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Email come strumento di relazione

Email come strumento di relazione

Per scrivere una email non basta saper usare correttamente l’italiano. Progettarla, prima, e scriverla, dopo, è un esercizio relazionale importantissimo.

Quante volte ci scopriamo a rimuginare per una mail che ci hanno scritto e che ci ha dato fastidio? Quante volte ci capita di morderci le mani perché abbiamo risposto sull’onda della rabbia con “quel tono”, cioè quello che riserviamo alle situazioni in cui vogliamo davvero litigare?

In un’epoca in cui scriviamo tanto e facciamo conoscere la nostra opinione sul mondo usando con facilità gli strumenti social, io credo ancora molto nel “potere” della vecchia cara email. Le riserviamo spesso la funzione di spiegare meglio, di dirimere dubbi amletici, di ripristinare situazioni contorte e anche di veicolare contenuti più intimi. Contemporaneamente è tramite l’email che  molti clienti preferiscono lamentarsi di un disservizio o di un prodotto che non ripaga le attese.

Maneggiare con cura, quindi, perché l’email diventa la diretta estensione di come impostiamo le nostre relazioni in generale. Attraverso le parole che usiamo, la lunghezza o la brevità delle nostre frasi, l’uso che facciamo dello spazio, il tono che scegliamo diciamo tantissimo di come vediamo noi stessi e gli altri.

Molti sostengono che quando si scrive una email di lavoro basta stare sul pezzo e lasciar fuori le emozioni.
In realtà non si può. Perché anche se scrivi una mail saluti-contenuto di tre righe-saluti stai esprimendo uno stato d’animo. Magari non ci hai mai pensato, ma un testo del genere è una bomba che prima o poi ti tornerà con gli interessi. Perché se va bene comunichi fretta, se va male chiusura, indifferenza al confronto, indisponibilità a uno scambio col destinatario.

Il contenuto più interessante del mondo non serve a nulla se non riesci a veicolarlo in modo che il tuo lettore si senta coinvolto. E questo è importantissimo, quando scrivi a qualcuno al quale chiedi di fare qualcosa per te!

Ciao Carla,
ti mando quegli avvisi di cui avevamo parlato l’altra settimana alla macchinetta del caffè. Vedi tu quello che puoi fare, ricordati solo che il 10 di questo mese scadono tutte le password e il lavoro che ho fatto fino a oggi non servirà più.
Un saluto,
Gabry

– Non mi sembra che sia una mail offensiva per il destinatario
– Da che cosa lo deduci?
– Voglio dire che chi ha scritto fa riferimento a qualcosa del quale avevano già parlato e ricorda solo che cosa succede se non rispettano la scadenza. Non penso che sia necessario diventare melensi anche solo per dire due parole a un collega
– Secondo te un collega è diverso da un cliente?
– Ma certo! Il collega magari ci conosce da anni e sa che siamo fatti così. È abituato al nostro modo di scrivere e mica si offende.

Questa obiezione l’ho sentita decine di volte da quando faccio formazione sui temi della scrittura efficace e il nodo sta tutto qui: quando scriviamo, ogni destinatario è un nostro cliente!

A noi serve come l’aria impostare buone relazioni con le persone, e non solo perché così facendo è più facile ottenere ciò che vogliamo. Fare di tutto per migliorare i rapporti con gli altri è la strada maestra per raggiungere il nostro vero obiettivo che, dichiarato o meno, è vivere meglio, con più serenità. E impostare migliori relazioni con le persone significa dare ascolto non solo alle nostre imprescindibili scadenze, ma anche al bisogno dei nostri interlocutori di avere considerazione e rispetto. Quello che, poi, in realtà vogliamo noi, giusto?

Conoscere i meccanismi che si innescano quando usiamo determinate parole o espressioni ci aiuta a prendere consapevolmente una strada: possiamo anche optare per quella che ci porta al conflitto, se è lì che vogliamo arrivare. Ma nella maggior parte dei casi facciamo il possibile perché tutto fili liscio, in tempi brevi, e senza troppo dispendio di energie.

Basta poco ad accendere la miccia: quando in una frase inseriamo un “ma”, come d’incanto chi ci legge si scorda di tutto ciò che abbiamo scritto prima e si concentra a pugni chiusi in attesa della mazzata che sa già arriverà (e vale anche quando parliamo, eh!).

E basta poco anche per cambiare il segno a una lamentela: ad esempio, nella risposta potrò adoperare consapevolmente i tempi verbali. Sposterò nel passato i problemi, con il passato remoto o l’imperfetto; userò il presente per assumermi responsabilità o ribadire impegni presi; con il futuro aprirò una finestra luminosa sulle opportunità ancora tutte da cogliere.

