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Che cos cercano i clienti qui? Annamaria Anelli

I clienti che cercano storie

Quando ti scopri a farti domande del genere “come si fa a riconoscere che un cliente è quello giusto”, vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

Non è la prima volta che rifletto ad alta voce sul concetto. Ho scritto che i clienti sono come le ciliegie, cioè li devi scegliere. E anche loro lo fanno con te, ça va sans dire.

Allora partiamo dall’inizio: che cosa cercano i clienti che mi cercano? Dico davvero. Mettiamo giù quel che so fare:

  • ascoltare qualcuno che mi racconta la sua storia
  • emozionarmi e fare tante domande
  • raccontare quella storia come l’avesse scritta lui o lei.

Niente di speciale? In realtà c’è tutto il mio mondo.

Le emozioni alla base delle storie

Io non so scrivere se non c’è intorno l’anima. Devo compatire, nel senso originario di patire con, provare lo stesso dolore dell’altro (la sympatheia) e immedesimarmi nelle sue emozioni, cioè provare empatia (la empatheia).

Se non c’è questo, non c’è storia. Ma non vuol dire che accetto solo clienti che sono in difficoltà e piangono molto, dai: significa che bisogna partire dalla crisi, per rendere un racconto così forte che gli altri ci si possano immedesimare.

La crisi

Quando ho scritto i testi per l’agriturismo Borgogelsi, la crisi c’era, eccome, se c’era. Talmente grossa che pareva insormontabile. Volevo raccontare questa storia col sito online, ma, visto che ancora non è pronto, incomincio io.

L’agriturismo, composto da 6 miniappartamenti, è una costruzione lineare e super funzionale a venti passi da un complesso di case del 1200 con i mattoni rossi e strapiene di storia.

La prima volta che ho preso atto della portata della crisi, io e Giuliana, la proprietaria, avevamo gli stivali e camminavamo nel fango rosso della pianura padana più tipica. Guardavamo, di là, la costruzione squadrata e pulita; di qua, le case in cui avevano abitato addirittura i frati canonici.

La battaglia sembrava persa in partenza: la funzionalità contro la storia.

E invece no.

Mettere in scena la crisi

È arrivato in mio soccorso un vecchio racconto del mio amico Roberto, commesso in un negozio di abbigliamento: un giorno, una signora in sovrappeso (entrata per comprarsi un abito da cerimonia) stava correndo alla cassa con in mano una specie di saio e con in viso l’espressione di chi vuole togliersi presto il dente. Il mio amico le ha tolto gentilmente di mano il vestito e l’ha apostrofata con amore: “cara, se ci sono dei difetti, coprendoli li metti soltanto in mostra; distrai invece l’attenzione mettendo in evidenza i pregi (nel qual caso erano una vita stretta e ben tornita)”.

Con queste parole nella testa, ho detto a Giuliana che noi non avremmo nascosto la nostra costruzione, ma avremmo fatto venir fuori la vita stretta e ben tornita. Che in realtà era lì, davanti ai nostri occhi: appartamenti moderni, comodi e funzionali; tutti uguali perché la ripetizione dei moduli abitativi era stata pensata per non sprecare energie e risorse; tutti abitati da mobili con un passato produttivo alle spalle (Giuliana e il marito li avevano comprati, modificati e ricondizionati quando un’azienda locale aveva chiuso); tutti democraticamente affacciati su un boschetto di piante scelte per richiamare la vegetazione originaria di queste terre.

Quella “crisi” in realtà era la vera grande risposta alla storia delle case in mattoni rossi. Una storia che poteva continuare a dire la sua, ma che non poteva fermare il cambiamento.

Che cosa cercano i clienti che mi cercano

Alla fine, la risposta è una: i clienti che mi contattano cercano in realtà il modo per raccontare le loro piccole o grandi storie, a metà tra lavoro e aspirazioni.

È proprio in quel “a metà”, in quegli interstizi, che io cerco le nuvole e, quando le vedo, inizio a raccontare. Perché io questo so fare: raccontare con l’anima intorno.

foto di Marco Borgna

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Il 13 aprile a Trieste alla UAUAcademy e il 15 aprile a Bologna, al Digital Update, parlo di come costruire piccole storie.

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Alessandro l’ho conosciuto a un corso: mi ha chiesto se mi poteva contattare per rifare i testi del sito del suo albergo, a Pietra Ligure. Vari mesi dopo mi ha scritto perché, davvero, voleva che lo facessi. Ci siamo accordati e i lavori sono partiti.

Per prima cosa gli ho fatto compilare una scheda dove gli chiedevo perché rifaceva il sito, quali erano i suoi obiettivi per quest’anno, quale era la sua tipologia di clienti attuale e se voleva raggiungerne anche una diversa: insomma, tutte quelle domande utili a inquadrarti nella storia del tuo cliente. In più l’ho invitato scrivermi le parole e le immagini che gli venivano in mente pensando al suo albergo. La risposta è stata: “Una struttura semplice ma curata (parole), io che faccio il gelato al pistacchio (immagini)”. Insomma, non erano gli effetti speciali che voleva, solo un modo di parlare ai clienti che uscisse fuori dagli schemi noti.

Quello che mi stuzzicava molto era la libertà fiduciosa che nelle mail e nelle telefonate Alessandro mi lasciava ed è forse per questo che le mie parole sono fluite fuori facili e leggere. E a quel punto ho capito che bisognava fare una prova.

I Francesi dicono se tutoyer: darsi del tu per significare entrare in confidenza. Ecco, il mio modo di scrivere stava diventando davvero tutoyant! Ma l’albergo non era il mio, non ero io che ci mettevo la faccia, ma Alessandro. E se non si fosse riconosciuto nel lessico, nel tono, nel mood che avevo in mente?
La prova è andata così:

cahat 1

chat 2

Adesso il sito è on line e l’unica cosa davvero importante sarà capire se funziona o meno rompere lo schema della comunicazione tradizionale albergo-cliente fatta di frasi fatte e formule standard.

Ma la considerazione che voglio proprio tanto fare qui è questa: col cavolo che i testi fluiscono fuori con grazia innata, se non ti sei fatta un culo quadro prima!
Ma sai da quanti anni lavoro sulla leggerezza della scrittura? Sai la fatica a scrivere e riscrivere mail di bancari, circolari di amministratori pubblici, report di auditor?

