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Come raccontare un business difficile da raccontare

Come raccontare un business difficile da raccontare

Mi aiuti a raccontare il mio business? È talmente di nicchia che se uso certe parole tecniche mi capiscono solo 10 persone. Oppure all’opposto. Avrei bisogno dei testi per il mio sito però ho un problema: come mi distinguo dagli altri se la mia attività la fanno già in tantissimi?

In genere queste domande arrivano nell’email di contatto, poi si rifanno vive all’inizio della prima telefonata Skype, quella in cui io e il mio cliente o la mia cliente entriamo nello specifico.

Il primo passo? Applicare la mia check-list in modo da rendere l’attività lavorativa che prendiamo in esame scomponibile e molto concreta.

Può essere un passaggio che facciamo insieme, vedendoci di persona o via Skype, oppure qualcosa che il mio cliente fa in separata sede e che poi discutiamo in un secondo momento. Ecco nella pratica che cosa chiedo di fare.

Check-list: di che cosa è fatta la mia attività

  1. Fai l’elenco degli ambiti o degli argomenti dei quali ti occupi
  2. Togli dall’elenco ciò che non ti piace o non vuoi più fare
  3. Riordina i punti in base a ciò che porta più grano in tasca (se al punto 2 ha tolto l’attività più remunerativa, allora, Houston abbiamo un problema)
  4. Spiega ogni punto con parole semplici, chiare e concrete
  5. Raggruppa il tutto per macro ambiti e attribuisci loro un nome
  6. Lavora di fino fino a distillare alcune frasi che racchiudano tutto il succo più importante.

Il segreto? Rispondere a ogni punto come se si dovesse spiegarlo alla propria vicina di casa, che ha altro da fare.

Poniamo il caso che tu sia un counselor in ambito lavorativo (che ne escono tutti giorni a manciate, come i funghi dopo la pioggia).

Ti chiedo di iniziare così “quando una persona viene da me perché non sa come fare per… io la ascolto, le faccio delle domande, e poi stilo per lei un percorso…”.

Non rimanere sul generico “quando viene da me una persona che ha problemi a inquadrare la sua vita lavorativa…”, ma usa parole più concrete: “di solito vengono da me donne di circa trent’anni anni che non sanno come impostare una ricerca di lavoro fondata su criteri chiari: a volte rispondono ad annunci per addetti al call center e a volte per baby sitter”.

Poi, formula con parole semplici alcune domande che di solito fai per inquadrare la situazione: “le chiedo per quanti anni è stata dipendente prima di decidersi a…” oppure elenca ciò che fai in preparazione al secondo incontro: “le chiedo di svolgere questi tre compiti: 1)…, 2)…, 3)…”.

Alla fine di questo lavoro di scomposizione ho a disposizione frasi-succo del genere: aiuto le persone a riprogettare il loro modo di cercare un impiego; faccio in modo che le persone che sono uscite dal lavoro a una certa età riflettano prima di tutto su che cosa sanno fare e su che cosa vogliono fare.

Frasi-succo che mi serviranno quando dovrò scrivere i testi per la tua About page, ad esempio: quando la leggerai percepirai una certa aria di famiglia, ti sembrerà di averla scritta tu. Oppure potrò farli diventare la base di una qualsiasi email di presentazione, di un pitch, di una social bio, della Sales page dei tuoi servizi.

La cosa importante è che i termini tecnici, quelli per gli addetti ai lavori, rimarranno solo se indispensabili e non troverai da nessuna parte che sei leader di mercato o che offri servizi a 360° 🙂

Saranno le tue parole a parlare di te e per te.

foto di Antonia Galvagna

 

Foto: Scrivere, cioè pensare a chi legge - Annamaria Anelli

Scrivere, cioè scegliere

Quando scriviamo non abbiamo davanti il nostro interlocutore e quindi non beneficiamo del suo feedback immediato. Quel feedback che ci serve per riallineare in tempo reale la nostra comunicazione così da ottenere l’accordo di chi ci ascolta o, in questo caso, di chi ci legge.

Nell’ultimo post abbiamo anche visto che quando comunichiamo esprimiamo come vediamo noi il mondo, cioè raccontiamo le cose dal nostro punto di vista, che è solo uno dei punti di vista possibili. E il nostro punto di vista passa attraverso le parole che usiamo, le nostre espressioni preferite, i nostri modi di dire.

Ricapitolando: quando scriviamo non abbiamo un rimando immediato e ce la cantiamo e ce la suoniamo come vogliamo. Il nostro testo? A posto. La nostra email? Comprensibilissima. Dal nostro punto di vista certo.

E chi ci legge dove lo mettiamo? Il suo sacrosanto bisogno di capire chi se lo fila?

Anticipare le domande di chi legge

Non siamo nella testa del cliente del sito per il quale curiamo i testi, del datore di lavoro o del lettore del post che inseriamo nel nostro blog!