Io dico che le email si scrivono, si leggono e si ascoltano. E se è necessario si coccolano anche un po’. Questo è il segreto 😉

+++

Questi argomenti li affronterò nel mio nuovo corso “Email come strumento di relazione”. Io lo amo tanto perché è il frutto di due esperienze formative davvero molto ben riuscite: una in Kristalia, l’altra alla Fratelli Damiano.

foto di Marco Borgna

Quando la scrittura è relazione

Quando la scrittura è relazione

Ci sono dei momenti della vita che sono delle svolte e ce ne accorgiamo proprio mentre accadono. Il mio viaggio in Sicilia alla Fratelli Damiano ne è stato un clamoroso esempio, ma prima dico perché ci sono andata. Mariateresa Licata, donna del marketing e delle vendite, mi ha chiesto di raggiungerli per parlare di scrittura e relazione, di risposte via e-mail ai clienti (interni ed esterni), insomma di tutto ciò che una scrittura semplice, chiara e rispettosa dell’altro può fare per migliorare i rapporti e favorire l’intesa. Il paradiso, insomma (per me!).

Ma, come succede tutte le volte in cui vivi intensamente ogni momento e percepisci ciò che accade con il corpo tutto, il lavoro non è mai solo lavoro. Da quando sono tornata, un pezzetto dei miei pensieri è perennemente lì che fa e disfa il cubo magico. Mi si sono scombinate le carte, ho cambiato per qualche giorno prospettiva, ho scoperto sintonie con persone mai viste né conosciute prima e mi trovo a interrogarmi su quanto certe sicurezze siano inopportune, per la verità. Ad esempio, vivere al Nord in una grande città è davvero meglio che vivere al Sud in un luogo in cui la sera si va a correre sulla spiaggia, si mangia la pizza guardando il mare, si lavora per un’azienda che ha delle potenzialità incredibili e dove le condizioni sociali permettono di crescere i figli in una comunità sana?

Una volta di più, dopo la bella esperienza di Kristalia nella quale ho toccato temi simili, ho potuto constatare che la scrittura è un pretesto, un punto di ingresso per arrivare a parlare e ad agire dinamiche di relazione sottili e complesse che riguardano come noi ci percepiamo in azienda, come ci rapportiamo verso i nostri colleghi, come impostiamo il nostro rapporto con fornitori e clienti.

Io trovo ogni volta più stupefacente il potere che hanno le parole di far venire fuori il non detto: sembra quasi una contraddizione in termini, vero? Le parole fanno da cavatappi a quei sentimenti, a quelle emozioni e, anche, tanto, a quei pregiudizi e preconcetti che risiedono silenziosi dentro i nostri gesti di scrittura quotidiana. Frasi buttate lì come “ma io non scrivo ai clienti, scrivo solo ai miei colleghi” rendono evidente e deflagrante quanto sotto le parole che usiamo ci sia in realtà tutto ciò che pensiamo di noi e degli altri.

È la magia che si crea ogni volta in aula a farmi credere che non è per caso che mi cerchino aziende piccole, ma solide, guidate con mano saggia e decisa, con la visione di un futuro che non è più (o non è mai stato) la ripetizione con successo del presente. Sono le aziende che (esattamente come me) si interrogano tutti i giorni; sono le aziende che considerano le loro persone come soggetti da non prendere un tanto al chilo, che si ingegnano per capire come aiutarle a lavorare con quell’“ingaggio emotivo” che fa la differenza tra il lavorare per e il lavorare con.

***

La Fratelli Damiano produce frutta secca bio, buona da far venire il deliquio: so che cosa dico visto che nel volo di ritorno tra Catania e Torino Caselle mi sono fatta fuori un pacchetto di mandorle tostate con la nonchalance di una che mangia caramelle. Ma ci sono anche pistacchi, nocciole, arachidi e anacardi. Si trova a Torrenova, in provincia di Messina ed esporta l’85% della sua produzione.

Leggendo un articolo di Milano Finanza, qualche giorno dopo che Mariateresa mi ha contattata, ho scoperto che la Damiano è tra le prime quaranta delle 485 aziende italiane che “crescono più della media, puntano all’estero e hanno una solidità patrimoniale invidiabile”. È anche tra le 31 aziende italiane selezionate nel 2014 da Elite Borsa italiana per seguire un percorso che alla fine può prevedere la quotazione in borsa.

Tanto per dire, eh.

foto di Marco Borgna

Scrivere per i cittadini: che cosa fa un giudice di pace?

Scrivere per i cittadini: che cosa fa un giudice di pace?

Mi chiamo Maria Antonietta e vorrei capire se per il problema che ho col mio dirimpettaio di pianerottolo, gran figlio di chi so io, posso rivolgermi al giudice di pace. Gioia, la panettiera, mi ha detto di sì, perché lei c’è andata quando il suo amministratore è scappato con i soldi del riscaldamento. Io però preferisco controllare di persona, perché noi cittadini abbiamo l’internet che ci aiuta.

