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La scrittura parte dal sorriso (due)

La scrittura parte dal sorriso (due)

Questa è la seconda parte delle mie riflessioni sui modi per affrontare il panico da pagina bianca. Nel post precedente ho dato la mia personale opinione sulle scalette: usate all’inizio, quando ancora si hanno vaghe idee su cosa si scriverà, non servono. Anzi, aumentano il livello d’ansia. Che cosa può aiutarci ad affrontare il processo di scrittura con il sorriso? Ad esempio pensarlo come una caccia al tesoro che porta allo scoperto parole già presenti da qualche parte dentro di noi. Basta solo trovarle!

Secondo me la scrittura ha anche bisogno di qualche rito, di un qualche modus operandi, di un qualcosa di conosciuto che per noi diventa come la copertina di Linus, come l’oggetto transizionale di quando eravamo piccoli.

Insomma, la scrittura ha bisogno che noi ci sentiamo bene, fuori e dentro.

E guarda qui chi spunta?

Consigli di scrittura presi da intervista a Hernest Hemingway

Esatto, Hernest Hemingway.

Durante il laboratorio sulla creatività che ho svolto alla UAUAcademy di Trieste insieme a Rosy Russo, ho proiettato questa slide. Parlavamo del panico da pagina bianca, con tutte le sue declinazioni virtuali, e questi dieci consigli su come ritualizzare il processo di scrittura li ho molto amati.

Non li ha dati certo Hemingway, li ho ricavati io da un testo che non smette mai di ispirarmi: Il principio dell’iceberg. Si tratta di un’intervista sull’arte di scrivere e raccontare che gli hanno fatto nel 1954 e che si trova nel volume “I quarantanove racconti”, edito da Einaudi.

L’autore dell’intervista raccoglie le parole e i moti dell’anima di Hemingway, ma registra anche, con molti particolari, le sue abitudini, i suoi riti, i suoi luoghi del cuore.

Da questi dettagli ho distillato dieci modi per preparare il terreno per la scrittura:

  1. Non c’è un solo posto (e magari non è lo studio): Hemingway scriveva in camera da letto. Per scrivere il luogo è fondamentale e magari scopriamo che proprio lo studio o la scrivania che abbiamo deputato a ciò fa da respingente. Cerchiamo in casa (magari, per qualcuno, fuori) qual è il posto che ci aiuta a ispirarci e a raccoglierci.
  2. Star bene in quel posto (luce, sole, spazio): dove scriveva Hemingway la bellissima luce del giardino entrava e si rifletteva sulle pareti bianche e sul pavimento ocra. Quando abbiamo trovato il posto giusto, attrezziamolo con quello che ci serve. Leviamo via gli impedimenti, facciamo spazio se è troppo pieno di cose, spostiamo le tende per vedere il sole e bere la luce.
  3. Vicini i libri e gli oggetti cari (effetto cuccia): Hemingway era attorniato da due librerie, da un paio di pantofole e da un paio di mocassini sformati. Per scrivere dobbiamo sentirci tra amici, quindi portiamoci vicini i libri che ci piacciono o quegli oggetti che se andasse a fuoco casa vorremmo portare via di sicuro.
  4. Un caos conosciuto (caos ordinato): Hemingway scriveva circondato da un ordinato ammasso di scartoffie e promemoria. Non importa se, insediandoci nel posto che ci fa sentire bene, facciamo disordine. Quello è il nostro disordine-ordinato (il disordine-disordine lo abbiamo già sistemato eliminando tutto ciò che occupava quello spazio “abusivamente”).
  5. A portata di mano i materiali (fisici e virtuali): il piano di lavoro dove Hemingway scriveva era pieno di libri, manoscritti e pile di fogli coperti da giornali. Per scrivere ci conviene avere a portata di mano tutto quello che ci serve da leggere, guardare, ascoltare. Non possiamo alzarci ogni cinque minuti per andare a cercare questo o quello. Allo stesso modo, raduniamo più che possiamo link e file: è spossante andare a cercare i file qua e là (e poi ogni occasione è buona per distrarci).
  6. Star comodi (non per forza in posizione yoga): Hemingway scriveva in piedi, magari a noi va benissimo star seduti davanti al computer; comunque, troviamo la posizione che più sentiamo nostra.
  7. Avere una routine, un rito (per entrare nel mood): Hemingway scriveva prima tutto su fogli di carta velina che poi inseriva a rovescio su un portablocco, a destra della macchina da scrivere. C’è chi prima deve impilare i fogli (anche se poi scrive al computer, non a mano), chi bagna la piantina, chi fa entrare aria nella stanza. Ognuno si cerchi quel piccolo rito che lo predispone a entrare nella condizione mentale utile a fare vuoto, per poi riempirlo.
  8. Premiarsi (anche per singoli “obbiettivini”): quando Hemingway era particolarmente soddisfatto del lavoro fatto, il giorno dopo si concedeva qualche ora di pesca. Magari a noi basta un gelato, un pranzo con un’amica o una dormitina col sorriso sulle labbra.
  9. Avere un segreto (lui lascia quando sa come va a finire): Hemingway smetteva di scrivere quando aveva già in mente come la storia sarebbe andata avanti, così il giorno dopo riprendeva da un punto già noto e procedeva molto più spedito. Da lì in poi, le idee arrivavano a ruota, una dopo l’altra. Il nostro “segreto” potrebbe essere che prima di metterci a scrivere chattiamo sempre con la stessa persona oppure che apriamo a caso un libro e partiamo dalla prima parola che ci salta agli occhi. Dico che è un segreto perché ognuno deve cercarsi il proprio e non lo deve confessare a nessunissimo al mondo.
  10. Stare in salute (star male occupa la mente e toglie energia): Hemingway diceva che la cattiva salute è una fonte di preoccupazioni che attaccano il subconscio e disperdono le riserve di energia. Se non ci sentiamo bene, non riusciremo a scrivere nemmeno una riga, troppo sforzo mentale per tentare di tenere a bada il dolore (grande o piccolo) e la sensazione di spossatezza. Quindi meglio farsi una dormita o curarsi, prima di incominciare.

