come si apre una partita IVA
  • elementi più corposi di che cosa vuol dire fare i freelance
  • basi solide di come si prepara un colloquio di lavoro e come si affronta
  • esercizi di cosa ci deve stare in un CV e come scriverlo
  • parte fortissima di motivazione sul come mi racconto in poche righe in modo da farmi ricordare 
  • elementi avanzati di come scrivo il mio profilo Linkedin e che cosa ci metto dentro
  • basi di come uso i social network per lavoro e di perché è meglio ripulirli da tutto ciò che potrebbe nuocermi dal punto di vista professionale.

Potevo fare tutto da sola? No! Non sono una tuttologa, anche se sono una freelance e su alcuni argomenti posso dire la mia. Allora mi sono affidata alle parole di chi certi argomenti li conosce molto bene e mai decisione fu più azzeccata.

4 cose che ho imparato di me dopo due settimane di Scuola Holden - Annamaria Anelli

Ecco le cose che ho imparato da questa esperienza, una dopo l’altra.

1. Ho una rete fortissima

Ho come amici grandi professionisti che hanno una buona (alcuni ottima!) presa, in video: dico questo perché li ho intervistati! Ma andiamo per gradi.

Cristiano Ferrari mi ha aiutata a individuare il programma giusto per registrare alcune telefonate skype e mi ha seguita mentre lo istallavo e durante le prove che abbiamo fatto fra di noi per preparare il tutto: io, di qua, stavo piantando un acero rosso, sei dipladenie, un rododendro, due clematis e reinvasando sei piantine di edera; lui, di là, seguiva i clienti e dava da mangiare alla figliola. Insomma, ci davamo appuntamenti precisi (che poi rispettavamo) e ne siamo venuti fuori benissimo in poche ore. Grazie Cristiano: ormai l’aperitivo è diventata una cena con i fiocchi.

Perché avevo bisogno di registrare alcune telefonate skype?

Perché volevo evitare di “accoppare” 130 ragazzi con una tonnellata di slide e volevo che certi concetti li sentissero direttamente dalla bocca, dagli occhi e dal cuore di chi li maneggia tutti i giorni.

Così ho chiesto la disponibilità a Carlotta Cabiati (cose da commercialista), Roberta Zantedeschi (colloquio e CV); Giorgio Minguzzi (Linkedin), Vanessa Vettorello (foto profilo) e Daniela Scapoli (social network).

2. Una consulenza si compra

Ognuno nel suo specifico è un professionista che ammiro e ho pensato che comprare una loro ora potesse essere per me un ottimo investimento. Sì, ho comprato. Ho messo subito in chiaro che non chiedevo favori: volevo un’ottima prestazione e l’ho ottenuta. Sono sicura di aver aiutato un manipolo di ragazzi a capire quanto è complesso e sfaccettato il mondo del lavoro, se ancora non lo sapevano, proprio grazie a questi amici.

Carlotta non l’ho registrata perché in quel momento non ci avevo ancora pensato: ma ho preso appunti e soprattutto l’ho segnalata come punto di riferimento. Vanessa si è rifiutata di farsi filmare (il panico da video!) e ha scritto una bella lettera ai ragazzi su che cosa significhi individuare il fotografo giusto; Daniela, Giorgio e Roberta, invece, li ho intervistati e registrati nel fine settimana del 25 aprile e ancora devo finire di ringraziarli per la loro disponibilità. Sono stata una rompicoglioni, e loro stupendi.

Anche Francesca Parviero mi ha dato una mano e per me è stata un modello inarrivabile di donna: io le prime due settimane dopo il parto piangevo, lei mandava link e dispensava consigli. Mitica.

3. Insegnare ai ragazzi è un’altra storia

Io ho sempre a che fare con gli adulti e con le logiche che si instaurano in ambiti in cui – nella stragrande maggioranza dei casi – ci sono professionisti di fronte a un’altra professionista.

Con i ragazzi ti devi guadagnare una certa dose di rispetto: devi far sentire quanto sei dentro le cose, non solo quanto ne sai. Loro aspettano di vedere la tua stoffa mentre parli, che cosa esce di te negli argomenti che affronti, come rispondi alle domande insidiose e se non li convinci ti ripagano con l’indifferenza.

Questo è un aspetto molto delicato, che mi ha chiesto una riconsiderazione di ciò che faccio e di come lo faccio. Ne sono uscita bene, molto, perché è il mio modo di coinvolgere che li ha coinvolti, è il mio modo di non risparmiarmi che non li ha fatti risparmiare.

Ma ho anche capito alcune cose su come la scuola (quella dell’istruzione obbligatoria soprattutto) preferisca studenti silenziosi e rispettosi, piuttosto che persone in fieri, con tutto il loro bagaglio di richieste, oltre che di doveri.

È più semplice verificare la conoscenza di un sapere che assecondare il desiderio di confronto – lo posso capire, perché risulta molto faticoso – ma, così, quello che viene a mancare è la possibilità di formarsi un’identità propria, anche solo per contrapposizione a un insegnante che la pensa diversamente.

4. Leggere i segnali del corpo non è facile

Soprattutto il primo giorno, poi ho preso le misure, mi sono scontrata con qualcosa di nuovo. Io quando sono in aula viaggio tra le postazioni guardando negli occhi le persone. Anche con i ragazzi ho fatto così, e ho raccolto occhi che rifuggivano il contatto.

L’ho presa male, non tanto per questioni di lesa maestà, ma perché il contatto oculare è per me una spia significativa di quanto i contenuti che propongo stiano entrando in profondità. A me l’ascolto silenzioso non piace: io voglio che le cose prendano la via “del dentro” ed eventualmente tornino fuori con tutte le domande possibili. Sono comunque segni di interesse. L’indifferenza non so da che parte prenderla.