Se abito a Torino, sono in difficoltà. L’unica cosa che posso fare è aprire il pdf (oddiomamma), ma preferirei di no, visto che so come sono scritti quei documenti: tante parole che capisco poco e niente e numeri di legge. Poi chi mi traduce tutto in italiano?

giudice di pace di torino

Se abito a Milano, mi cadono gli occhiali dal naso. Non riesco a credere che si possano usare tutti quei colori insieme: quasi non riesco a leggere le parole. Ma l’ultimo aggiornamento risale davvero al 2012?

giudice di pace di milano

Se io abito a Bologna, sono trattata un po’ meglio: mi spiegano con i punti elenco che cosa fa un giudice di pace e, grazie al numero 2, capisco che forse potrei scrivergli per parlargli del mio problema. Ma perché, mi chiedo, proprio nelle prime tre righe, invece di quelle parole così poco vicine alla mia vita da cittadina qualunque, non mi hanno messo qualcosa del tipo: il giudice di pace si occupa soprattutto di … e possono rivolgersi a lui quei cittadini che vogliono… ?

giudice di pace di bologna

Se abito a Roma, trovo tante informazioni che potrebbero interessarmi, ma vorrei che mi dicessero all’inizio – lo so sono un po’ fissata con questa cosa di capire subito – di che cosa si occupa il giudice di pace. Però… posso anche ricevere la newsletter aggiornata!

giudice di pace di Roma

Se abito a Napoli, mi devo attrezzare per capire che cosa fa il giudice di pace chiedendo ai vicini (certo non al mio dirimpettaio) o al marito di mia nipote che fa l’avvocato. Sono molto contenta di sapere dove si trovano tutti i giudici di pace della mia Regione, grazie.

giudice di pace di Napoli

Se abito a Palermo, non so che pesci pigliare: potrò o no chiedere al giudice di pace se può fare qualcosa per me? Ho nomi di vie, numeri di telefono, numeri di fax, addirittura l’indirizzo di posta elettronica.

Giudice di pace - Palermo

 

Ma se scrivo al giudice di pace, lui mi spiega che cosa fa?

foto di Marco Borgna

Che cosa c’entrano le parole con i tavoli?

Che cosa c’entrano le parole con i tavoli?

Mercoledì 27 e giovedì 28 maggio ho avuto la fortuna di trovarmi in bel posto davvero, in quel crocevia di strade del Veneto quasi Friuli Venezia Giulia dove si producono cucine, sgabelli, tavoli e sedie di design.

Sono stata ospite in Kristalia, mamma di un tavolo famoso (perché bellissimo) che scivola liscio e leggero e di quelle sedie che tutti vogliono.

le parole per la gestione dei reclami

Sono arrivata in Kristalia chiamata da Manuel Da Ros che avevo conosciuto tempo fa a Trieste e che mi ha chiesto di parlare di e-mail e di gestione dei reclami. Uh che bello! Questo è un tema che sento molto mio e, preparando il materiale da proiettare, più di una volta ho pensato che lo avrei fatto anche gratis (ma non è vero, eh).

Come fanno le parole di una e-mail a trasformare una persona che si lamenta in un cliente affezionato? Come si fa a capire (e ad accettare) che dietro a un reclamo c’è sempre una richiesta di attenzione? Come si fa a disinnescare il meccanismo che porta a difendersi, giustificarsi o attaccare chi ci scrive magari accusandoci di una cattiva fede che sappiamo non avere mai avuto?

Solo in un modo: leggendo, ascoltando e amando molto le parole.

Il lavoro sulle parole è un allenamento continuo: flessioni, addominali, allungamenti che dovrebbero entrare nella routine quotidiana di chi scrive per lavoro e, in Kristalia, si scrive in continuazione: a clienti, fornitori e colleghi.

È una novità? No certo, ma forse è una novità che un’azienda si preoccupi di dare un’immagine fresca di sé non solo grazie al proprio design semplice e pulito, ma anche per come decide di rispondere ai clienti e per come vuole impostare la comunicazione interna.

Perché non sono solo le biciclette (meravigliose!) che si usano per attraversare più velocemente la produzione, non sono solo gli spazi bianchi e la luce che filtra dovunque negli uffici separati da vetri e non da muri, non è solo lo spazio che si sta allestendo per ospitare eventi, musica e arte a dire come si vede e come vuole essere vista un’azienda.

È il suo lavoro continuo sulla comunicazione, quella fatta di attenzione alla persona, di tempo impiegato per risolvere piccoli e grandi problemi, di riposte calibrate su clienti e agenti che scrivono da parti del mondo lontane e dove un accento, un silenzio, una parola in più vengono interpretati in maniera differente.

Che cosa c’è, allora, dietro a una e-mail di risposta a un cliente?

Lo sforzo, e la voglia, di una piccola grande azienda di parlare il linguaggio del tempo e di cogliere le grandi opportunità che l’uso mirato e attento della parola può portare.

Perché se l’azienda parla di sé, lo fa anche quando scrive.