Chissà che magari questi suggerimenti ispirati da un Grande possano esserci utili anche quando ci tocca il tema “Gli Egizi e i metodi per costruire le piramidi”. Sì, qualche piccolo rito può essere utile anche ai nostri bambini, o qualche bugia, almeno: ti ricordi che l’altra volta, con le calze antiscivolo dei dinosauri, le parole sono uscite fuori più facili?

Chi ha i figli in età da One Direction, si attrezzi 😉

Bon, finisco qui.

Ricordati solo una cosa: la scrittura parte dal sorriso  🙂

foto di Marco Borgna

La scrittura parte dal sorriso (uno)

La scrittura parte dal sorriso (uno)

Scrittura? Via la scaletta

Io non ho mai sofferto di panico da pagina bianca – e questo l’ho già detto e scritto varie volte – ma spessissimo vedo quel vuoto negli occhi verdi della mia decenne quando deve scrivere un componimento.

Ada mi ha già spiegato con poche, concise e chiare parole che scrivere non le piace per niente – e io me ne sto facendo, piano piano, una ragione – e sono convinta che tanto del suo disappunto derivi dalla fase iniziale, da quel momento in cui fissa il foglio e si sente sola.

L’anno scorso le ho fatto provare il piacere di iniziare con una mappa mentale e ogni tanto la usa. La maestra però la invita a usare la scaletta e io vorrei evitare di disallinearmi con una insegnante che peraltro è davvero ottima. Quindi abbozzo.

Ma qui lo urlo. LE SCALETTE NON SERVONO A UN CACCHIO DI NIENTE, IN PARTENZA!

Le scalette mettono in fila, danno un ordine prima/dopo anche se le buttiamo giù senza in realtà voler attribuire una diversa priorità ai punti elenco.

Se usiamo le scalette all’inizio, ci castriamo da soli, perché cerchiamo di dare un ordine a una materia che, se va bene, è vischiosa e disordinata, se va male, nemmeno esiste ancora.

Come faccio a dare un ordine all’inesistente? Come?

All’inizio è meglio buttar giù, disegnare, scribacchiare qualche frase o pensiero, occupare quello spazio bianco che abbiamo davanti e che sembra inghiottirci. Non dobbiamo sederci e dire: adesso scrivo. Non ci riusciremo mai. I nostri figli non potranno mai farlo e, ogni volta, saremo noi a dover dettare (dico qualcosa che riconosci?).

Noi temiamo quel bianco iniziale perché (rendendocene conto o meno) lo vediamo come un vuoto pneumatico che ci impedisce di pensare, di muoverci, a volte anche di respirare.

Scrittura? Una caccia al tesoro

Un bel capovolgimento potrebbe essere quello di visualizzare il bianco come una pellicola che in realtà nasconde dei tesori. Lì, sotto quella coltre morbida, ci sono già i germogli: i pensieri sono al caldo, basta scoprirli.