Certo che non siamo nella loro testa, ma dobbiamo fare come se lo fossimo: dobbiamo immaginare quali domande ci farebbero a proposito del nostro testo e fornire, prima, tutte le risposte. Parlo di cose semplicissime, del genere:

> che cosa vuol dire questa sigla? Mettiamo tra parentesi il significato, se dobbiamo proprio usarla, oppure troviamo il modo di esprimere in maniera estesa ciò di cui stiamo scrivendo (così leviamo anche dall’imbarazzo chi legge e gli salviamo la faccia!)

> da dove hai ottenuto questa informazione? come faccio a saperne di più? Mettiamo il link alla pagina o citiamo il libro o la fonte che abbiamo usato e progettiamo dei link parlanti che spieghino ciò che il nostro lettore troverà nella pagina di arrivo

> come faccio a sapere che sai davvero fare bene quel lavoro che hai inserito nella pagina del tuo sito? Ad esempio, inseriamo le testimonianze dei clienti con cui abbiamo collaborato.

Nel primo caso la parola chiave è “spiegare” (sigle, acronimi, parole non comuni, parole straniere prese a prestito in italiano). Nel secondo è “citare” (citare le fonti oppure attribuire l’autore alle immagini che usiamo). Nel terzo caso è “essere credibile” (e anche allettante).

Insomma, quando scriviamo, occorre che ci sforziamo di fornire a chi ci legge tutti gli strumenti utili per comprenderci, così da lavorare tutti insieme alla creazione di un significato condiviso (rispettando, tra l’altro, in una volta sola tutte le quattro massime di Grice).

E non basta: dobbiamo mettere chi legge nelle condizioni di farlo il più facilmente possibile.

Scrivere per aiutare la lettura

Se, ad esempio, sappiamo che a schermo si legge così, quali strategie dovremo adottare?

Dati su come leggiamo - Nielsen

Jacob Nielsen – https://www.nngroup.com/reports/how-people-read-web-eyetracking-evidence/

Se perdiamo l’interesse del lettore dopo il terzo paragrafo, di sicuro dovremo:

  1. inserire subito – nelle prime righe – l’argomento importante, la notizia, l’elenco delle cose che diremo (inutile lasciare il succo alla fine, nessuno ci arriverà)
  2. lavorare bene su titoli e sottotitoli per renderli il più possibile parlanti, cioè incentrati sull’argomento trattato nel testo successivo
  3. scegliere le parole più concrete e chiare, se dovremo informare, e quelle più immaginifiche, se dovremo persuadere. In ogni caso andremo di taglio e cesello, di prove ed errori e tutto ciò pensando a chi leggerà
  4. stare lontani dalle formule trite e ritrite e scrivere le nostre e-mail in modo da rifuggire tutte quelle espressioni inutili, ridondanti o, peggio, malate di burocratese… che non se ne può più di leggere!

Dovremo curare tutto ciò che scriviamo come fosse una gerbera appena spuntata, e cercare il giusto mix tra luce e calore.

Insomma, mi dirai, cinque post, insigni studiosi disturbati, galoppate attraverso concetti conosciuti sui polverosi banchi dell’Università, tutto ciò per poter concludere che scrivere è un lavoro per appassionati giardinieri?

Esatto 🙂

Foto di Marco Borgna

FOTO: Attenzione al punto di vista - Annamaria Anelli

Di cosa sanno i biscotti per cani?

Dicevamo la volta scorsa che un modo per venire incontro al nostro interlocutore è vedere le cose dal suo punto di vista.

Mettersi nei panni degli altri significa, cioè, riconoscere la differenza che c’è tra il mondo e il nostro punto di vista sul mondo.

A questo riguardo, il filosofo Alfred Korzybski ha usato un’espressione famosissima e citatissima: la mappa non è il territorio che essa rappresenta. Il link è a Wikipedia, per farti un’idea di chi sia il signore in questione. Lì c’è anche il famoso aneddoto sui biscotti.

Pare che, un giorno, a lezione, Korzybski abbia offerto dei biscotti ai suoi studenti: loro li hanno graditi molto fino al momento in cui il mattacchione non ha mostrato la confezione. Biscotti per cani. Alcuni sono rimasti di sasso, altri sono scappati a vomitare. “Ecco, visto? Noi non mangiamo solo cibo” – sembra abbia detto – “ma anche parole”. Il sapore del cibo è influenzato dal sapore delle parole che lo riguardano, dal significato che abbiamo imparato a dargli.

È un punto di vista, non la realtà

Nel nostro caso, questo significa che i pensieri che noi facciamo e le cose che noi diciamo sul mondo non sono il mondo, ma il modo in cui noi lo vediamo e, soprattutto, non sono gli unici pensieri e le uniche considerazioni che si possono fare su di esso. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, il suo punto di vista, la sua mappa, appunto.

Ecco perché non ci dobbiamo stupire né arrabbiare se descriviamo in maniera diversa, e a volte opposta, una stessa situazione: è l’esperienza di quella situazione che cambia e che può essere descritta in tanti modi diversi quante sono le parole che possediamo nel nostro vocabolario linguistico personale.