***

Ho scritto questo post per il blog di Kristalia subito dopo la giornata di formazione.

foto di Rosa Gambarota

La scrittura parte dal sorriso (due)

La scrittura parte dal sorriso (due)

Questa è la seconda parte delle mie riflessioni sui modi per affrontare il panico da pagina bianca. Nel post precedente ho dato la mia personale opinione sulle scalette: usate all’inizio, quando ancora si hanno vaghe idee su cosa si scriverà, non servono. Anzi, aumentano il livello d’ansia. Che cosa può aiutarci ad affrontare il processo di scrittura con il sorriso? Ad esempio pensarlo come una caccia al tesoro che porta allo scoperto parole già presenti da qualche parte dentro di noi. Basta solo trovarle!

Secondo me la scrittura ha anche bisogno di qualche rito, di un qualche modus operandi, di un qualcosa di conosciuto che per noi diventa come la copertina di Linus, come l’oggetto transizionale di quando eravamo piccoli.

Insomma, la scrittura ha bisogno che noi ci sentiamo bene, fuori e dentro.

E guarda qui chi spunta?

Consigli di scrittura presi da intervista a Hernest Hemingway

Esatto, Hernest Hemingway.

Durante il laboratorio sulla creatività che ho svolto alla UAUAcademy di Trieste insieme a Rosy Russo, ho proiettato questa slide. Parlavamo del panico da pagina bianca, con tutte le sue declinazioni virtuali, e questi dieci consigli su come ritualizzare il processo di scrittura li ho molto amati.

Non li ha dati certo Hemingway, li ho ricavati io da un testo che non smette mai di ispirarmi: Il principio dell’iceberg. Si tratta di un’intervista sull’arte di scrivere e raccontare che gli hanno fatto nel 1954 e che si trova nel volume “I quarantanove racconti”, edito da Einaudi.

L’autore dell’intervista raccoglie le parole e i moti dell’anima di Hemingway, ma registra anche, con molti particolari, le sue abitudini, i suoi riti, i suoi luoghi del cuore.

Da questi dettagli ho distillato dieci modi per preparare il terreno per la scrittura:

  1. Non c’è un solo posto (e magari non è lo studio): Hemingway scriveva in camera da letto. Per scrivere il luogo è fondamentale e magari scopriamo che proprio lo studio o la scrivania che abbiamo deputato a ciò fa da respingente. Cerchiamo in casa (magari, per qualcuno, fuori) qual è il posto che ci aiuta a ispirarci e a raccoglierci.
  2. Star bene in quel posto (luce, sole, spazio): dove scriveva Hemingway la bellissima luce del giardino entrava e si rifletteva sulle pareti bianche e sul pavimento ocra. Quando abbiamo trovato il posto giusto, attrezziamolo con quello che ci serve. Leviamo via gli impedimenti, facciamo spazio se è troppo pieno di cose, spostiamo le tende per vedere il sole e bere la luce.
  3. Vicini i libri e gli oggetti cari (effetto cuccia): Hemingway era attorniato da due librerie, da un paio di pantofole e da un paio di mocassini sformati. Per scrivere dobbiamo sentirci tra amici, quindi portiamoci vicini i libri che ci piacciono o quegli oggetti che se andasse a fuoco casa vorremmo portare via di sicuro.
  4. Un caos conosciuto (caos ordinato): Hemingway scriveva circondato da un ordinato ammasso di scartoffie e promemoria. Non importa se, insediandoci nel posto che ci fa sentire bene, facciamo disordine. Quello è il nostro disordine-ordinato (il disordine-disordine lo abbiamo già sistemato eliminando tutto ciò che occupava quello spazio “abusivamente”).
  5. A portata di mano i materiali (fisici e virtuali): il piano di lavoro dove Hemingway scriveva era pieno di libri, manoscritti e pile di fogli coperti da giornali. Per scrivere ci conviene avere a portata di mano tutto quello che ci serve da leggere, guardare, ascoltare. Non possiamo alzarci ogni cinque minuti per andare a cercare questo o quello. Allo stesso modo, raduniamo più che possiamo link e file: è spossante andare a cercare i file qua e là (e poi ogni occasione è buona per distrarci).
  6. Star comodi (non per forza in posizione yoga): Hemingway scriveva in piedi, magari a noi va benissimo star seduti davanti al computer; comunque, troviamo la posizione che più sentiamo nostra.
  7. Avere una routine, un rito (per entrare nel mood): Hemingway scriveva prima tutto su fogli di carta velina che poi inseriva a rovescio su un portablocco, a destra della macchina da scrivere. C’è chi prima deve impilare i fogli (anche se poi scrive al computer, non a mano), chi bagna la piantina, chi fa entrare aria nella stanza. Ognuno si cerchi quel piccolo rito che lo predispone a entrare nella condizione mentale utile a fare vuoto, per poi riempirlo.
  8. Premiarsi (anche per singoli “obbiettivini”): quando Hemingway era particolarmente soddisfatto del lavoro fatto, il giorno dopo si concedeva qualche ora di pesca. Magari a noi basta un gelato, un pranzo con un’amica o una dormitina col sorriso sulle labbra.
  9. Avere un segreto (lui lascia quando sa come va a finire): Hemingway smetteva di scrivere quando aveva già in mente come la storia sarebbe andata avanti, così il giorno dopo riprendeva da un punto già noto e procedeva molto più spedito. Da lì in poi, le idee arrivavano a ruota, una dopo l’altra. Il nostro “segreto” potrebbe essere che prima di metterci a scrivere chattiamo sempre con la stessa persona oppure che apriamo a caso un libro e partiamo dalla prima parola che ci salta agli occhi. Dico che è un segreto perché ognuno deve cercarsi il proprio e non lo deve confessare a nessunissimo al mondo.
  10. Stare in salute (star male occupa la mente e toglie energia): Hemingway diceva che la cattiva salute è una fonte di preoccupazioni che attaccano il subconscio e disperdono le riserve di energia. Se non ci sentiamo bene, non riusciremo a scrivere nemmeno una riga, troppo sforzo mentale per tentare di tenere a bada il dolore (grande o piccolo) e la sensazione di spossatezza. Quindi meglio farsi una dormita o curarsi, prima di incominciare.