Prima cosa: scrivere ti deve piacere e ti deve piacere fin da piccola. Io alle elementari volevo fare la parrucchiera, poi ho scoperto il foglio bianco e la stilografica e boom, il danno si è prodotto.
Seconda cosa: l’allenamento costante è fondamentale. Ho in mente gli anni di riscaldamento alla sbarra, quando praticavo la danza classica. Non che volessi fare la danzatrice né che avessi mai avuto il fisico da, ma la danza è stata una disciplina del corpo e della mente molto seria che si componeva di allenamenti due volte alla settimana e della lezione di “perfezionamento” la domenica mattina.

Ore di plié et grand plié, di arabesques che ti tiravano la schiena e pirouettes che ti facevano perdere l’equilibrio. E fai e rifai, cadi e rialzati.

Questo straordinario allenamento mi ha accompagnata fino ai 18 anni, le traduzioni delle versioni di greco fino ai 19 (certo che anche quelle…), ma l’amore per i fogli bianchi non ha ancora smesso di starmi vicino ☺

Insomma, l’attitudine a fare, correggere e rifare è stata quella che mi ha aiutato in questi anni di scrittura e riscrittura. Anni di sforzi utili a trovare la fluidità in un pensiero tortuoso, la formula più chiara e semplice anche là dove non sembrava possibile (vedi certi testi che provenivano da una compliance aziendale o da un parere di un ufficio legale); anni di prima e dopo fatti insieme a intere aule animate dal più fiero “da noi semplificare non si può”.

Questo per dire che il fluire senza ostacoli della scrittura non è gratis.
Prima di scrivere, penso io, è importante imparare a riscrivere, a cimentarsi con testi complicati, spesso inutilmente difficili, a volte volutamente ostici.

Sull’esercizio alla sbarra quotidiano, si fonda il testo che scorre e che suona naturale.

Perché il piacere di fare una pirouette doppia lo si può provare solo dopo aver provato cento volte e farne, bene, una singola (non che a me sia mai venuta sul serio una pirouette doppia, sia chiaro!).

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Completamente off-topic: sulla vita dura dei piedi di una (vera) ballerina, ho scritto questo racconto, ospitato da galliziolab.com

foto di Marco Borgna

I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie: vanno scelti a uno a uno. Figurati se di questi tempi dico un “no” (mi viene l’ansia anche solo a scriverlo). Questi pensieri controversi me li ha scatenati Ivan Rachieli.

Ivan è uno che per leggerlo devi scorrerlo parecchio, e ne vale la pena 🙂
Nella sua newsletter di stamattina parla del casino che riusciamo a fare noi freelance quando l’ansia ci coglie e ci sembra che un “no” a un cliente proprio non possiamo dirlo. Soprattutto, parla di quando non ci diamo retta, ma lo sappiamo bene che quel cliente non fa per noi. Quanto ha ragione?

Anni fa una psicologa mi ha suggerito: “lei abbia fiducia nella sua voce interiore. Quando le parla e le dice che sì o che no, le dia retta. Impari a darsi retta”. La voce interiore io la visualizzo nella pancia e quindi spesso mi sembra più giusto dare retta a un pensiero che si forma nel cervello, piuttosto che a un moto che mi avverte nelle viscere.

Il problema è che le mie viscere ci arrivano prima, a capire certe questioni. I miei frequenti mal di pancia instaurano con me un dialogo serrato ed è per questo che faccio l’equazione: voce interiore = voce della pancia.

È un peccato di orgoglio se dico che a me piacciono i clienti che vogliono me, non una che fa le cose che faccio io?

Ecco cosa mi ha scritto un cliente al quale ho fatto un’offerta di 637 euro (+ IVA):

Per quanto riguarda la tua offerta, ti dico che mi ero prefissato un budget di 500 € (più iva), ma si sa, i budget sono fatti per non essere rispettati (almeno io lo faccio sempre).

Quindi partendo dal presupposto che ci terrei molto a collaborare con te e vorrei che questi testi siano creati da te, ti chiedo un piccolo sconto (chiamiamolo uno sconto fan); facciamo 600 più IVA? (senza eliminare servizi dall’offerta?).

Questo si chiama parlare chiaro e con rispetto e certo che gli ho fatto lo sconto. Di corsa. Gli era chiaro che cosa voleva e da chi lo voleva fatto.

Certo, non si può pretendere che i clienti arrivino con già le idee nere su sfondo bianco, impaginate e numerate: si può lavorare in due anche sull’analisi dei bisogni in modo da chiarire un’esigenza che magari si intravede, ma che è ancora confusa. Il problema nasce sul chi lo fa. Se uno vale l’altro o se “pensavo di pagare di meno” o se “il nipote della mia collega scrive molto bene e mi ha chiesto la metà”, la contrattazione, oso dire, diventa problematica.

Mi sembra che sotto non ci siano le basi per raggiungere un accordo, perché manca quella fiducia che è fondamentale per fare un lavoro soddisfacente per entrambe le parti. Per fare un buon lavoro ci vogliono due elementi: un professionista competente e flessibile e un cliente che si fidi e si affidi. Come si fida del dentista, del notaio, del farmacista.

Oggi che grazie alla rete lavoriamo molto alla luce del sole, cercare il professionista che fa per te è più semplice, se sei un cliente: scorri veloce le tracce che lascio sul web, dai un’occhiata al mio blog, insomma, hai modo di annusarmi e magari anche di capire che no, non la pensiamo alla stessa maniera su certi temi e che non ti vado. Bon, chiusa lì.

Il contrario, per noi freelance, pare più arduo perché tutto è falsato a monte: in tempi come questi ti permetti di scegliere i clienti?

Eh.

Certo che non puoi avere la puzza sotto il naso, ma se pensi a come ti devi fare in quattro se prendi il cliente del mal di pancia e poi le grane arrivano (e arrivano sempre), forse è meglio che ti fai forza prima e rifiuti. Ha ragione Ivan quando dice che, poi, non gli concedi l’attenzione che devi e non fai il tuo lavoro con l’amore che serve (sei troppo un figo, Ivan!).

Perché sei sul chi vive tu e sta sulle spine lui, e così non si va da nessuna parte. Se ci si scioglie consensualmente va bene, certo, ma quante volte succede? Non accade più spesso che una delle due parti dia all’altra il benservito?

Ecco, appunto; e dopo, come ci si sente?

Secondo me la pancia andrebbe sopravvalutata.

ps Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio caldamente il corso di Marco Brambilla su Stime, preventivi e negoziazioni: lì di clienti se ne parla, eccome!

foto di Marco Borgna

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (uno)

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (uno)

Ci sono certi testi, certi discorsi, certe affermazioni che sono efficaci non perché contengono contenuti interessanti o originali, ma perché sono costruiti in modo da lasciare spazio a chi li ascolta o a chi li legge.