Se per noi un certo comportamento è una dimostrazione di paura, per altri può essere una testimonianza di prudenza; così come quella che consideriamo come testardaggine per qualcun altro può essere tenacia. E così un certo modo di reagire per noi può essere impulsivo e per altri è solo impetuoso. E qual è la differenza tra pignoleria e precisione? E tra incoscienza e coraggio? E perché per qualcuno io posso essere timida mentre ad altri appaio solo riservata?

L’insieme di parole che usiamo, quindi, costituisce la rappresentazione in simboli della nostra esperienza del mondo. Ecco perché la mappa non è il territorio. La mappa è il nostro modello di realtà, il nostro punto di vista su di essa, non la realtà.

Essere flessibili significa tenere in considerazioni i punti di vista degli altri. E vedere le cose dal punto di vista di chi ci ascolta o ci legge è fondamentale, se vogliamo ottenere attenzione e ascolto. Se vogliamo, cioè, che la nostra sia davvero una comunicazione efficace.

Ecco che chiudiamo il cerchio: siamo partiti dal primo post nel quale dicevamo che la comunicazione è efficace tanto più noi siamo capaci di sintonizzarci sul nostro interlocutore. La via maestra per fare ciò è assumere il suo punto di vista, mettendo da parte noi e come reputiamo sia “giusto” vedere le cose.

Impariamo a eliminarci dall’equazione, insomma.

Quanto sia importante quando scriviamo lo vediamo la prossima volta: ultima delle cinque puntate che parlano di comunicazione efficace.

***

SENZA ANDARLO A GOOGLARE, sai quale film ho citato in queste poche righe? Se lo scrivi per primo nei commenti qui sotto, hai diritto a uno sconto del 10% su uno dei miei prodotti 🙂 🙂 🙂

Salvare la faccia ocme Goffman - Annamaria Anelli

Perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcuno?

Nell’ultimo post ci siamo lasciati accennando agli accorgimenti che adottiamo per non far fare una brutta figura alla persona con cui stiamo parlando. Questo signfica “salvarle la faccia”, cioè tutelare la sua immagine pubblica. E perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcun altro?

Perché lui o lei ci ricambi il favore, a tempo debito, e perché, nelle condizioni di convivenza pacifica standard, questo ci permette di non entrare in conflitto con gli altri e quindi di evitare (almeno un) mal di stomaco.

Il concetto di “faccia” è stato studiato da importanti sociologi come Erving Goffman prima e Brown & Levinson dopo tra gli anni ’50 e ’60, ma la cosa interessante è che l’applicazione di questi studi possiamo verificarla tutti i giorni (anche senza ricordarci i nomi degli studiosi in questione).

Strategie linguistiche per salvare la faccia

Quali sono le strategie che noi mettiamo in atto per difendere la nostra faccia e per proteggere quella altrui?

Per il lavoro che faccio, a me piacciono particolarmente quelle che riguardano l’aspetto linguistico e che hanno a che fare con l’uso dell’imperfetto, del condizionale e di tutti quei giri di parole che ci servono per non apparire troppo impositivi nei confronti del nostro interlocutore quando gli rivolgiamo una domanda.

Dovresti venire subito qui

Saprebbe dirmi l’ora, per favore?

Volevo solo dire che mi mancano due euro

Magari se l’aiuto facciamo prima

Hai mica voglia di chiudere la finestra? (ehm, questa la diciamo qui a Torino).

L’obiettivo è vivere meglio

Se pensiamo a come ci rivolgiamo di solito al panettiere, al vicino o alla collega, possiamo notare che mettiamo in atto queste strategie linguistiche senza riflettere.

Ci accorgiamo però che non sono così scontate quando qualcuno le infrange. Se per strada domandassimo l’ora a qualcuno e se alla nostra richiesta “Saprebbe dirmi l’ora, per favore” qualcuno rispondesse “no” o proseguisse impettito per la sua strada senza degnarci di un’occhiata, la prenderemmo male. Ci farebbe sentire dei cretini: diventeremmo rossi o ci monterebbe il nervoso.

Insomma: salvare la faccia del nostro interlocutore quando gli chiediamo di fare qualcosa senza che sembri che glielo chiediamo equivale a non metterlo in imbarazzo, a fluidificare l’interazione, a rendere più semplice e abitabile il mondo che viviamo.

Significa anche preparare il terreno per salvare la nostra, di faccia; fare in modo che, in condizioni simili, anche gli altri si comportino così con noi.

Un po’ come tornare alle massime di Grice violate apposta, proprio per salvare il principio di cooperazione, no?

Un altro modo per andare incontro al nostro interlocutore è mettersi nei suoi panni (o nelle sue scarpe, come dicono gli inglesi): cioè cercare di vedere le cose dal suo punto di vista.

Che cosa vuol dire lo vediamo la prossima volta, ok?

***

Bonus.

Àncora il concetto di faccia a questo divertentissimo spezzone di Paolo Rossi che parla del linguaggio immaginifico di Shakespeare: cosa non si fa per ordinare un caffé senza sembrare che lo ordiniamo!

foto di Marco Borgna

Collaborazione: le massime di Grice

Collaborazione: le massime di Grice

Nell’ultimo post abbiamo detto che la comunicazione interpersonale si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. E che cosa vuol dire collaborare?