Chissà che magari questi suggerimenti ispirati da un Grande possano esserci utili anche quando ci tocca il tema “Gli Egizi e i metodi per costruire le piramidi”. Sì, qualche piccolo rito può essere utile anche ai nostri bambini, o qualche bugia, almeno: ti ricordi che l’altra volta, con le calze antiscivolo dei dinosauri, le parole sono uscite fuori più facili?

Chi ha i figli in età da One Direction, si attrezzi 😉

Bon, finisco qui.

Ricordati solo una cosa: la scrittura parte dal sorriso  🙂

foto di Marco Borgna

La scrittura parte dal sorriso (uno)

La scrittura parte dal sorriso (uno)

Scrittura? Via la scaletta

Io non ho mai sofferto di panico da pagina bianca – e questo l’ho già detto e scritto varie volte – ma spessissimo vedo quel vuoto negli occhi verdi della mia decenne quando deve scrivere un componimento.

Ada mi ha già spiegato con poche, concise e chiare parole che scrivere non le piace per niente – e io me ne sto facendo, piano piano, una ragione – e sono convinta che tanto del suo disappunto derivi dalla fase iniziale, da quel momento in cui fissa il foglio e si sente sola.

L’anno scorso le ho fatto provare il piacere di iniziare con una mappa mentale e ogni tanto la usa. La maestra però la invita a usare la scaletta e io vorrei evitare di disallinearmi con una insegnante che peraltro è davvero ottima. Quindi abbozzo.

Ma qui lo urlo. LE SCALETTE NON SERVONO A UN CACCHIO DI NIENTE, IN PARTENZA!

Le scalette mettono in fila, danno un ordine prima/dopo anche se le buttiamo giù senza in realtà voler attribuire una diversa priorità ai punti elenco.

Se usiamo le scalette all’inizio, ci castriamo da soli, perché cerchiamo di dare un ordine a una materia che, se va bene, è vischiosa e disordinata, se va male, nemmeno esiste ancora.

Come faccio a dare un ordine all’inesistente? Come?

All’inizio è meglio buttar giù, disegnare, scribacchiare qualche frase o pensiero, occupare quello spazio bianco che abbiamo davanti e che sembra inghiottirci. Non dobbiamo sederci e dire: adesso scrivo. Non ci riusciremo mai. I nostri figli non potranno mai farlo e, ogni volta, saremo noi a dover dettare (dico qualcosa che riconosci?).

Noi temiamo quel bianco iniziale perché (rendendocene conto o meno) lo vediamo come un vuoto pneumatico che ci impedisce di pensare, di muoverci, a volte anche di respirare.

Scrittura? Una caccia al tesoro

Un bel capovolgimento potrebbe essere quello di visualizzare il bianco come una pellicola che in realtà nasconde dei tesori. Lì, sotto quella coltre morbida, ci sono già i germogli: i pensieri sono al caldo, basta scoprirli.

Alziamo un lembo e cosa troviamo? Che forma vediamo? Di che colore?

Insomma, il processo di ideazione di un componimento e poi di scrittura può diventare una caccia al tesoro, un processo di progressivo disvelamento di idee, fatti, profumi, luoghi e sensazioni che già ci sono, sono solo coperti.

Io credo fortissimamente nel nostro potere di autoinfluenzarci.

Se ogni volta che dobbiamo scrivere iniziamo a dirci frasi del tipo “io proprio sono negata”, “di nuovo quel supplizio”, “quanto vorrei non dover più fare una cosa simile”, be’, ce la scaviamo da soli la fossa.

Se invece quando ci sediamo (o ci allunghiamo sulla pancia) per scrivere, ci stampiamo sul volto il sorriso e il gusto della sorpresa che ci colgono quando troviamo il tesoro, cambiamo il segno a quell’istante, forse per sempre. Le volte dopo aspetteremo il momento della scrittura impazienti, ce lo pregusteremo.