Costui o costei riempie lo spazio con propri significati, valori ed esperienze e compartecipa così alla costruzione del testo nella sua interezza. È una cosa che il nostro cervello fa in automatico: di default costruisce storie là dove trova elementi sparsi e ne riconosce una più o meno reale congruenza.

Questa tendenza a riempire i vuoti ce la portiamo sempre in giro e la applichiamo quotidianamente: ogni volta che diciamo che abbiamo capito anche se non è così, che ci è chiaro anche se non lo è, ogni volta che ascoltiamo o leggiamo e in automatico cerchiamo il modo di ricondurre le parole dentro una cornice di significato. Insomma, magari non è proprio tutto lampante, ma ci diamo da fare perché lo diventi: se al puzzle manca la coroncina, una scarpetta e un pezzo della zucca-cocchio, capiamo comunque benissimo che si tratta di Cenerentola, no?

Semplificando un po’, il principio di cooperazione di Grice è ciò che ci aiuta a vivere con gli altri senza aver bisogno, per capire e quindi agire, di leggere o ascoltare solo frasi corrette, coese e coerenti; la nostra tendenza e riempire i buchi e a trovare nessi ci trasforma in autentici creatori di storie.

La pubblicità se ne serve per guidarci a comprare i prodotti e gli sceneggiatori per farci passare ore meravigliose in un cinema buio o davanti a una serie TV da sballo, ad esempio.

Ma anche la politica ne può sfruttare le potenzialità quando vuole trasformarci in coautori di un testo (in senso ampio del termine), cioè farci assumere parte delle responsabilità che di solito preferiamo ribaltare del tutto sulle spalle di chi abbiamo, più o meno, eletto. Quando ci chiede di partecipare alla creazione di un significato più alto che poi ci impegni a crederci un po’ tutti quanti.

Proprio riflettendo su questo, ho analizzato il contenuto di un brevissimo video (di un po’ di tempo fa) in cui la ministra Maria Elena Boschi risponde alle domande dei giornalisti su un tema di certo non nuovo: il disaccordo interno al PD a proposito delle riforme del lavoro e dell’articolo 18 in particolare.

La neurolinguistica ci dice che l’uso studiato di parole generiche, la mancanza di riferimenti, l’eliminazione dei soggetti e gli accostamenti arbitrari di causa ed effetto fanno in modo che sia chi ascolta il discorso a ricontestualizzare, creare link di significato, dare senso e coerenza a ciò che ascolta. In base a ciò che pensa, fa e, soprattutto, desidera.

Nel discorso che ho analizzato Elena Boschi usa espressamente questi meccanismi linguistici o è un puro caso? Quello che so per certo è che noi tutti, lì dove abbiamo la possibilità di mettere del nostro, lo mettiamo. Il detto “offri un dito e ti prendono il braccio” è perfetto: ci dicono qualche parola vaga, vediamo qualche immagine e subito ci mettiamo a scrivere una sceneggiatura.

Per questo i film ci piacciono tanto: perché un pezzo ce lo scrivono, un pezzo lo creiamo noi.

Naturalmente bisogna poi misurare l’efficacia di un discorso come quello della ministra sul target diretto (compagni di partito) e su quello indiretto (italiani che votano). Ma su questo ci vorrebbe un capitolo a parte 🙂

Visto che scrivere in maniera lineare avrebbe fatto sembrare il mio post un saggio noioso, ho pensato di mostrarvi i miei appunti e ho inserito sotto a ogni tavola la versione alternativa. Cioè le parole che avrebbe potuto dire la ministra se avesse voluto essere precisa e puntuale e rispecchiare i pensieri che in quel momento probabilmente le vorticavano in testa.

Dopo le mie tavole finisce la prima puntata. Qui c’è la seconda.

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Tutto quello che dico lo dico con spirito da entomologo che sta classificando le ali di una farfalla, non so che cosa pensasse davvero la ministra Boschi (chiaro).

La neurolinguistica è una “roba” meravigliosa e la auguro un po’ a tutti 🙂 Se vi va di approfondire, qui potete scaricare gratis uno dei libri migliori che è stato scritto in Italia sul rapporto tra neurolinguistica e scrittura (La magia della scrittura).

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Testo originale tratto dal video

(clicca per ingrandire) Testo originale tratto dal video

Uno

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 1

Dice: vogliamo tutti che il nostro Paese vada avanti, entri nel futuro: le riforme lo permetteranno, quindi le portiamo avanti con convinzione.

Avrebbe potuto dire: cari compagni di partito, la riforma del mercato del lavoro non la molliamo nemmeno morti.

Miei appunti - Due

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 2

Dice: ammettiamo che nel PD alcuni non sono d’accordo con ciò che proponiamo, ma, quando serve, serriamo i ranghi.

Avrebbe potuto dire: tutti a dire no! Non se ne può più, davvero.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - Tre

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 3

Dice: rimanere uniti è ciò che ci hanno chiesto per anni i dirigenti nel nostro partito, facciamo vedere che abbiamo capito.

Avrebbe potuto dire: rimanere uniti è quello che ci riesce peggio perché proprio non siamo abituati, preferiamo farci la guerra e affondarci a vicenda, come l’esperienza dimostra. #ecchecavolo.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - Quattro

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 4

Dice: noi tutti vogliamo il bene del Paese e ciò che cerchiamo di fare ha solo questo obiettivo.

Avrebbe potuto dire: noi cerchiamo di fare quello che possiamo, c***o, ma se continuate a metterci il bastone fra le ruote tutto è lungo, dilaniante, combattuto.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - 5

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 5

Dice: quello che cerchiamo di fare riguarda, certo, anche il mondo del lavoro e a noi piacerebbe abbattere le barricate tra lavorator e datori di lavoro.

Avrebbe potuto dire: siamo stufi di continuare ad attorcigliarci attorno alle vecchie questioni di lotta, classi sociali e capitale; vorremmo metterla su un piano diverso, tanto per cambiare. E andare avanti. #ecchecavolo

Qui la seconda parte.

foto di Marco Borgna

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (due)

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (due)

Il linguaggio della vaghezza ha un suo perché? Bisogna essere sempre precisi e puntuali?

A queste domande ho provato a rispondere nel primo post, dove ho analizzato una dichiarazione rilasciata dalla ministra Elena Boschi.

Testo originale tratto dal video (clicca per ingrandire)

Testo originale tratto dal video (clicca per ingrandire)

Ciò che emerge è l’uso di un linguaggio votato all’indeterminatezza e all’effetto flou.