Ce lo spiega un filosofo – Paul Grice – che negli anni ’70 ha definito il principio di cooperazione (ho inserito il link a Wikipedia: se hai già incontrato Grice in un qualsiasi manuale di linguistica all’università, non hai bisogno di andarci; se non sai chi è, Wikipedia è un buon punto di partenza).

Che cosa vuol dire collaborare

Secondo Grice ogni scambio linguistico è dotato di intenzione: non si può ricavare il significato generale di una frase solo sommando quello delle singole parole, ma lo si deve cogliere facendo riferimento al contesto in cui il soggetto pronuncia quella frase.

Un esempio facile è quello dell’ascensore: in questo caso tipico di convivenza forzata c’è quasi sempre qualcuno che lancia un “caldo, oggi, eh?!” (o freddo, a seconda della stagione). È chiaro che il suo intento non è davvero commentare il tempo atmosferico, ma mitigare il momento di imbarazzo che lo ha colpito. Gli altri avventori di solito annuiscono o rispondono “eh sì, caldo” per fargli capire che hanno colto la sua intenzione di rendere meno increscioso quel momento.

Pensa a cosa succederebbe se lo scambio avvenisse facendo riferimento solo al significato letterale delle parole:

che caldo, oggi, eh?!

scusi?

dicevo che oggi fa caldo

ma ci conosciamo?

ehm, no, no, è che mi sembrava che oggi facesse più caldo del solito…

guardi, io non so chi sia lei e perché ci rivolga la parola, comunque la temperatura è di 20 gradi, quindi oggi non fa caldo, per la precisione c’è la temperatura ideale.

Un’escalation come questa fortunatamente è rara perché, dice Grice, di solito i parlanti si sentono obbligati a fare di tutto perché la conversazione funzioni bene: quindi si sforzano di comprendere ciò che l’altro vuole realmente comunicare e di farsi capire a loro volta.

Quattro semplici regole

Allora, come funziona in concreto il pricipio di cooperazione? Quali sono le regole che stanno alla base di un proficuo scambio comunicativo? Grice le chiama massime.

Massima di qualità: dire solo ciò che crediamo sia vero o ciò di cui siamo sicuri.

Massima di quantità: dire né troppo né troppo poco, cioè fornire solo la quantità di informazione richiesta dal nostro interlocutore.

Massima di relazione: essere pertinenti, cioè parlare solo dell’argomento in questione e non infarcire la comunicazione con cose che non c’entrano.

Massima di modo: evitare l’ambiguità, quindi usare solo parole che l’interlocutore può capire, evitare termini difficili e parlare con chiarezza.

Caspita. Se pensiamo al tenore delle nostre conversazioni quotidiane – fuori e dentro la rete – possiamo individuare immediatamente dove, come e chi, tra chi conosciamo, viola queste massime. E anche dove, come e quando lo facciamo noi.

Un conto, però, è violarle perché, ad esempio, siamo logorroici e ci piace sentirci parlare. Un conto è trasgredirle volontariamente perché è proprio il principio di cooperazione che ci sta a cuore, è proprio la volontà di includere e di non escludere che ci spinge a:

  • dire che abbiamo capito quando non è vero
  • sorridere a chi dice uno strafalcione senza farglielo pesare
  • inondare di chiacchiere chi ci ha appena raccontato un fatto delicato per farlo uscire dall’imbarazzo e spostare la sua attenzione altrove
  • non sputtanare qualcuno in pubblico – anche se lo abbiamo colto in fallo – perché, semplicemente, non vogliamo fargli fare una brutta figura.

Ecco, sulla questione della brutta figura dirò delle cose la prossima volta.

Ci sarai? 😉

foto di Marco Borgna

Post sulla COmunicazione efficace: i feedback - Annamaria Anelli

Comunicazione efficace: i feedback

Questa è la prima di cinque puntate nelle quali galoppo attraverso le basi della comunicazione efficace e ripasso alcuni concetti, udite udite, dei tempi dell’università: te le ricordi le massime della comunicazione di Paul Grice? E il concetto di “faccia” di Erving Goffman? Ah lo so, tempi andati! Però certi argomenti sono ancora utilissimi.

In questa prima puntata il feedback all’interno della comunicazione interpersonale: parte tutto di lì.

***

Che cosa c’è alla base di una comunicazione efficace? Quali sono le caratteristiche di uno scambio comunicativo che funziona? Ad esempio la lettura dei feedback provenienti da chi ci ascolta.

Nella comunicazione interpersonale insieme alle informazioni (il contenuto) inviamo tutta una serie di segnali non verbali come l’espressione del viso, il movimento del corpo, il modo in cui guardiamo il nostro interlocutore e così via.

Questi segnali servono al nostro destinatario per capire come la pensiamo noi su questo tema, quanto ci sta a cuore e quindi anche quanto siamo disponibili ad accettare eventuali feedback non proprio positivi. Tutti segnali utilissimi che utilizzerà (nella maggioranza dei casi) per risponderci in maniera costruttiva e non distruttiva, cioè facendo attenzione alla nostra sensibilità.