Alziamo un lembo e cosa troviamo? Che forma vediamo? Di che colore?

Insomma, il processo di ideazione di un componimento e poi di scrittura può diventare una caccia al tesoro, un processo di progressivo disvelamento di idee, fatti, profumi, luoghi e sensazioni che già ci sono, sono solo coperti.

Io credo fortissimamente nel nostro potere di autoinfluenzarci.

Se ogni volta che dobbiamo scrivere iniziamo a dirci frasi del tipo “io proprio sono negata”, “di nuovo quel supplizio”, “quanto vorrei non dover più fare una cosa simile”, be’, ce la scaviamo da soli la fossa.

Se invece quando ci sediamo (o ci allunghiamo sulla pancia) per scrivere, ci stampiamo sul volto il sorriso e il gusto della sorpresa che ci colgono quando troviamo il tesoro, cambiamo il segno a quell’istante, forse per sempre. Le volte dopo aspetteremo il momento della scrittura impazienti, ce lo pregusteremo.

In principio ci obbligheremo a sorridere, poi ci verrà spontaneo: non ci è già successa mille volte un’esperienza simile? Col cibo, con degli esercizi di rilassamento, addirittura con alcune persone?

All’inizio ci infiliamo una supposta, poi diventa una sana abitudine, alla fine aspettiamo che arrivi quel momento.

Prima è necessario “trovare” il materiale, dopo gli diamo un ordine: se noi ci immergiamo con il sorriso nella caccia al tesoro, di sicuro, ma proprio sicuro, la scaletta viene naturale.

La scrittura non parte dalla scaletta, ma dal sorriso.

A questo proposito, niente è più efficace dello spezzone del film Benigni “La Tigre e la neve” dove lui parla di poesia.

Io ho deciso di farlo vedere alla decenne, al prossimo tema, perché predica un concetto a me caro, la gioia. Non so tu, ma io non sono proprio stata tirata su a pane e felicità e ho deciso di cambiare rotta, quando riesco, con i miei figli.

Sulla scuola è dalla prima elementare che ci lavoro, perché di una cosa mi sono accorta: che le parole “gioia” e “scuola” non le mettiamo mai vicine, mai, nemmeno per sbaglio. Ora, lo so che a proposito della scuola italiana c’è ben poco da stare allegri, ma qui parliamo di noi, dei nostri figli e del potere che hanno le parole di creare la realtà.

Finché dipingeremo la scuola a tinte grigie se non nere, i nostri figli continueranno a viverla come una cosa pesante; se inizieremo noi a inserire qua e là del colore, anche loro si sentiranno più leggeri.

Nessuna predica, per carità, racconto solo delle mie scelte di mamma di due bambini.

Ogni mattina, davanti a scuola se li accompagno io o prima che scendano le scale se li accompagna Marco, io chiedo loro: “che cosa è obbligatorio fare a scuola ogni giorno?”. I due alzano gli occhi al cielo e mi rispondono insieme: “divertirsi almeno un po’”.

Sarò una mamma strana, ma credo che sia il nostro approccio alle cose che le fa diventare nere oppure gialle-chupa chupa, e se instilliamo nei nostri bambini almeno il dubbio che a scuola ci sia anche solo un po’ di materia da sorriso, bè, avremo reso la loro vita molto più bella.

La scuola per me è sempre stata solo e sempre un dovere: ero una secchiona, ma niente (a parte scrivere) mi veniva fuori gratis: studiavo un sacco, mi alzavo a degli orari impossibili la mattina, ero costantemente catturata dall’ansia del voto e della performance. Un incubo.

Ma come sarebbe cambiata la mia vita se mia mamma mi avesse lasciata andare ogni mattina con un bacio e un “divertiti!”? Come sarei adesso? Quanto soffrirei di meno per i pesi e le sofferenze che, se anche non esistono, io sono bravissima a scovare?

Sulla vita dei miei figli ho ancora qualche piccolo margine, e vorrei usarlo 🙂

Fine parte uno.

Qui la seconda parte.

***

Per la cronaca: la scoperta del video di Diego Caristiato su come creare una mappa mentale per studiare lo devo al portale creato dalla super-mamma di una bambina dislessica.

foto di Marco Borgna

Quanto sono d’aiuto le mappe mentali in aula

Da quando ho scoperto le mappe mentali non riesco più a fare le slide…

Nulla è cambiato dalla mappa di “Personal Branding” – non mi sono ancora buttata sugli appunti live – ma in realtà tutto è cambiato, perché ormai ho capito che disegnare una mappa mentale è qualcosa che non solo mi aiuta sul lavoro, ma mi fa stare meglio.