Il riassunto di ciò che dice è: qualcosa così importante come le riforme (genericamente intese) non può fermarsi perché alcuni (situati da qualche parte all’interno del partito) esprimono pareri contrari. Tutti (cittadini in generale e compagni di partito in particolare) possono capirlo. Restare uniti per il bene del Paese (genericamente inteso) è quello che ci hanno chiesto per anni (ognuno pensi a chi glielo ha detto e quante volte lo ha sentito) e adesso (indeterminato tempo presente) è arrivato il momento di mostrare che abbiamo capito (ognuno pensi che cosa). Il tema del lavoro (genericamente inteso) è al centro delle questioni e, se ci teniamo al bene dell’Italia, facciamo stare insieme (qualsiasi cosa significhi) imprenditori e lavoratori.

Sento qualcuno pensare: ah! Ecco! Il vuoto di idee! La mancanza di obiettivi! Il nulla cosmico nella testa della ministra e del governo tutto!

ALT

Un passo indietro.

Il linguaggio, nelle sue infinite manifestazioni, possiamo riconoscerlo come preciso oppure volutamente indeterminato. Dico riconoscerlo perché a monte c’è sempre un progetto, un obiettivo portato avanti da chi parla o scrive e più siamo attenti nell’analizzare le parole più questo obiettivo ci diventa chiaro.

Se chi parla o scrive ha come obiettivo primario quello di farsi capire al primo colpo, è chiaro che userà un linguaggio quanto più preciso, chiaro e univoco possibile: un medico che parla di una terapia, un’astronauta (al femminile in onore di Samantha) che deve capire come si spegne il fuoco a bordo, un cittadino che voglia capire come pagare le tasse. Razionalità e poco altro.

Se però l’obiettivo è quello di persuadere qualcuno (pochi o tanti), ecco che chi parla o scrive cercherà di mettersi in contatto con la parte emotiva del suo destinatario e quindi non userà comunicazioni unidirezionali o proclami, ma “movimenti” verso. Movimenti di avvicinamento verso i pensieri e i desideri del destinatario che non si possono conoscere in maniera precisa, ma si possono evocare, suscitare, far emergere usando un linguaggio volutamente vago.

La vaghezza non è quindi da archiviare subito sotto la categoria “vuotaggine”. La vaghezza è una calamita fortissima perché fa in modo che chi ascolta o legge se la cucia addosso e la trasformi in ciò che preferisce.

La pubblicità insegna: il “benessere del mattino” che cosa vuol dire in sé? Abbastanza niente (lo so che non si dice, è per capirci). Ma è ciò che significa per ognuno di noi che conta e che ci muove all’acquisto.

E nella vita di tutti i giorni pensiamo all’effetto che sortisce su di noi una frase come: “ah, ti devo parlare”. Apriamo mondi, sprechiamo ipotesi, ci asciughiamo perline di sudore, ci lecchiamo i baffi… tutto facendoci il nostro personale film.

Il linguaggio dell’indeterminatezza agisce nella testa di chi ascolta chiedendogli cooperazione, chiedendogli di partecipare a un lavoro bellissimo di co-creazione del significato.

Nel suo discorso, Elena Boschi chiede a chi ascolta: pensa alle riforme che ritieni più importanti per te (scuola, lavoro, costituzione…); a quello che per te è il bene del Paese (avere una PA più snella, vedere il PD governare a lungo, riportare credibilità all’Italia… ); a ciò che per te vale di più difendere quando parliamo di lavoro. Ecco, anche per me e per noi sono temi importanti: se restiamo uniti, lavoriamo tutti alla realizzazione del medesimo obiettivo.

Il meccanismo è questo: che sia efficace o no, o quanto sia efficace, bisognerebbe verificarlo caso per caso (e qui non me ne occupo).

Certo è che se la ministra avesse preferito togliersi i sassolini dalle scarpe e andare diritta sul bersaglio, avrebbe potuto spogliarsi del sorriso e della pazienza e usare la versione alternativa (l’ho inserita anche sotto le mie tavole nella prima parte del post):

1) cari compagni di partito, la riforma del mercato del lavoro non la molliamo nemmeno morti

2) tutti a dire no! Non se ne può più, davvero.

3) rimanere uniti è quello che ci riesce peggio perché proprio non siamo abituati, preferiamo farci la guerra e affondarci a vicenda, come l’esperienza dimostra. #ecchecavolo.

4) noi cerchiamo di fare quello che possiamo, c***o, ma se continuate a metterci il bastone fra le ruote tutto è lungo, dilaniante, combattuto.

5) siamo stufi di continuare ad attorcigliarci attorno alle vecchie questioni di lotta, classi sociali e capitale; vorremmo metterla su un piano diverso, tanto per cambiare. E andare avanti. #ecchecavolo

A qualcuno piacerà di sicuro questa seconda modalità: diretta, spigolosa, ma chiara. Io dico che dipende dall’obiettivo: se vuoi alimentare un incendio e dare importanza a chi ha buttato il cerino (target primario, compagni di partito), sì. Se vuoi spegnere le fiamme e fare in modo di portarti a casa anche solo il beneficio del dubbio di chi ti ascolta (ricordarsi anche del target secondario, cioè i cittadini), allora va bene il linguaggio dell’indeterminatezza.

Quello che è interessante sottolineare è che la neurolinguistica fornisce chiavi di lettura molto interessanti e permette di andare a fondo nell’analisi delle parole che usiamo. E le parole non sono mai casuali. Le parole che usiamo parlano di noi, di come vediamo la realtà e di come, nella nostra testa, facciamo aderire la realtà a ciò che pensiamo di essa.

Le parole, che creano storie, le scegliamo noi.

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Per approfondire i temi della neurolinguistica, qui potete scaricare gratis uno dei libri migliori scritti in Italia sull’argomento (La magia della scrittura).

Foto di Marco Borgna

Analogico nel digitale: cartoline dal BTO2014

ll BTO (Buy Tourism Online) si è concluso da qualche giorno e sono davvero soddisfatta. Mi ha dato la possibilità di fare un esperimento di storytelling crossmediale piuttosto interessante ed è stato anche una bella festa iniziata col mojito insieme a Miriam il lunedì sera e finita col racconto di un avventuriero-motivatore il mercoledì pomeriggio. Ma che cosa voglio di più?
L’emozione la lascio al fondo del post, se no mi fermo e non vado più avanti (mi pare di sentire @gluca: c’è troppo pathos, qui).

Prendo il via da questo tweet di Giuliana Laurita

Già, che mestiere farà mai?

A monte c’è il perpetuo problema della ricerca della definizione univoca: alla domanda “ma tu che cosa fai” io rispondo a seconda dell’interlocutore e della situazione e così sono un po’ diversa tutte le volte. Ma forse è il fatto di cercarsi un’unica etichetta che non funziona più: in questi tempi di professionalità fluide ti scappa sempre un po’ di qua e un po’ di là la coperta del singolo “nome”.