Se alle nostre parole la reazione del nostro destinatario è del tipo “giusto, anche io avrei detto così”, noi ci sentiamo bene e andiamo avanti a raccontarci e a confrontarci, fornendogli a nostra volta feedback positivi e incoraggianti.

Se il nostro destinatario ci invia feedback negativi, del tipo: “ma che cosa stai dicendo?”, di solito tentiamo di venirgli incontro cercando una qualche forma di accordo, oppure possiamo fargli capire che non siamo disponibili, su quell’argomento, ad accettare idee diverse dalle nostre. In questo caso il feedback che noi gli inviamo è negativo e lo disincentiverà a continuare.

In sostanza, per produrre una comunicazione efficace, cioè per raggiungere i nostri obiettivi, di solito ci sintonizziamo sul nostro interlocutore e così lui o lei fa con noi. E gli obiettivi possono essere i più disparati: far aderire qualcuno alla nostra causa, trovare l’accordo durante una riunione di condominio, convincere un adolescente a venire ancora una volta in vacanza con noi.

La comunicazione interpersonale, quindi, si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. Una collaborazione che porta alla creazione di un senso condiviso delle cose, delle situazioni, del mondo.

Che cosa vuol dire collaborare lo scopriamo la prossima volta. Con Paul Grice.

foto di Marco Borgna

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Nel mio post precedente dicevo che aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, perché bisogna vincere qualche resistenza. L’esempio era quello di Federica, l’ex avvocata che aspira a diventare magistrata: lei conosce benissimo la sua materia, ma ha difficoltà a dare uno schema semplice e una forma leggibile e comprensibile ai temi che deve scrivere per il concorso.

In questo post ti racconto come ho fatto a vincere le sue resistenze e a convincerla che la strada era una: né aggiustare né fare modifiche su modifiche, ma riscrivere tutto.

Se elimini il caso specifico (Federica) e inserisci la situazione in cui ti trovi o potresti trovarti tu seguendo un tuo cliente, puoi applicare questo processo con ottimi risultati. Sono sicura 🙂

Un processo, 5 passi (e dentro un trucchetto)

1. Leggere ad alta voce

Questo non è sempre un bel momento, lo ammetto. Perché un conto è leggere silenziosamente nella propria testa, un conto è sentire le proprie parole lette da qualcun altro. Un qualcuno che non è innamorato delle nostre idee come noi, che non si raccapezza nei nostri periodi lunghissimi e che gode (come nel mio caso) nell’usare l’intonazione giusta per far apparire il testo sciatto e senza personalità. Però questo è un passaggio fondamentale per rendersi conto che certi periodi proprio non fluiscono, che nel nostro testo ci sono degli inciampi, che certe parole messe una accanto all’altra provocano parecchio fastidio (la comunicazione dell’effrazione ha lo stesso suono delle unghie sulla lavagna, per capirci).

Output: rendersi consapevoli che quando scriviamo dobbiamo pensare a come facilitare la lettura e la comprensione di chi ci legge. Scrivere pensando a chi legge.

2. Capire qual è l’obiettivo del testo

“Che cosa volevi dire con questo testo? Dimmelo con parole tue: io qui volevo dire che…”, ho chiesto a Federica. Anche questo non è sempre un bel momento. Ma ormai è chiaro che un po’ di scombussolamento ci vuole, se si vuole uscire dal loop della noiosa pratica quotidiana della scrittura per tirare a campare. Chiarirsi qual era l’obiettivo del nostro scritto è utile perché di solito porta allo scoperto che o era confuso (mi sembrava di dover spiegare che, ma poi ho capito che e alla fine ho detto che) o era fuori misura: se gli obiettivi di un tema di tre pagine sono 5 (come nel caso di Federica) qualcosa non funziona. L’obiettivo è meglio che sia uno e che tutto il sistema concorra ad argomentarlo.

Output: rendersi consapevoli che prima di scrivere dobbiamo interrogarci sul perché vogliamo/dobbiamo scrivere il nostro testo. Scrivere pensando all’obiettivo.

3. Capire qual è la struttura del testo

Altro tasto dolente perché, spesso, scriviamo senza dare un ordine preciso agli argomenti, ma buttiamo giù “come ci viene”: questo soprattutto quando siamo sicuri della nostra materia (come nel caso di Federica). Quindi niente scaletta o mappa mentale e una frase dietro l’altra.

La struttura invece è fondamentale perché:

  • ci permette di argomentare con chiarezza
  • ci evita di perderci dei pezzi per strada
  • ci evita di sbrodolare su alcuni temi e andare troppo veloci su altri.

Insomma: niente obiettivo del testo -> niente struttura (un male tira l’altro, come le ciliegie).

Output: rendersi consapevoli che, una volta stabilito l’obiettivo, dobbiamo disporre gli argomenti secondo un criterio. Scrivere seguendo una struttura.