Dai, non prendo la strada new age, ma ho l’impressione che mettere insieme parole e disegno faccia lavorare diversamente la mia corteccia 🙂 So che è così, perché ce lo ha spiegato Roberta e ho letto Tony Buzan: quello che voglio dire è che mi sembra sia vero. Mentre disegno una mappa, anche una un po’ più complessa, non mi stanco e arrivo col buon umore fino alla fine. Devo rifarla perché ho sbagliato a centrare l’origine e lo scopro solo quando i contenuti che voglio inserire sul ramo in alto a sinistra dovrei scriverli sul tavolo, fuori dal foglio? E pazienza, la rifaccio.

Chi fa formazione può capire la fatica delle slide: avanti e indietro, visualizzazione normale, visualizzazione sequenza di diapositive… e come viene in modalità presentazione?

Con la mappa hai tutto splittato lì, in una sola videata. Così la slide-mappa diventa davvero solo un appoggio per le cose che devi dire tu. Puoi parlare, spiegare, rispondere alle domande, cambiare strada in corsa avendo sempre davanti il quadro generale: basta un’occhiata alla mappa, uno sguardo ai disegni e tutto il lavorio che il tuo cervello aveva fatto durante il processo creativo ti ritorna in mente con la stessa intensità.

Un lavorio che mentre scrivo sto visualizzando come un “livello” in più. Io non so usare Photoshop, ma ho lavorato sedia-sedia con grafici che non smettevano mai di aprire-chiudere livelli. Ecco, quando lavori con una mappa mentale apri e chiudi in continuazione tanti livelli diversi di creatività e la “magia” è che è l’uno a dare origine all’altro, in un continuo che si esaurisce solo quando hai finito le cose da dire.

Concordo con Luigi: gli strumenti pen pensare sulla carta “stimolano e organizzano la creatività, rendendola più comprensibile e gestibile“. Le mappe mentali stimolano e danno un ordine alla creatività contemporaneamente, anche se dare un ordine alla creatività sembra un vero controsenso 🙂

E poi, la cosa che mi sorprende ogni volta è il mio approccio quando devo preparare una mappa mentale. “Devo” non è il servile giusto, perché, anche quando è ora di mettermi al lavoro e preparare un intervento o un’aula, io voglio fare la mappa. Sono contenta di disegnarla e il solo fatto di andare a prendere il portapenne con le matite e i pennarelli mi rende felice.

Ora, perché dico queste cose? Perché credo fortemente che quando sei contenta di fare quello che fai o di dire quello che dici, l’energia che sprigioni diventi un sicuro viatico di apprendimento. Quando fluisce l’energia da te a chi ti ascolta, ti ritorna moltiplicata enne volte, tante quanto sono le persone che riesce a coinvolgere. Questo, per me, è il segreto dell’apprendimento reciproco.

Quelle che posto qui sono tre mappe che ho costruito per un evento formativo recente. Per due mercoledì mattina ho incontrato i ragazzi in uscita dal master in “Scrittura e storytelling” della Scuola Holden. In uscita con competenze, sogni, paure e con un grande punto di domanda: e adesso?

Prima di tutto ho proiettato la mappa del Personal Branding ricavata dal libro di Centenaro- Sorchiotti. Così ho dato un perimetro agli argomenti che avremmo affrontato e ho ancorato lì l’idea che nessuno è solo e che basta guardarsi intorno per trovare persone che ti possono aiutare in un momento piuttosto delicato. Naturalmente l’altra àncora sono stata io ed è stato bellissimo ricevere le successive richieste di collegamento su Linkedin: prova provata che il lavorio mio ha prodotto altro lavorio 🙂

Poi ho proiettato questa mappa che ho disegnato pensando a come impostare il discorso sull’evoluzione del CV. Il draghetto (Bio come biografia) l’ho copiato al volo da un libretto di favole per bimbi. Le cose che ho detto a voce sono partite tutte da qui. Chi decide di proporsi e di raccontarsi, fuori e dentro la rete, ha bisogno di farlo in tanti modi. Non c’è uno storytellng, ce ne sono tanti: dal CV europeo (che poi ben pochi leggono) a quello più innovativo, che tiene dentro parole, immagini e suoni. Il tutto partendo da uno studio accurato per capire chi sei, che cosa vuoi (o vorresti) e a chi stai parlando.