E così, chi è lo storyteller? In realtà lo siamo un po’ tutti quando ci raccontiamo con un tweet, uno status o un post. Ma allora non esiste?

Io la penso così: lo storyteller non è una figura professionale (scusa, puoi mica darmi il numero di quella lì, che fa la storyteller…), ma è un professionista della comunicazione che maneggia con disinvoltura la narrazione e decide quali strumenti e quali canali usare a seconda dei contesti. Anche un giornalista, lo è, un fotografo.

Lo storyteller racconta quello che vede, capisce e sente e in qualche modo lo rielabora per lasciare la sua cifra. Può farlo twittando, girando un video, fotografando o può farlo inventandosi un format.

Alla base c’è che narra, trova il modo di far uscire la storia e di inserirla dentro un flusso. Il primo problema è questo: posso anche saper raccontare, ma, se non c’è nessuno ad ascoltarmi, svolgo un semplice esercizio di solipsismo. Secondo problema: il flusso grazie alla rete è assicurato, ma come faccio a farmi pescare e tirare su tra le cose che scorrono?

Io sono fortunata perché ho un esempio concreto molto recente.

Ho fatto parte del Social Media Team che ha raccontato il #BTO2014 e mi sono inventata un format: la cartolina. Il massimo dell’analogico inserito nel flusso digitale di un tumblr. La cartolina è qualcosa che ci siamo quasi dimenticati, ma io l’ho immediatamente associata al turismo (e quindi al BTO) e da lì a farmi venire l’idea di spedire cartoline da Firenze è stato un lampo.

Ho fatto stampare le cartoline (vuote) su un cartoncino di carta riciclata che le rende immediatamente cenestesiche: vi vien voglia di toccarle, cioè. Una volta riempite con i miei appunti, le ho fotografate con l’I-Phone, aggiustate con Snapseed e poi le ho pubblicate su tumblr.

Dietro a ognuna di esse si vede il fondo sul quale sono appoggiate. Scarsa professionalità? Ma nooooo! Una cartolina “deve” risultare appoggiata da qualche parte: non le scrivevate forse sul retro della valigia, sulla schiena dei compagni di viaggio, sul pavimento sporco del traghetto? Come può suscitarvi ricordi ed emozioni, se sa di standard e di leccato lontano un miglio? (Poi però, ai relatori, una volta tornata a casa, ho mandato le scansioni delle cartoline originali come ricordo).

Insomma, dal punto di vista estetico, gli eventuali difetti si sono trasformati in punti di forza; entrando nello specifico del contenuto, invece: se è vero, ed è vero perché lo dice Miriam Bertoli, che i contenuti fanno girare il mondo, come li ho declinati nelle cartoline?

La maggior parte degli appunti che ho preso e inserito nelle cartoline possano essere inseriti in altrettanti tweet. Il lavoro di sintesi che occorre è lo stesso: salvaguardare il succo di ciò che viene detto in quel momento e condensarlo in poche parole.

In più, sulle cartoline avevo la necessità di presidiare lo spazio: come facevo a sapere se i contenuti dello speaker sarebbero stati tanti o pochi, tutti interessanti o tutti facili da sintetizzare? Potevo dare la priorità ad alcuni argomenti, che magari capivo di più, a scapito di quelli a me meno vicini?

Chiaro che in un evento live come il BTO non potevo prepararmi prima, se non andando a dare un’occhiata ai cavalli di battaglia degli speaker che pensavo di seguire. Alcuni li conoscevo, altri li ho scoperti e grazie alla rete alcune info le ho raccolte. Ma il live è il live e un po’ di ansia da prestazione ce l’avevo: il relatore avrebbe ritrovato se stesso? Avrebbe apprezzato la scelta e il punto di vista?

Ecco, nelle cartoline ho raccontato ciò che più mi ha colpita, ciò che sono stata in grado di rielaborare al meglio. So di dover migliorare nel disegno e nella calligrafia, ma ho imparato anche che reggo bene il poco tempo e che riesco a passare da un argomento all’altro senza problemi.

Giuliana, lo storyteller è quindi anche colui o colei che trova la maniera di raccontare un evento in formati non scontati, predilige le contaminazioni, ha una buona capacità di sintesi e ama tutte le forme di trasmissione della conoscenza.

Siccome credo molto nella riduzione rispettosa della complessità, faccio mia una frase di Allevi: la semplicità è la complessità risolta, non la banalità.

Il commento più divertente del BTO l’ho ricevuto da Rocco che a un certo punto, mentre disegnavo, mi si è avvicinato e, indicando le cartoline, mi ha chiesto: “Anna, dove le hai prese queste?”. Non si è accorto di quanto piacere mi ha fatto 🙂

E adesso le emozioni:

  • ho toccato @robertamilano (addirittura l’ho abbracciata e baciata)
  • ho conosciuto @insopportabile (e la santamoglie) e ho visto da vicino l’effetto che fa alle fan
  • ho finalmente abbracciato @svoltarock (ero sicura che sarebbe stato come ritrovare un pezzetto di me)
  • sono finita nelle slide di @mafedebaggis e @gallizio con una mia mappa mentale
  • ho visto da vicino quanto trascina @sergiocagol (e sono rimasta contagiata dal sorriso di @lcrame)
  • ho finalmente capito che @paola_faravelli riesce a fotografarmi perché vede al di là
  • ho fatto per la prima volta parte di un Social Media Team raccontando un evento così interessante insieme a tante altre persone (che taggo virtualmente qui tutte!!!)
  • ho fatto tenerezza a @manuvic69 che ha twittato per me quando, disperta, mi sono accorta di aver perso gli occhiali (ma il giorno dopo li ho ritrovati!).

Non di sole parole

515_2 Matteo Pericoli

Non me lo sono inventato io che si fa un ottimo storytelling anche senza parole, ma ne ho sottomano un esempio bellissimo. Si tratta delle finestre. Sì, le finestre. Avete mai provato a capire perché c’è quella tal finestra di casa che vi piace tanto? O perché, se lavorate in un ufficio, quella finestra lì vi ispira e quando la fissate vi parla? No, non è che sentite le voci, ma gli occhi posati su di essa trovano le risposte o, ancora meglio, vi aiutano a farvi le giuste domande.