4. Scrivere l’abstract invisibile (trucchetto)

Questo punto dipende direttamente da quello precedente. Se ho stabilito l’obiettivo del mio testo (in questo scritto voglio parlare di … soffermandomi soprattutto su…), ho dato una struttura ai miei argomenti (prima spiego questo, poi entro nel particolare, poi aggiungo un esempio e chiudo ribadendo che…), bisogna che mi crei un punto di appoggio, un’àncora.

Quella a piramide rovesciata è spesso la struttura degli argomenti più efficace perché pone al primo posto la tesi/il punto importante/la notizia e lascia l’approfondimento ai paragrafi successivi. Si trova sui giornali; si usa per informare, comunicare, spiegare. Di solito non si adopera nel caso dei testi persuasivi, cioè quelli in cui vogliamo arrivare a convincere chi ci legge di una nostra idea. In questi casi la ciliegina la lasciamo per la fine. Di solito non ne vogliono sentir parlare gli avvocati perché ritengono che svelare subito il colpevole (appunto) bruci l’interesse di chi ascolta/legge e nuoccia alla portata persuasiva dell’argomentazione (di solito questa è la tesi degli avvocati penalisti, coi civilisti se ne può discutere).

Io ho trovato un ottimo compromesso che, nel caso di Federica, ha poi funzionato alla grande: scrivere l’abstract e alla fine del tema cancellarlo. Niente di più semplice.

Ho suggerito a Federica di scrivere subito che cosa vuole sostenere con il suo tema e su quali punti si appoggerà la sua argomentazione. Questo abstract aiuta a non perdersi durante lo svolgimento: questa cosa che sto scrivendo c’entra con ciò che ho promesso all’inizio? Se parlo di questo, rispetto il mio obiettivo? Se scrivo questo qui e non dopo, svirgolo la mia struttura degli argomenti o sostituisco semplicemente un punto con un altro?

Alla fine del tema, quando tutto è a posto, il testo scorre e tutti i punti sono stati toccati, l’abstract sparisce. Ma non sparisce l’ordine che Federica ha dato, una volta per tutte, al testo.

E sono sicura che arriverà un tempo in cui l’abstract lo si lascerà e se ne gioveranno tutti: chi scrive per non perdere la bussola e chi legge per avere subito la chiave di lettura del testo.

Output: rendersi consapevoli che avere una guida ci serve per non tenere il timone dritto. Scrivere aiutandosi con qualcosa di concreto.

5. Esercitarsi (non da soli, all’inizio!)

Questo è l’ultimo punto, ma forse è quello più importante. Per imparare a scrivere in maniera più chiara occorre scrivere e riscrivere lo stesso testo tante volte, con la supervisione e l’incoraggiamento di qualcuno che, ogni volta, ti spiega dove sei stato prolisso, dove potevi essere meno contorto e, soprattutto, ti fornisce un’alternativa. Con Federica è andata così: lei riscriveva uno dei temi, me lo spediva, io lo studiavo, fornivo le mie proposte di riscrittura di alcuni pezzi e insieme, su skype, discutevamo sul risultato.

La sfida era quella di riscrivere in maniera più semplice e chiara, ma salvaguardare al massimo il contenuto tecnico. Quindi certi tecnicismi restavano, certo, ma la maggior parte delle parole usate solo perché auliche o altisonanti sparivano come neve al sole. Così come l’attorcigliamento sintattico che sostituivamo sistematicamente con frasi più brevi. Così come i verbi passivi che per magia diventavano attivi.

Output: rendersi consapevoli che scrivere in maniera più chiara è un processo lento, ma inesorabile. Scrivere pensando che scrivere è sempre, molto, riscrivere.

foto di Marco Borgna

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Chi scrive per lavoro lo sa: spesso abbiamo a che fare con testi già scritti dal cliente o da “suo cugino”. Il nostro compito facile è buttare tutto e ricominciare da capo, quello difficile è convincere, prima, il cliente che i testi così non vanno, che non basta cambiare due virgole e che è proprio riscrivere la parola magica. Ci vuole tanta pazienza, e anche un buon metodo.

Faccio un esempio.

Federica è un’avvocata di 33 anni che, dopo qualche anno di lavoro speso a difendere molto e guadagnare poco, si è rimessa a studiare, ha superato un concorso ed è stata assunta dall’Agenzia delle Entrate. E poi si è iscritta di nuovo all’università e veleggia verso la seconda laurea, in economia. Ma, soprattutto, Federica ha una fissazione, come la chiama lei. Vuole diventare una magistrata.

Quando è venuta da me mi ha detto: io studio tantissimo e conosco la materia in ogni sua sfumatura, ma quando scrivo tutto quello che so si perde, ci deve essere un problema nella mia scrittura, faccio qualche sbaglio, prendo strade senza uscita.

L’esame per entrare in magistratura richiede il superamento di un concorso nel quale gli aspiranti magistrati si cimentano con tre temi: uno di materia penale, uno di materia amministrativa e uno di materia civile. Per superare l’esame, bisogna prendere la sufficienza nei temi, insomma.

I titoli sono del genere: I criteri di riparto della giurisdizione in materia di risarcimento del danno e di tutela possessoria. Bleah.