Mappa mentale per Scuola Holden (clicca per ingrandire)

Mappa mentale per Scuola Holden (clicca per ingrandire)

Ho costruito quest’altra mappa mentale mentre pensavo a come introdurre il discorso della scrittura di lavoro, che per sua natura è un po’ diversa da quella narrativa che gli studenti imparano alla Holden.

Meraviglia delle meraviglie, mi è venuta fuori una mappa che parla di scrittura, sì, ma soprattutto dell’ascolto e del fatto che, se si arriva in azienda, anche solo per uno stage, la prima cosa da fare è crearsi una rete di parole e di persone. L’immagine mentale che a sua volta la mappa mi ha ispirato al brucio, in classe, è stata quella del fluire delle meduse in “Nemo”.

Quella corsa sfrenata verso un obiettivo nella quale o ti inserisci o vai controcorrente e alla fine vieni buttato fuori dal vortice e dalla fretta. Ecco, un giovane che arriva in azienda, probabilmente vede tutti come delle meduse in corsa, ma se capisce qual è l’obiettivo, si inserisce nella corrente e va. Con tutto calma, andando avanti, si farà notare e si creerà il proprio spazio. Ma prima deve fluire nella corrente, partecipare in vari modi alla rete di persone, vite e parole che danno vita, ogni giorno, a quel micro(macro)cosmo che può essere un’azienda.

Mappa mentale per Scuola Holden

Mappa mentale per Scuola Holden (clicca per ingrandire)

L’ultima mappa invece l’ho disegnata prendendo spunto dai miei appunti sulla presentazione: una cosa che, tu lo voglia o no, presto o tardi, sei chiamato a fare; sia che tu lo faccia come freelance, sia che tu lo faccia inserito in un contesto lavorativo più strutturato. La mappa è complessa, articolata, e ho capito quanto fosse poco il tempo a nostra disposizione per navigarla tutta e bene. Sono sicura che almeno gli spunti e i link siano serviti per approfondire l’argomento.

Mappa mentale per Scuola Holden

Mappa mentale per Scuola Holden

Voilà: scrittura lineare e scrittura radiante, a darsi una mano e a sostenersi. Il tutto condito, davvero, con una gran voglia di sperimentare.

Quando la scrittura fa ridere (più o meno)

Allora, essere evangelista dello scrivere chiaro è una fatica. Davvero.

Il post di Alessandra sull’impossibilità di lavorare con la PA mi ha colpita: il senso di muro che si prova, molto spesso, in certi ambienti, ti fa venire la nausea. È come sentirsi una di quelle macchinette per bambini che sbattono e sbattono e sbattono contro la gamba di un tavolo o lo stipite della porta finché non esauriscono la batteria o la pazienza di qualcuno.

Alcune volte capita anche a me di sentirmi così. Per la scrittura (lo ripeto senza sosta) non esiste l’equazione che, se applicata, trasforma il testo come per magia. Ma ci sono quelle tre o quattro cose da fare che ne cambiano davvero la leggibilità e la comprensibilità. Smatassare e accorciare le frasi, volgere i verbi all’attivo, calmierare i tecnicismi e sburocratizzare fin che ce n’é. E leggere ad alta voce.

Qualche settimana fa, in un’aula di persone giovani, competenti e “vogliose” di mettersi in gioco ho letto ad alta voce alcuni stralci di una brochure che serviva a promuovere l’attività dell’organizzazione di cui fanno parte, a raccogliere adesione e iscritti. Al secondo paragrafo tutti ridevano. E in aula c’erano anche gli autori della brochure. Guardavano i colleghi come se li vedessero in quel momento per la prima volta. Ma come? Provoco l’ilarità generale (dei miei colleghi, poi!!) mentre spiego quanto è importante il lavoro che faccio?

Un paio di sabati fa ero in aula con un gruppo di comandanti di polizia municipale interessati a capire le logiche dei social network e a studiare nuove forme di comunicazione con i cittadini. Meraviglia! Visto che non volevo compromettere i nostri rapporti, ho proiettato e letto ad alta voce un testo presente sul sito dei vigili urbani di un comune che non era nessuno dei loro, anzi, era proprio di un’altra regione. Di nuovo, tante risate. E si parlava di multe, di possibilità di ridurne l’importo del 30% se il pagamento avviene entro 5 giorni. Proprio niente da ridere, anzi.

E, ancora prima, sessione formativa per l’Ordine dei commercialisti di una “grande città metropolitana del nord Italia”; qualche mese fa (prima dell’estate) platea di lungimiranti avvocati che si interrogavano su che cosa comporterà il processo telematico. Leggevo ad alta voce i loro testi e provocavo tutta l’ilare gamma, dai sorrisi a fior di labbra alle risate di cuore.