In principio ci obbligheremo a sorridere, poi ci verrà spontaneo: non ci è già successa mille volte un’esperienza simile? Col cibo, con degli esercizi di rilassamento, addirittura con alcune persone?

All’inizio ci infiliamo una supposta, poi diventa una sana abitudine, alla fine aspettiamo che arrivi quel momento.

Prima è necessario “trovare” il materiale, dopo gli diamo un ordine: se noi ci immergiamo con il sorriso nella caccia al tesoro, di sicuro, ma proprio sicuro, la scaletta viene naturale.

La scrittura non parte dalla scaletta, ma dal sorriso.

A questo proposito, niente è più efficace dello spezzone del film Benigni “La Tigre e la neve” dove lui parla di poesia.

Io ho deciso di farlo vedere alla decenne, al prossimo tema, perché predica un concetto a me caro, la gioia. Non so tu, ma io non sono proprio stata tirata su a pane e felicità e ho deciso di cambiare rotta, quando riesco, con i miei figli.

Sulla scuola è dalla prima elementare che ci lavoro, perché di una cosa mi sono accorta: che le parole “gioia” e “scuola” non le mettiamo mai vicine, mai, nemmeno per sbaglio. Ora, lo so che a proposito della scuola italiana c’è ben poco da stare allegri, ma qui parliamo di noi, dei nostri figli e del potere che hanno le parole di creare la realtà.

Finché dipingeremo la scuola a tinte grigie se non nere, i nostri figli continueranno a viverla come una cosa pesante; se inizieremo noi a inserire qua e là del colore, anche loro si sentiranno più leggeri.

Nessuna predica, per carità, racconto solo delle mie scelte di mamma di due bambini.

Ogni mattina, davanti a scuola se li accompagno io o prima che scendano le scale se li accompagna Marco, io chiedo loro: “che cosa è obbligatorio fare a scuola ogni giorno?”. I due alzano gli occhi al cielo e mi rispondono insieme: “divertirsi almeno un po’”.

Sarò una mamma strana, ma credo che sia il nostro approccio alle cose che le fa diventare nere oppure gialle-chupa chupa, e se instilliamo nei nostri bambini almeno il dubbio che a scuola ci sia anche solo un po’ di materia da sorriso, bè, avremo reso la loro vita molto più bella.

La scuola per me è sempre stata solo e sempre un dovere: ero una secchiona, ma niente (a parte scrivere) mi veniva fuori gratis: studiavo un sacco, mi alzavo a degli orari impossibili la mattina, ero costantemente catturata dall’ansia del voto e della performance. Un incubo.

Ma come sarebbe cambiata la mia vita se mia mamma mi avesse lasciata andare ogni mattina con un bacio e un “divertiti!”? Come sarei adesso? Quanto soffrirei di meno per i pesi e le sofferenze che, se anche non esistono, io sono bravissima a scovare?

Sulla vita dei miei figli ho ancora qualche piccolo margine, e vorrei usarlo 🙂

Fine parte uno.

Qui la seconda parte.

***

Per la cronaca: la scoperta del video di Diego Caristiato su come creare una mappa mentale per studiare lo devo al portale creato dalla super-mamma di una bambina dislessica.

foto di Marco Borgna

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Alessandro l’ho conosciuto a un corso: mi ha chiesto se mi poteva contattare per rifare i testi del sito del suo albergo, a Pietra Ligure. Vari mesi dopo mi ha scritto perché, davvero, voleva che lo facessi. Ci siamo accordati e i lavori sono partiti.

Per prima cosa gli ho fatto compilare una scheda dove gli chiedevo perché rifaceva il sito, quali erano i suoi obiettivi per quest’anno, quale era la sua tipologia di clienti attuale e se voleva raggiungerne anche una diversa: insomma, tutte quelle domande utili a inquadrarti nella storia del tuo cliente. In più l’ho invitato scrivermi le parole e le immagini che gli venivano in mente pensando al suo albergo. La risposta è stata: “Una struttura semplice ma curata (parole), io che faccio il gelato al pistacchio (immagini)”. Insomma, non erano gli effetti speciali che voleva, solo un modo di parlare ai clienti che uscisse fuori dagli schemi noti.

Quello che mi stuzzicava molto era la libertà fiduciosa che nelle mail e nelle telefonate Alessandro mi lasciava ed è forse per questo che le mie parole sono fluite fuori facili e leggere. E a quel punto ho capito che bisognava fare una prova.

I Francesi dicono se tutoyer: darsi del tu per significare entrare in confidenza. Ecco, il mio modo di scrivere stava diventando davvero tutoyant! Ma l’albergo non era il mio, non ero io che ci mettevo la faccia, ma Alessandro. E se non si fosse riconosciuto nel lessico, nel tono, nel mood che avevo in mente?
La prova è andata così:

cahat 1

chat 2

Adesso il sito è on line e l’unica cosa davvero importante sarà capire se funziona o meno rompere lo schema della comunicazione tradizionale albergo-cliente fatta di frasi fatte e formule standard.