Che io ci vada a nozze a riscrivere testi in legalese-buricratese-amministrese è cosa risaputa, ma questa di Federica è stata una bella sfida. Fatta a colpi di svelamento progressivo del colpevole.

Una scrittura troppo povera?

Le ho chiesto di portarmi un suo tema e almeno un paio di quelli che avevano superato il concorso perché volevo leggere con calma, ma la chiave per risolvere il caso Federica me l’ha servita subito, con questa frase: ma come hanno fatto a passare il concorso, questi? Leggi il loro tema, guarda quanto è semplice, quasi povero, quello che scrivono.

Ta daaaaaaa!

La commissione aveva premiato i temi che a Federica potevano sembrare “poveri”, ma che in realtà dell’argomento in questione trattavano un aspetto e lo esponevano nel modo più chiaro, seppur tecnico, possibile.

La professoressa Bice Mortara Garavelli (che amerò per sempre perché è stata la maestra insuperata di tante delle cose che so e perché ha scritto questo libro) sostiene che nelle professioni legali – e non solo – scritti involuti riflettono in realtà idee contorte*: ecco, la commissione aveva usato proprio questo principio per valutare i temi, premiando chiarezza di idee e schematicità di impianto.

Insomma, mi è stato subito chiaro che il colpevole nel nostro caso era la scrittura involuta, attorcigliata, strapiena di tecnicismi e di fossili sintattici e lessicali (definizione della professoressa Garavelli).

Quello che mi restava da fare era convincere anche Federica del fatto che il colpevole fosse proprio “quel” colpevole. E che riscrivere da capo fosse l’unica via percorribile.

Abbattere le resistenze

Aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, bisogna vincere qualche resistenza. Il premio in palio, però, è qualcosa di molto intrigante: fornire la consapevolezza degli errori che si compiono e soprattutto gli strumenti per non commetterli più.

Quali sono le resistenze che devi vincere quando un cliente (ma anche tuo figlio, un collega, un’amica) ti chiedono aiuto?

Mi vengono in mente queste:

  • a lasciar andare uno scritto di cui magari è innamorato: quando rileggiamo un nostro testo ci sembra sempre che tutto fili via liscio e non riusciamo a riscrivere niente
  • a riconoscere che può usare modi più semplici, e quindi più fluidi, per esprimere uno stesso concetto: spesso ci dà fastidio abbandonare certi termini tecnici che reputiamo comprensibilissimi, ma che sottoposti alla prova del lettore non funzionano
  • ad ammettere che anche se scrive per un pubblico di competenti in materia, deve fare ogni sforzo per rendere semplice la lettura e la comprensione del suo testo.

Nel concreto, come si fa a vincere queste resistenze? Nel caso di Federica, come ho fatto?

Leggilo nel mio prossimo post, dove ti racconto i 5 passi che uso io.

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*Se ti interessa approfondire l’argomento, leggi le Le parole e la giustizia. Non è un libro da spiaggia, ti avverto, ma è quanto di più interessante sia stato scritto in Italia sul linguaggio degli operatori del diritto.

foto di Marco Borgna

Raccontare un agriturismo, nel suo costante divenire

Raccontare un agriturismo, nel suo costante divenire

La scorsa settimana sono stata in campagna, in un agriturismo potenzialmente favoloso, a quaranta minuti da Verona e a sessanta da Venezia. Anch’esso, come la vita, è in costante divenire: è nato dalle visioni di Enrico e Giuliana Parodi che hanno deciso, un giorno, che quella era la strada.

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Io sono andata lì per scattare foto e rompere le scatole di domande, per entrare nel cuore oltre che nelle teste, per guardare da vicino le zolle ribaltate, i filari di pioppeti, le albe lasciate lì per occhi attenti. Insomma, per raccogliere materia viva da far storie, per raccontare, per incominciare a tessere la tela di un sito.

 

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La Foresteria Borgogelsi è nella pianura del Po più classica, là dove si trovano case gioiello del 1400 affiancate a villette frutto di un arricchimento improvviso e scalcagnato, confinanti con capannoni e fabbrichette senz’anima, ma con tanti “schei” (soldi, per tutti i non veneti).

Enrico ha una grande azienda agricola con i suoi fratelli, generazione di agricoltori con quel gusto per le cose semplici ma belle che sono alla base di un tessuto produttivo solido e cocciuto.

Per lui, prendere una parte del terreno di famiglia e innestargli sopra una struttura pesantemente green, funzionale e tecnologia è stato come mettere una protesi in più a un arto già bello, forte e solido. Per Giuliana, broker in campo assicurativo abituata a gestire denaro, politica e lavoro a testa bassa (quella di un ariete, non di una pecorella), la realizzazione di un sogno col quale era nata.

 

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Mi sono portata via la responsabilità di raccontare un sogno condiviso, un progetto che coniuga la tecnologia verde con il rispetto di un passato contadino sempre lì a testimoniare che siamo niente senza le radici, ma che non possiamo andare da nessuna parte se non ci decidiamo a ribaltare il tavolo.

foto di Marco Borgna

 

Email come strumento di relazione

Email come strumento di relazione

Per scrivere una email non basta saper usare correttamente l’italiano. Progettarla, prima, e scriverla, dopo, è un esercizio relazionale importantissimo.