Ormai, messi davanti all’evidenza, diventiamo immediatamente consapevoli del fatto che certi modi di scrivere non hanno più senso (se mai l’hanno avuto). Se ridiamo è perché percepiamo che il concetto di antilingua di Calvino continua ad andarci a pennello.

Dalla consapevolezza, però, il passaggio alla pratica è sempre molto tortuoso. Quando chiedo di mettere le mani sui testi propri e altrui con il mandato di semplificare, la resistenza scatta nel giro di poche frazioni di secondo. Potrei fare un bignamino delle frasi che si ripetono, sempre uguali, pur nella diversità dei contesti in cui mi trovo.

Da noi non si può scrivere diversamente; i nostri responsabili ci rimandano indietro le cose non scritte come vogliono loro; io prima non scrivevo così, ma ho imparato quando sono venuto a lavorare qui; questi sono tecnicismi ineliminabili; sì, lo so che se uso questa parola le persone capiscono, ma devo essere autorevole, non posso sembrare uno qualunque; sì, c’è una parola più chiara per esprimere lo stesso concetto, ma se scrivo così non rischio che qualcuno pensi che non sono abbastanza competente? Chi l’ha detto che sono io a dovermi abbassare, sono gli altri che devono sforzarsi di arrivare al mio livello; se scrivo difficile non faccio anche un’opera di acculturazione delle persone che così capiscono che devono elevarsi?

Sembra che staccarsi da certi fossili linguistici e sintattici (come li chiama la mitica Bice Mortara Garavelli) sia peggio che praticare il parkour; che provare a rovesciare una frase in modo che il soggetto compaia subito e non dopo tre subordinate sia rivoluzionario; che eliminare detto, predetto, suddetto, anzidetto, summenzionato, suesposto, succitato, sopracitato, testé indicato, di cui sopra, di cui all’oggetto, in epigrafe, in narrativa sia una missione impossibile; che usare sfratto invece che provvedimento esecutivo di rilascio sia dichiarare guerra al senso comune.

Il primo problema è che il senso comune va da un’altra parte.

Noi tutti, da cittadini, pretendiamo di capire i testi alla prima lettura e non alla terza o grazie all’ausilio di Google translate. Noi cittadini che votiamo, paghiamo le tasse, prendiamo un treno, apriamo un conto, chiediamo informazioni, compiliamo moduli pretendiamo di fare una domanda e avere una risposta chiara.

Il secondo problema è che, piano piano, la maggior parte dei testi che si scrivono per lavoro si sta spostando sul web. Trasparenza, accesso agli atti, abbattimento dei tempi, funzionalità, processi che promuovono la paperless e tutto quello che volete voi.

Come la mettiamo? Dalla carta al web non vuol dire fare copia e incolla. I testi, per il web, vanno ripensati! E basta.

Certo, si può dare una mano di vernice lì e una raschiatina là (che comunque è meglio di niente), ma non basta. Bisogna ripartire dalla fase di progettazione e farsi subito tre domande: a chi voglio scrivere? perché voglio scrivere? cosa voglio scrivere? La risposta a queste tre domande è cruciale per disegnare una mappa dei contenuti da comunicare. Poi occorre studiare come sfruttare l’ipertesto e quindi alleggerire; come orientare la lettura con i titoli e quindi fare pacchetti di testo; come trovare per ogni tipo di informazione un giusto repository e quindi, tanto per fare un esempio spinoso, riunire i rimandi legislativi là dove non posso far male, ma possono essere trovati e consultati in ogni momento.

Nella maggior parte dei casi, il rimando alla norma serve a chi scrive per pararsi, non a chi legge per sapere dove andare a scovare il comma x della legge z che è stato risucchiato nel Testo Unico Tal dei Tali nell’articolo w. Non ci prendiamo in giro.

Noi cittadini, quando leggiamo certi testi, non ridiamo per niente.

Esempio di vita da ID (5)

Facciamo insieme la progettazione delle tre unità del corso e scrivo, costantemente certificata da lui, la prima bozza di storyboard. “Lui” è il contenutista, chiaro, l’argomento è il “Testo Unico” sulla sicurezza. Il corso va a tutti, proprio a tutti, compreso l’ad.