Ecco, Matteo Pericoli ha studiato proprio questo “potere”. Ha iniziato disegnando la finestra che se avesse potuto si sarebbe portato via quando ha cambiato casa a New York (prima di trasferirsi a Torino) e poi ha continuato con le finestre di alcuni scrittori in giro per il mondo e il panorama che da esse si vede. Non è diventato un nomade delle finestre, si è fatto spedire le foto e i commenti degli scrittori e poi, con pazienza e costanza, prove ed errori, le ha disegnate.

Matteo Pericoli, “Windows of the world – 50 writers, 50 views”

Quando ho visto appese le stampe originali mi è preso un sottile brivido: come era possibile leggere così tante storie e non avere davanti nemmeno una parola? O meglio, molte finestre sono corredate dal commento dei proprietari, ma, quando guardi quei disegni così puliti, rispettosi, presenti ma mai ingombranti capisci che ci sono “anche” le parole.

Matteo ha disegnato finestre di scrittori famosi come quella sul Bosforo di Pamuk, ma anche quelle di scrittori che non conosci e che non ti importa di conoscere perché ti sembra bello anche solo poter poggiare gli occhi su ciò che vedono loro.

E poi pensi alla tua finestra preferita e cerchi di capire che cosa ci vedi tu. Magari è il pezzo di uno spettacolare muro di mattoni vecchi che nasconde il traffico cittadino, magari è quella pianta che speri si dimentichino di potare e che ti prende per mano stagione dopo stagione. O è lo stendino perpetuo sul balcone della casa di fronte.

Io la prova l’ho fatta. Matteo è stato mio insegnante alla Scuola Holden in un fine settimana memorabile. Eravamo dieci a frequentare “Fondamenta 2012-2013” e, se guardiamo indietro, è stato lui, che è arrivato alla fine, ad aiutarci a rileggere tutto il percorso fatto in quei nove mesi.

Il suo sorriso e la sua voce delicata ma decisa mi hanno messa di fronte al fatto che prendere una matita in mano per disegnare una finestra poteva essere angosciante quanto buttarsi con un elastico da un ponte.

[Questo è un altro dei grandi segreti che la scuola italiana ci dovrà svelare: perché alla maggior parte di noi non piace la matematica e fa paura disegnare?]

Matteo è uno di quei (pochi) insegnanti che ti accompagnano, ma non fanno per te; che ti motivano, ma non ti tolgono la sedia da sotto quando sei quasi arrivato. Sempre lì a prestarti il suo tratto amico quando guardi matita e gomma come fossero forchetta e coltello e tu avessi tre anni.

Io lo so che è difficile da credere, ma questa l’ho disegnata in quel fine settimana, senza aver quasi mai preso in mano la matita, prima.

Viste. 9 racconti dalla finestra

Viste. 9 racconti dalla finestra – Annamaria Anelli

Traballante e piena di errori, ma mia.

Mentre scrivo mi sto accorgendo che se non fossi incappata in quel modo accogliente di Matteo di mostrarti come si aggirano certe paure, non avrei trovato il coraggio di avvicinarmi alle mappe mentali di Roberta Buzzacchino, alla scrittura a mano di Monica Dengo, allo sketchnoting di Sara Seravalle e soprattutto non le avrei incontrate.

Unisco i puntini e scopro che, in realtà, la vera fortuna è non avere paura di imboccare strade poco note. Dietro l’angolo, o al di là di una finestra, puoi trovare non pensate parti di te. Ma che tu non le abbia ancora pensate non significa che non siano lì ad aspettarti.

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Matteo Pericoli, Windows of the World, Penguin.

Per chi fosse interessato ad approfondire, qui c’è l’articolo che ne parla.

Eroe e Mamma: archetipi ribaltati nel mondo che cambia

Eroe e Mamma: archetipi ribaltati nel mondo che cambia

Maleficent è stato un punto di non ritorno: da lì in poi forse mi aspetto che tutti gli archetipi, prima o poi, piano o forte, vengano sovvertiti. Che sia stata Malefica e non un insulso principe-ragazzino arrivato da chissà dove a risvegliare la bella addormentata per me è stata l’apoteosi. Il potere delle donne che scelgono una via non facile, delle mamme (biologiche o meno) che mettono da parte tutto per un amore definitivo verso figli che magari mai si risveglieranno e mai capiranno il sacrificio supremo: quello fatto in silenzio e che non usa i sensi di colpa per avere ragione.

Con il seienne e la novenne abbiamo appena visto Dragon trainer 2: essendo noi una famiglia amante dei draghi (pensare che ci piace anche quello tremendo ma un po’ ciarliero de “La Maledizione di Smaugh”), non potevamo sottrarci.

A differenza di Maleficent, dove i cattivi non sono proprio cattivi o se lo sono c’è un perché, in Dragon trainer 2 i cattivi sono decisamente cattivi, i buoni tremendamente buoni e i bambini tirano un sospiro di sollievo: insomma, il mondo gira sempre per il verso giusto.

L’Eroe è un ragazzino ventenne senza una gamba che se ne infischia allegramente del proprio handicap: ha ideato un complicato meccanismo che aziona lui stesso e che gli consente di mettere, togliere e spostare il suo arto senza problema alcuno. Ma quando mai l’eroe non è straordinariamente figo fino a essere paragonato a un semidio? In questa storia è così: i bambini lo vedono sfrecciare in cielo in sella alla sua Furia Buia (tipo di drago), facendo acrobazie degne dei moderni eroi che si cimentano in imprese pazzesche sotto l’occhio fisso di una GoPro (e degli sponsor).

Sovvertimento dell’archetipo dell’eroe perfetto e invincibile: si possono fare grandi cose nella vita, bambini, anche se si ha un handicap evidente o anche se non si corrisponde al canone estetico imperante.

Comunque, è un eroe molto eroe, coraggioso anche se con qualche momento di tremarella nei confronti di un destino che sembra gli vogliano cucire addosso senza chiedere il suo parere (deve prendere il posto del padre a capo del villaggio).

Risponde al Richiamo all’Avventura di impeto e con tutto il coraggio dei suoi anni e il Mentore che sancisce ufficialmente la partenza del suo viaggio è speciale, molto speciale: è la madre (di questo ne parliamo dopo, però), che lui non vede da 20 anni.

Il suo Oggetto del desiderio, utile a riportare l’equilibrio nel mondo in cui ha sempre vissuto e che adesso è in pericolo, è la messa in pratica di un ideale: fare in modo che uomini e draghi convivano in pace, aiutandosi e non facendosi più la guerra.

L’Attraversamento della soglia, che gli consente il passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario, dell’avventura, è esplicito, quasi didascalico: un muro di nuvole spessissimo che lo proietta in un non-luogo riparato da enormi getti di ghiaccio, inaccessibile a occhi ignari.