Quante volte ci scopriamo a rimuginare per una mail che ci hanno scritto e che ci ha dato fastidio? Quante volte ci capita di morderci le mani perché abbiamo risposto sull’onda della rabbia con “quel tono”, cioè quello che riserviamo alle situazioni in cui vogliamo davvero litigare?

In un’epoca in cui scriviamo tanto e facciamo conoscere la nostra opinione sul mondo usando con facilità gli strumenti social, io credo ancora molto nel “potere” della vecchia cara email. Le riserviamo spesso la funzione di spiegare meglio, di dirimere dubbi amletici, di ripristinare situazioni contorte e anche di veicolare contenuti più intimi. Contemporaneamente è tramite l’email che  molti clienti preferiscono lamentarsi di un disservizio o di un prodotto che non ripaga le attese.

Maneggiare con cura, quindi, perché l’email diventa la diretta estensione di come impostiamo le nostre relazioni in generale. Attraverso le parole che usiamo, la lunghezza o la brevità delle nostre frasi, l’uso che facciamo dello spazio, il tono che scegliamo diciamo tantissimo di come vediamo noi stessi e gli altri.

Molti sostengono che quando si scrive una email di lavoro basta stare sul pezzo e lasciar fuori le emozioni.
In realtà non si può. Perché anche se scrivi una mail saluti-contenuto di tre righe-saluti stai esprimendo uno stato d’animo. Magari non ci hai mai pensato, ma un testo del genere è una bomba che prima o poi ti tornerà con gli interessi. Perché se va bene comunichi fretta, se va male chiusura, indifferenza al confronto, indisponibilità a uno scambio col destinatario.

Il contenuto più interessante del mondo non serve a nulla se non riesci a veicolarlo in modo che il tuo lettore si senta coinvolto. E questo è importantissimo, quando scrivi a qualcuno al quale chiedi di fare qualcosa per te!

Ciao Carla,
ti mando quegli avvisi di cui avevamo parlato l’altra settimana alla macchinetta del caffè. Vedi tu quello che puoi fare, ricordati solo che il 10 di questo mese scadono tutte le password e il lavoro che ho fatto fino a oggi non servirà più.
Un saluto,
Gabry

– Non mi sembra che sia una mail offensiva per il destinatario
– Da che cosa lo deduci?
– Voglio dire che chi ha scritto fa riferimento a qualcosa del quale avevano già parlato e ricorda solo che cosa succede se non rispettano la scadenza. Non penso che sia necessario diventare melensi anche solo per dire due parole a un collega
– Secondo te un collega è diverso da un cliente?
– Ma certo! Il collega magari ci conosce da anni e sa che siamo fatti così. È abituato al nostro modo di scrivere e mica si offende.

Questa obiezione l’ho sentita decine di volte da quando faccio formazione sui temi della scrittura efficace e il nodo sta tutto qui: quando scriviamo, ogni destinatario è un nostro cliente!

A noi serve come l’aria impostare buone relazioni con le persone, e non solo perché così facendo è più facile ottenere ciò che vogliamo. Fare di tutto per migliorare i rapporti con gli altri è la strada maestra per raggiungere il nostro vero obiettivo che, dichiarato o meno, è vivere meglio, con più serenità. E impostare migliori relazioni con le persone significa dare ascolto non solo alle nostre imprescindibili scadenze, ma anche al bisogno dei nostri interlocutori di avere considerazione e rispetto. Quello che, poi, in realtà vogliamo noi, giusto?

Conoscere i meccanismi che si innescano quando usiamo determinate parole o espressioni ci aiuta a prendere consapevolmente una strada: possiamo anche optare per quella che ci porta al conflitto, se è lì che vogliamo arrivare. Ma nella maggior parte dei casi facciamo il possibile perché tutto fili liscio, in tempi brevi, e senza troppo dispendio di energie.

Basta poco ad accendere la miccia: quando in una frase inseriamo un “ma”, come d’incanto chi ci legge si scorda di tutto ciò che abbiamo scritto prima e si concentra a pugni chiusi in attesa della mazzata che sa già arriverà (e vale anche quando parliamo, eh!).

E basta poco anche per cambiare il segno a una lamentela: ad esempio, nella risposta potrò adoperare consapevolmente i tempi verbali. Sposterò nel passato i problemi, con il passato remoto o l’imperfetto; userò il presente per assumermi responsabilità o ribadire impegni presi; con il futuro aprirò una finestra luminosa sulle opportunità ancora tutte da cogliere.

Io dico che le email si scrivono, si leggono e si ascoltano. E se è necessario si coccolano anche un po’. Questo è il segreto 😉

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Questi argomenti li affronterò nel mio nuovo corso “Email come strumento di relazione”. Io lo amo tanto perché è il frutto di due esperienze formative davvero molto ben riuscite: una in Kristalia, l’altra alla Fratelli Damiano.

foto di Marco Borgna