“Lui” gongola ed elargisce sorrisi a pieni denti. Il lavoro è stato lungo e tormentato, mi soddisfa perché la metafora formativa che ho scelto regge. Naturalmente alla presentazione al Grande Capo non sono invitata e già immagino chi sarà il protagonista dell’evento… ma non immagino giusto: “Lui” va, inizia a presentare e quasi da subito il Grande Capo non si ritrova, nel senso che non ritrova le proprie parole. Che cosa avevamo combinato?

Il mio espertone fa l’unica cosa che sa fare: mi butta la responsabilità addosso. La telefonata alla mia responsabile parte immediata. E la telefonata della mia responsabile a me arriva puntuale. E la mia mail al Grande Capo in persona non tarda nemmeno un’ora:

Gentile Dott. Nome e Cognome,

facendo seguito alla sua telefonata alla mia responsabile, le invio la scansione dei documenti autografi del Dott. Tizio Caio che ha progettato con me, fin dall’inizio, le tre unità. La ringrazio per avermi dato l’opportunità di lavorare proficuamente con un esperto di contenuti così disponibile a lavorare a quattro mani, sempre e comunque. E la ringrazio anche per le indicazioni iniziali che aveva dato al Dott. Caio, sono state per noi molto preziose.

In attesa di un suo gentile riscontro, la saluto.

Nella realtà non ho scritto questa mail: l’ho composta decine di volte nella mia testa, con sentimenti che andavano dal viola pugno in un occhio, al sangue coltellatina nella pancia, passando per il grigio-azzurro assideramento da frigorifero chiuso dal di fuori.

Adesso che vedo quelle parole una in fila all’altra e so che qualcuno le leggerà sono finalmente in pace: la storia è chiusa e il colore è bordeaux variegato all’amarena.

Tratto (e modificato) da Piacere, faccio l’I.D., “Ribàltàti e contenti – per un uso non ordinario dell’umorismo”, Centopagine, 2012. Per gentile concessione della Palestra della scrittura)

L’ID, gli esperti di contenuto e il sorriso (4)

Quindi i contenutisti possono essere consapevoli, inconsapevoli, troppo consapevoli.

I consapevoli sono dei resistenti poco resistenti. Sono consci della loro autorità in materia e del prestigio che godono in azienda, sono “riporti” autonomi e davvero oberati di lavoro. Non capiscono (solo) a che cosa servi tu: forse a colorare gli sfondi e a mettere qua e là le margherite? Spiegato che mazzo ti devi fare tu con le loro perle di saggezza levano le transenne e ti fanno passare. L’umorismo con loro deve essere appena appena accennato: autorità vs autorità, autoconsapevolezza vs autoconsapevolezza. Tu accenni una battuta di cooptazione, che fa tanto “comunità” di eletti, e loro ti vengono dietro tranquilli.

Gli inconsapevoli sono davvero una lagna: insicuri, indifesi, esposti ai venti dei capi, non sono mai dei veri “riporti”, ma degli accessori d’azienda. Sono dei resistenti “vorrei, ma non posso”: proprio non possono, perché non sanno. L’umorismo a fior di labbra con loro non funziona, temono agguati anche lì. Con loro serve il sorriso ristrutturante: passiamo dal non sapere in due alla co-costruzione del sapere. Non è vero che non sanno, ma non sanno di sapere, e così il lavoro di maieutica qui è lungo e durissimo. Alla fine funziona.

I troppo consapevoli sono i peggiori: pieni di se stessi, sono “riporti” subdoli, perché cercano sempre e comunque di farsi belli alle spalle degli altri. Loro, il sorriso ce l’hanno sempre stampato sulle labbra, ma per mostrare i canini, non per metterti a tuo agio. Sono resistenti che si oppongono fieramente a tutti i tuoi tentativi di condurre il gioco: comandano loro! L’unica cosa da fare è munirsi di sorriso interiore e cambiare prospettiva, diventare alleati per raggiungere una meta comune.

Tratto (e modificato) da Piacere, faccio l’I.D., “Ribàltàti e contenti – per un uso non ordinario dell’umorismo”, Centopagine, 2012. Per gentile concessione della Palestra della scrittura)

L’ID e gli esperti di contenuto (3)

L’ID, esperta dei processi di apprendimento degli adulti, è una metodologa, non una tuttologa: può realizzare indifferentemente un corso on line sulle slitte della Lapponia, sugli adempimenti di legge previsti dal D.lgs. 231, sulla tinta di capelli più in voga tra le dive di Hollywood, ma non può farlo da sola. Per arrivare allo storyboard deve appoggiarsi a un contenutista, ovverosia a uno che su quella materia è riconosciuto come esperto.