Ma la considerazione che voglio proprio tanto fare qui è questa: col cavolo che i testi fluiscono fuori con grazia innata, se non ti sei fatta un culo quadro prima!
Ma sai da quanti anni lavoro sulla leggerezza della scrittura? Sai la fatica a scrivere e riscrivere mail di bancari, circolari di amministratori pubblici, report di auditor?

Prima cosa: scrivere ti deve piacere e ti deve piacere fin da piccola. Io alle elementari volevo fare la parrucchiera, poi ho scoperto il foglio bianco e la stilografica e boom, il danno si è prodotto.
Seconda cosa: l’allenamento costante è fondamentale. Ho in mente gli anni di riscaldamento alla sbarra, quando praticavo la danza classica. Non che volessi fare la danzatrice né che avessi mai avuto il fisico da, ma la danza è stata una disciplina del corpo e della mente molto seria che si componeva di allenamenti due volte alla settimana e della lezione di “perfezionamento” la domenica mattina.

Ore di plié et grand plié, di arabesques che ti tiravano la schiena e pirouettes che ti facevano perdere l’equilibrio. E fai e rifai, cadi e rialzati.

Questo straordinario allenamento mi ha accompagnata fino ai 18 anni, le traduzioni delle versioni di greco fino ai 19 (certo che anche quelle…), ma l’amore per i fogli bianchi non ha ancora smesso di starmi vicino ☺

Insomma, l’attitudine a fare, correggere e rifare è stata quella che mi ha aiutato in questi anni di scrittura e riscrittura. Anni di sforzi utili a trovare la fluidità in un pensiero tortuoso, la formula più chiara e semplice anche là dove non sembrava possibile (vedi certi testi che provenivano da una compliance aziendale o da un parere di un ufficio legale); anni di prima e dopo fatti insieme a intere aule animate dal più fiero “da noi semplificare non si può”.

Questo per dire che il fluire senza ostacoli della scrittura non è gratis.
Prima di scrivere, penso io, è importante imparare a riscrivere, a cimentarsi con testi complicati, spesso inutilmente difficili, a volte volutamente ostici.

Sull’esercizio alla sbarra quotidiano, si fonda il testo che scorre e che suona naturale.

Perché il piacere di fare una pirouette doppia lo si può provare solo dopo aver provato cento volte e farne, bene, una singola (non che a me sia mai venuta sul serio una pirouette doppia, sia chiaro!).

***

Completamente off-topic: sulla vita dura dei piedi di una (vera) ballerina, ho scritto questo racconto, ospitato da galliziolab.com

foto di Marco Borgna

Non dire che sei social, fallo!

Sarà perché La Stampa è il giornale della mia città, sarà perché ormai leggo tutto con gli occhiali, sarà perché sono sul treno e ho un po’ di tempo, ma non mi va giù questo pezzo. E gli faccio le pulci.

La cosa peggiore di tutte è che annuncia quanto La Stampa diventi ancora più social e lo fa con un linguaggio che è a metà fra una piattaforma programmatica sindacale e una comunicazione fatta nel più standard del burocratese.
L’attacco dell’articolo è costituito da una subordinata: “Nel nostro Paese, seppure la penetrazione di Internet resti tra […]”.

E poi, via via, ecco un inanellarsi di frasi di questo tipo:

Stiamo implementando. è in questo quadro che “La Stampa” ha deciso … Ai propri 285 mila followers […] ora proponiamo un nuovo approccio (mega anacoluto!); Per dare un’informazione ancora più pluralista e dare un servizio alle persone che ci seguono su Twitter; è solo una delle tante iniziative che stiamo implementando…; In tal senso è da intendersi anche l’aumento della frequenza delle risposte alle istanze dei lettori; A questo scopo è stato redatto; Linee guida […] che sono una netiquette che faccia da base comune per un confronto costruttivo.

Scrivi così e poi, santo cielo, affermi “cercando di comunicare da pari a pari con i lettori, a partire dal linguaggio: meno ingessato, più colloquiale, per cercare di instaurare un vero dialogo, una vera relazione”?

Detto tra parentesi: queste cose non andrebbero annunciate, andrebbero messe in pratica zitti zitti, lavorando sodo per sciogliersi nei pensieri, prima ancora che nelle parole scritte.

“Come sempre avviene nella società civile, affinché il dialogo sia tale ci si deve dotare di un codice di comportamento condiviso”.

Ma sentite che effetto fa?

Show, don’t tell!!

La scrittura che migliora la vita

Spesso, scrivendo, abbiamo paura di essere semplici. Come se scrivere difficile o quantomeno sostenuto ci facesse sentire più autorevoli. Come se a scrivere semplice, chiaro, fluido perdesse in valore il nostro lavoro, invece che aumentare il nostro prestigio.