I Test che deve affrontare per essere degno di rimanere (vivo) in questo mondo sono prove di coraggio, certo, ma anche di tolleranza, di rispetto per le diversità, di salvaguardia dei perseguitati (rimando sottile ai nostri problemi quotidiani).

L’arrivo al riparo-Approccio al covo segreto dell’Anti Eroe (un cattivo cattivo, diventato così per ragioni che spiega molto chiaramente lui stesso) è seguito da una Prova che l’Eroe perde nel peggiore dei modi (ma non dico come).

Di fronte a questo grande divario tra le sue aspettative e ciò che succede in realtà, l’Eroe si fa forza e decide di combattere facendo appello al tutto per tutto che in questo caso è l’espediente più improbabile: cioè l’energia espressa dall’inconsapevolezza della gioventù e dalla volontà di non sottoporsi a regole decise da altri. Parliamo di draghetti giovani che non si fanno assoggettare dalle Forze antagoniste (l’Anti Eroe e il suo potentissimo aiutante) in quanto non riconoscono quei meccanismi mentali e sociali ai quali tutti quanti, da adulti, ci pieghiamo scordandoci della follia e della fame insite nella gioventù.

L’Eroe alla fine vince la Grande Prova sconfiggendo l’Anti Eroe e il suo aiutante e liberando finalmente tutti i draghi dal giogo nel quale erano caduti: la Ricompensa è la riconquista del suo Aiutante principale (la Furia Buia) che diventa la guida riconosciuta di tutti i draghi.

Nella Strada del ritorno (solo simbolica perchè la Grande Prova si svolge già nel suo villaggio di origine) l’Eroe conquista il rispetto degli abitanti e dei draghi e la Sanzione positiva, sdoppiata, è di nuovo didascalica:

  • è la vecchia-maga del villaggio che lo nomina ufficialmente Capo del villaggio (la tradizione e i valori ancestrali che passano le insegne del potere da una generazione all’altra);
  • anche se qui non c’è un Destinante a concedergli la mano della principessa, l’Eroe dà il primo bacio “da adulto” a quella che sarà la sua futura compagna (matrimonio che consentirà il perpetuarsi dei valori della comunità).

E l’oggetto del desiderio? Pienamente conquistato: l’Eroe torna al mondo ordinario dove la convivenza pacifica tra uomini e draghi può continuare e può estendersi al resto delle terre conosciute.

Infine due parole sulle donne della storia.

  1. la ragazza che è chiaro sposerà il protagonista è della stessa matrice di Merida, protagonista di “Ribelle – The Brave”, quindi ribelle, coraggiosa e capopopolo. Penso sia ormai finita l’era delle fanciulle da salvare e che rincorrono l’idea delle nozze.
  2. la figura della madre è il più grande ribaltamento archetipico della storia: l’Eroe non vede la madre da vent’anni perché, alla sua nascita, nella scelta tra accettazione dei valori dominanti (guerra totale ai draghi) + figlio o perseguimento dei propri ideali (convivenza pacifica con i draghi) + perdita del figlio, lei decide per la seconda opzione. Quindi si allontana volontariamente dal focolare domestico, abbandona marito e figlioletto per seguire ciò che ha nel cuore: va a vivere in una comunità che raccoglie tutti i draghi in circolazione, compresi i cacciati e feriti, non dando più notizie di sé.

Quando il figlio, l’Eroe, la ritrova, non la odia né la punisce con i sensi di colpa (come lei si aspetta) perché è in grado di capire che gli ideali che hanno spinto lei a quella decisione sono gli stessi che hanno fatto sì che lui disobbedisse al proprio padre e si facesse fagocitare dall’avventura.

Sì, certo, tutto semplice e lineare per essere compreso dai bambini, ma i cambiamenti, quelli piccoli e nascosti tra un volo di drago e l’altro, sono quelli che fanno quello che devono fare: lavorare nell’immaginario delle nuove generazioni e abituarle a capire che guardando le cose da un altro punto di vista, il mondo cambia.

Foto: http://www.1freewallpapers.com/how-to-train-your-dragon-2-banner/it

Nulla succede per caso

Nulla succede per caso

Due considerazioni due sul libro Nulla succede per caso, di Robert H. Hopcke e sul perché l’ho scelto (a caso), tra tanti altri, durante una scorribanda senza meta in libreria.

***

Hopcke, psicoterapeuta di area junghiana, mutua proprio da Jung il concetto di sincronicità e lo declina aiutandosi con i moltissimi racconti che gli hanno fatto negli anni le persone più diverse.

Hopcke spiega che una coincidenza diventa significativa, quindi possiamo parlare di sincronicità, quando è la nostra esperienza a dirci che sta capitando qualcosa di differente e, quindi, significativo, per noi.

Siamo noi che attribuiamo a un fatto casuale l’attributo di speciale, insomma: per come stiamo, per cosa viviamo in quel momento, per quanto siamo aperti alle cose e alle persone, alle nuove esperienze.

Io lo trovo un concetto interessante perché ti aiuta a fare piazza pulita di tutti i dietrologismi-teleologismi vari: nessuno ti manda un accidente, così come nessuno ti fa un super-regalo, così come nessun fato cieco ti mette tra i piedi la svolta della tua vita.

Sì, è vero, gli eventi significativi possono costituire delle vere e proprie svolte, nella nostra vita, ma lo diventano perché noi li leggiamo come tali, noi attribuiamo loro un significato importante perché cogliamo nessi e legami con ciò che stiamo vivendo nel momento in cui ci capitano.

Questi eventi significativi sono situazioni o fatti esterni che hanno influenza dentro di noi. Quando i fatti significativi sono “moti” interiori che poi hanno influenza sull’esterno della nostra vita, si chiamano trasformativi, in quanto dopo non siamo più gli stessi. Nel primo caso facciamo ad esempio rientrare gli incontri con persone che segnano da lì in avanti la nostra esistenza; nel secondo caso quei momenti di … “visione”… in cui capiamo finalmente da che parte andare.

Per spiegare che cosa proviamo quando ci imbattiamo in coincidenze significative, Hopcke fa ricorso al concetto junghiano di percezione del Sé come totalità.

Cogliere la totalità del Sé corrisponde a quel momento di grazia in cui capisci che ogni cosa che ti è capitata, ogni persona che hai incontrato, ogni desiderio che hai avuto fa parte di un insieme coerente. Hopcke ricorre alla metafora della storia: noi siamo personaggi di un’unica grande storia – la nostra – e, nel momenti di personale epifania (questa è una definizione mia), percepiamo la coerenza narrativa della nostra esistenza.