Con questa esperienza alla Scuola Holden ho scoperto che uno sguardo sfuggente può essere anche solo ammissione di timidezza: le persone che non volevano esporsi in pubblico (quasi tutte), a fine lezione, hanno fatto la coda per chiedermi un parere e ce ne siamo andati via mezz’ora più tardi dell’orario stabilito. Loro con il mio interessamento, io con un pezzetto di felicità in tasca e il conseguente gelato gratificatorio (se qui non l’avete mai mangiato, andateci di corsa).

Alcuni invece hanno mantenuto bello aperto lo schermo del Mac: può essere stata, certo, una professione di fastidio o di non condivisione dei miei contenuti, ma anche un muro nei confronti del mondo in generale. Magari quel mondo che si fa fatica a cacciar via, visto che dopodomani finisce la scuola, e che non si vorrebbe entrasse dalla porta con tutte le sue richieste.

Ma il mondo entra lo stesso, cari ragazzi anche un po’ miei, e comunque ti pone domande e ti chiede azione. Perché è il mondo. E non smette mai.

Foto Antonia Galvagna

Foto MArco Borgna

Dal tricotage a scrivere email il passo è breve

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Questa è la copertina di Scrivere email, costruire relazioni: il mio nuovo ebook in uscita il 17 maggio per Zandegù che spiega come scrivere email di lavoro chiare, focalizzate sull’obiettivo e scritte con linguaggio umano.

Le parole tessono relazioni; le parole scritte creano coperte dalla trama incrociata; le email gettano reti tra le persone e quelle a maglia più stretta rendono il mondo più vicino. Quindi, come per imparare a fare la maglia occorre abituarsi all’esercizio quotidiano del tricotage, così per scrivere email che ci facciano amare e – soprattutto – ci portino clienti, occorre che trasformiamo scrittura e riscrittura in un allenamento continuo.

Sapendo:

  • quali parole è preferibile usare e da quali è meglio tenersi alla larga
  • perché sia utile usare lo spazio bianco e i titoletti
  • come dire no che sembrino sì
  • come scrivere per presentarsi in modo da non far addormentare chi legge dopo le prime tre righe
  • come respingere una richiesta di consulenza travestita da “consiglio al volo”.

Fare attenzione alle parole che usiamo sul lavoro, e soprattutto a quelle che scriviamo e che poi restano lì a parlare di noi per un tempo più o meno lungo, serve a migliorare la qualità della vita di tutti.

Se io investo tanto denaro per raccontare la mia storia, ma poi rispondo ai miei clienti burocratico come una PA e ingessato come un amministratore di condominio, che immagine fornisco di me?

Collaboratori, clienti, colleghi, dipendenti non fa differenza: le parole hanno la stessa enorme capacità di aprire e chiudere le porte.

Di questi e altri argomenti parlo nell’ebook. Che esce il 17 maggio e ha la copertina viola, perché io non sono superstiziosa!

foto in evidenza di Marco Borgna

No, non sono ancora stanca

No, non sono ancora stanca

Sto tornando da due giorni di formazione alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sono stracotta, con le occhiaie e la stanchezza che non mi fa abbassare le palpebre (capita solo a me?). Ho parlato di scrittura, di semplificazione, di lotta al nostro lato oscuro.

Come mi ha scritto qualcuno in privato, sono andata nella tana del lupo. In realtà sono andata (e spero di tornarci) dove volevo andare da un bel po’ di anni, a dire ciò che vado predicando senza sosta dovunque mi chiamino per ascoltarlo: non esiste un posto dove non si può semplificare il linguaggio.

No, non ho ancora la nausea di ascoltare che:

da noi proprio non si può

è la nostra materia che non si presta

il nostro Ente è particolare

noi abbiamo la necessità di scrivere così

queste cose riguardano altri, noi già siamo tanto migliorati

queste cose le devi dire a chi sta sopra

queste cose le devi dire a chi scrive le leggi

queste cose non le devi venire a dire a noi

io già mi sforzo

io già ho pensato a queste cose anni fa

da noi non cambia niente da anni

da noi non può cambiare niente

No, non ho ancora la nausea di dire che bisogna pensare a chi legge, allo sforzo che facciamo quando, da lettori, cerchiamo di interpretare quello che ci scrive il Comune, la Regione, il Ministero (ma anche la banca, il medico, la scuola, eh).

No, non sono ancora stanca di stare lì in piedi a sorridere quando qualcuno mi fa capire che non è lui che si deve abbassare, ma sono gli altri a doversi elevare. No, non sono ancora stanca di mostrare il prima e dopo la cura; di rispondere per le rime, di non rispondere affatto.

Non sono ancora stanca di viaggiare di qua e di là parlando col cuore in mano, oltre che con il cervello innescato. Non sono ancora stanca di dimenticarmi di fare la pausa e di fare pipì. Perché se lo dimentica chi mi ascolta, di fare la pausa e di fare pipì, allora vuol dire che andiamo alla grande.

No, non sono ancora stanca, insomma. Perché?

Perché ogni volta scopro le persone: magari dimenticate nel loro ruolo, magari scoraggiate, magari bloccate, magari ignare, magari ferme al secolo scorso, magari, semplicemente, con la vita che scorre loro sopra.

Continuo ad avere davanti montagne altissime perché è la fatica del cambiamento che impala le persone al freddo della loro scrivania. Cambiare fa spalancare le finestre e provoca corrente, fa turbinare i fogli, scompiglia i capelli, getta a terra i cestini, sbatte le porte, fa cadere le targhette.

Fino a quando potrò sorridere e fino a quando mi dimenticherò di fare pausa, e fino a quando nessuno se ne accorgerà, lo dico qui, io continuerò.

foto di Marco Borgna