Provate per un momento a chiudere gli occhi e a pensare al professore o alla professoressa che, al liceo o all’università, vi abbiano lasciato il segno. Ce ne sarà almeno una nei vostri ricordi, no? Non parlo di chi urlava e imponeva il silenzio dell’ingiusto, parlo di chi sapeva spiegare anche gli argomenti più complessi con quella leggerezza di parola, penna e pensiero che facevano sembrare tutto possibile. Anche la fisica, anche la filosofia del linguaggio, anche analisi 1.

Amedeo Balbi, giovane astrofisico all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene:

C’è un amore tutto italiano per il parlare paludato, un compiacimento per i giri di parole, per dire in mille parole quello che può essere detto altrettanto bene – e anzi meglio – in cento, o dieci. Il tutto nasce, credo, da una forma di difesa delle proprie competenze, che devono essere custodite, non diventare alla portata di tutti.

Spesso, facendo il mio lavoro di formatrice presso la Pubblica Amministrazione, sento persone dire: “non sono io a dover scendere di livello, sono glia altri che devono innalzare il proprio”. Ebbene, scrivere più chiaro e più fluido non significa abbassarsi di livello, ma sgomberare il campo da tutti quegli inciampi alla lettura – e di conseguenza alla comprensione – che rendono i testi che scriviamo dei labirinti senza fine.

Essere al servizio dei cittadini significa trovare le forme migliori per farci capire presto e bene e mettere tutti nelle condizioni di essere cittadini migliori. Perché per aiutare le persone a essere cittadini più attenti, contribuenti non dico felici, ma consapevoli, genitori di ragazzi con il futuro negli occhi, dobbiamo per prima cosa diventare rispettosi. Sì, rispettosi del diritto delle persone a capire che cosa diciamo o scriviamo loro.

Basta con le frasi lunghe e tortuose, basta con il gergo burocratico stretto stretto, basta con la scrittura impersonale che allontana e divide.

Dobbiamo smettere di pensare ai cittadini come a tanti piccoli Renzo con i capponi in mano. Non esistono sudditi. Così come non devono esistere funzionari che “se scrivo in maniera semplice pensano che non sono importante.”

Esistono le persone. Esiste l’aspirazione di noi tutti a comprendere, ad accettare e a vivere meglio.

 

Saper perdere costruendo

Leggendo Civati su Il Post, il lamento mi è sembrato davvero preponderante. Ho appena scritto sulla lamentazione e qui, di nuovo, me ne si offre l’occasione!

È chiaro che è difficile mandar giù, quando si perde. E si perde quando invece di parlare stiamo zitti, quando ci giriamo dall’altra parte e non vediamo, quando c’è da lottare e rinunciamo, quando non partecipiamo e poi piangiamo, quando vorremmo essere super e siamo abbastanza, quando parliamo e la voce traballa…

Al posto di dire che la vittoria di tizio era già scritta, sarebbe utile imparare a perdere costruendo. Suona strano, lo so. Perdere costruendo significa per me dire “ok, ho sbagliato. Adesso ti mostro come farò meglio: così, così e così. Adesso ti schizzo che cosa voglio migliorare io: questo questo e questo”.

Tutta teoria? Non proprio: parlando tante e tante volte in aula, a persone piene di aspettative e rigorose, ho imparato presto che cosa significa perdere. E perdere non significa che non riesci a spiegare quello che devi, il tuo lavoro lo fai sempre. Perdere significa non far passare quello che davvero sei e sai di essere. A volte succede e ti porti via la pellicina dentro il labbro, quando sei consapevole che sta accadendo. E tu lo sai proprio mentre accade. Ma, la volta dopo, la volta dopo che hai lavorato per costruire e ricostruire, non sei solo “abbastanza”, sei “super”.

Il lamento è figlio del voler distribuire le colpe come fossero dividendi.

Ecco le parole della lamentazione di Civati, che inizia con “deluso” e finisce con “mettere una croce”… accidenti!

ero deluso; Sono e siamo umani, non riusciamo a gestire (che brutta parola) né a tradurre in vittorie le sconfitte, come hanno sempre fatto tutti; Però facciamo ciò che è umanamente possibile. Di più, non è lecito aspettarsi, la convinzione ci spinge fuor di misura; non ha creduto quasi nessuno; c’era già un vincitore indiscusso, tutti si sono posizionati altrove; fare della mia proposta una caricatura; poche volte che ne parlavano; ci si limitava a un’imbarazzata citazione; nessuno credeva; avrei pagato l’affluenza altissima; ci saremmo fermati; senza l’appoggio di nessuno; rammarico; C’è però cosa assurda per tutti i canoni; Partendo da una piccola rete di persone e non certo di potere; Personalmente, conosco i miei limiti e riconosco i tanti errori che ho fatto e ciò che è mancato; È stato difficile fare emergere i famosi contenuti, presentare senza tv; risalire la china di un risultato già scritto; sapevamo che sarebbe stato difficile anche noi; speranza un po’ delusa di ieri; Ho già fatto i complimenti a Matteo Renzi, ma ho ribadito le cose in cui credo; messo la croce per noi sulla scheda.