È proprio la nostra capacità di cogliere i significati negli eventi casuali che ci capitano che ci fa sperimentare, dice Hopcke, la potenziale integrità della nostra esistenza, dove integrità sta per unicità, coerenza. Sperimentazione della totalità del Sé, appunto.

Che cosa significa attribuire a un evento casuale un significato? Significa capirne la portata simbolica, dice Hopcke, capire che cosa vuol dire per noi in quel momento della nostra vita. Certo è che, per cogliere il significato e dargli un valore simbolico, occorre che noi viaggiamo aperti alle possibilità e alle esperienze, pronti a seguire strade diverse da quelle che magari, fino a quel momento, avevamo difeso con i denti come uniche nostre possibilità.

Questo atteggiamento di apertura interiore non è facile da perseguire, per molti, perché implica che dobbiamo essere disposti a metterci in discussione. Ma quand’è che noi ci mettiamo in discussione? Quand’è che siamo maggiormente pronti a cogliere segnali che ci possano indirizzare o ispirare? Hopcke afferma che le coincidenze significative si verificano sempre in periodi di transizione.

Eccola lì! Ecco perché questo libro mi ha acchiappata fin dalla prima pagina, manco fosse l’ultimo di Patricia Cornwell!

Io, che da qualche mese vivo in questo prolifico momento di ricerca e transizione, avevo forse bisogno di dare un nome a ciò che mi sta capitando e alle moltissime sincronicità che costellano le mie settimane. Ad esempio, adesso so che ciò che ho provato mentre facevo le legature lunghe durante il corso #scriviamoamano di Monica Dengo è stata una sincronicità. Quella sensazione di coerenza tra mente e corpo sono stata in grado di percepirla perché mai come in questo periodo sono stata aperta e disponibile a seguire nuove idee e intuizioni.

Anche aver scelto a caso questo libro da uno scaffale, leggendolo alla luce del mio stato emotivo, costituisce una sincronicità.

Se non lo avete ancora fatto, leggete il pezzo consigliato da Mafe  sul narrativismo: è molto interessante e pieno di spunti. Ed è in tema con tutto quanto ho scritto fin qui.

La fortuna è saperla riconoscere

Il mio rapporto con le parole scritte è molto cambiato ultimamente, perché sono io che sono cambiata, o meglio, che sto cambiando.

Quando mi sono innamorata della scrittura? Di certo sui banchi di scuola, con i temi e l’incredibile attrazione del foglio bianco. Negli anni dell’università buio totale: e chi ha mai scritto, fino alla tesi?

Poi c’è stato il tuffo nella scrittura astrusa, astratta, fuffosa in risposta ai bandi europei, poi il lavoro a bottega con quella essenziale e chiara “per forza” alla base della formazione a distanza, poi c’è stato l’incontro e il successivo matrimonio d’amore con il plain language che non mi stanco di predicare (e mettere in pratica) aula dopo aula e lavoro dopo lavoro.

Il salto in quella narrativa una volta tornata per un momento sui banchi di scuola, poi l’approfondimento di quella utile sul web e, ultimamente, la virata verso il sodalizio parola+disegno grazie alle mappe mentali.

A guardarla così, è una progressione che mi dà le vertigini. Vado per accumulazione, non c’è una forma di scrittura che esclude l’altra (bé, quella fuffosa non la pratico più neanche sotto tortura), né una può manifestarsi senza l’altra. È un conglomerarsi di materia, un accrescimento di potenzialità, un fluire di “senso” da una all’altra che, alla fine, lascia un sedimento straordinario: una scrittura per trovarsi.

La mia personale epifania di questo concetto l’ho avuta sabato 21 giugno, durante il corso #scriviamoamano con Monica Dengo. A un certo punto della giornata, Monica ci ha fatto provare a scrivere in un corsivo diverso, in modo da non badare alla leggibilità ma alla bellezza del tratto: tecnicamente abbiamo usato le legature lunghe tra una lettera e l’altra (cliccando l’immagine qui sotto si può capire bene).

legature lunghe2

(dal libro di Monica Dengo Scrivere a mano libera, 2007) (clicca per ingrandire)

Io non ci riuscivo, poi Monica, con tutta la sua grazia intensa e concentrata, mi ha preso la matita di mano e mi ha mostrato: tratto calcato per la lettera, tratto leggero per la legatura, tratto calcato per la lettera, tratto leggero per la legatura e così via, fino a trovare il ritmo.

Mi sono messa di impegno e ho provato a copiare meccanicamente, ma non riuscivo a capire fino a dove dovesse arrivare la legatura, quanto fosse necessario tenerla prima di passare alla lettera successiva. La mia ricerca è andata avanti fino a che mi sono accorta di un effetto stranissimo: lettera calcata, ok, il tempo di disegnarla; legatura leggera lunga… lunga tanto quanto il respiro!

Mi sono accorta che la mia mano, sorretta dal polso, fermava la legatura con ritmo costante e che quel ritmo era dato dal respiro! Era il respiro che guidava il gesto, il corpo che si impossessava del tratto sottraendolo alla scelta razionale.

Posso confessare che mi sono venute le lacrime? È quel tipo di momento che ti fa capire quanto le cose arrivino al momento opportuno. È straordinario quando senti che la tua ricerca è giusta, quando percepisci che mente e cuore sono d’accordissimo (per una volta!!!) con ciò che stai facendo.

Io ho capito che in questi mesi sono alla ricerca, ed è bellissimo. Non so dove “mi sto portando” o forse lo intuisco, ma so che ha a che fare con la scrittura per trovarsi. Io mi sono trovata (o almeno mi sono vista per un momento) proprio nel momento in cui ho mollato la presa e ho perso il controllo.

Il respiro si è impossessato del gesto estetico della mano come per rivendicare la, almeno momentanea, superiorità del corpo (con i suoi ritmi) sulla fatica del contenuto. Ecco, forse è il momento di dire che la scrittura per me sta diventando un mezzo, non è più solo un fine.

Io lo dico qui e lo ripeto tutte le volte che serve: sono una “ragazza” fortunata. Lavoro con la materia più interessante del mondo e che mi dà più piacere. Sono fortunata e anche no, se devo essere sincera. Non è forse il caso che noi donne-mamme-lavoratrici (e ci metto anche freelance) incominciamo a pensare che il caso o la fortuna c’entrino fino a un certo punto?

Certo, tutto può iniziare con un incontro fortuito o con una circostanza inaspettata, ma poi è la perseveranza, il fiuto, la voglia mai stanca di provare e ricominciare che ci fa avanzare.

Forse, la fortuna è davvero quello che mi ha ripetuto tante volte uno dei miei maestri: la fortuna è saperla riconoscere.