Quando sono scelti dal cliente all’interno della propria azienda, gli esperti possono essere di tre categorie: consapevoli, inconsapevoli, troppo consapevoli.

I consapevoli sono degli stra-fighi: sanno davvero tutto sul contenuto che dovrebbero metterti a disposizione; gli inconsapevoli sono degli stra-sfigati che non si sapeva cos’altro fargli fare; i troppo consapevoli sono dei palloni gonfiati che credono di sapere tutto e soprattutto sono convinti che chi hanno davanti è scemo (trattandosi di una donna, l’equazione è d’obbligo).

Come ID ho imparato a usare il sorriso come pass-partout, ma a calibrarlo sul mio interlocutore dopo aver tastato per un po’ il terreno e aver capito che tipo di resistente può essere. Perché c’è sempre resistenza all’inizio: a darti credito, a capire che cos’è il tuo lavoro, a “lasciar andare” il suo sapere. Capito questo, è fatta.

Tratto (e modificato) da Piacere, faccio l’I.D., “Ribàltàti e contenti – per un uso non ordinario dell’umorismo”, Centopagine, 2012. Per gentile concessione della Palestra della scrittura)

Che cosa fa, un’ID? (2)

L’ID progetta un corso (o un percorso formativo) destinato a essere fruito online – in parte o completamente – da un numero considerevole di utenti che si collegano a una piattaforma Learning Management System, cioè un sistema integrato che gestisce l’apprendimento a distanza. La piattaforma è lo strumento software nel quale i corsi vengono caricati: permette ai corsi di funzionare, di essere fruiti a distanza dagli utenti che si iscrivono, di essere tracciati.

Il lavoro dell’ID parte dall’analisi dei bisogni del cliente e arriva poco prima della “messa in onda”. Quindi intervista gli esperti di contenuto, raccoglie i materiali (documenti scritti, video, immagini), fa la macro e la micro progettazione, scrive gli storyboard o supporta chi li scrive, collabora con i grafici per l’interfaccia e con gli sviluppatori per l’implementazione software, prepara i test di valutazione dell’apprendimento, testa il corso una volta caricato sulla piattaforma… e poi si ferma lì.

Il cuore di tutto il processo che un’ID deve far funzionare è lo storyboard, che, esattamente come quello del cinema, contiene la sequenza di videate che andranno a costituire il corso finale. Lo storyboard è importantissimo perché è il documento sul quale il cliente compie la propria certificazione dei contenuti e sul quale dà l’ok al concept grafico: si regge sulla conoscenza messa a disposizione dall’esperto di contenuti e sulla sua rielaborazione da parte dell’ID, naturalmente in chiave didattica.

Tratto (e modificato) da Piacere, faccio l’I.D., “Ribàltàti e contenti – per un uso non ordinario dell’umorismo”, Centopagine, 2012. Per gentile concessione della Palestra della scrittura)

Che cos’è un’ID? (1)

Quando dico che faccio l’Instructional Designer (I.D.) le reazioni sono: sorriso (cosa scusa?), risata (con le maiuscole, addirittura! – si notano anche nel parlato), silenzio (scusa, sai, ma il mio inglese…). Allora correggo il tiro e dico che faccio la progettista di corsi online (ah, ok).

Ho imparato questo mestiere a bottega, nel lontano 2001, in Isvor Fiat (cioè l’ex scuola di formazione manageriale del Gruppo Fiat), lavorando a stretto contatto con una ex professoressa di filosofia che si è riciclata e ha fatto dell’ingegneria didattica la sua nuova veste professionale.

Adesso ci sono dei master per imparare a fare i progettisti, dei libri, però credo che l’esperienza sul campo sia una parte fondamentale. Alcune competenze le puoi acquisire solo misurandoti quotidianamente con capi progetto, clienti, grafici, sviluppatori, amministratori di piattaforma e quanti – a vario titolo – proiettano la loro ombra sullo schermo del tuo computer.

Adoro fare l’ID perché è un mestiere in cui i disturbi della personalità sono prerequisiti professionali! Un momento sei seduta a parlare con un progettista di cambio automatizzato (chiedetemi tutto) e quello dopo stai progettando come far fruire la legge sui reati societari a una piccola società. E poi stai immaginando una piccola console multifunzione per il sito dell’orientamento scolastico di una qualche Provincia e sei mesi dopo ti affanni a valutarne il tracking.

Ho scoperto che siamo per la maggior parte donne a fare questo lavoro, e tutte libere professioniste, che è un modo elegante per dire precarie. E quindi è chiaro, non faccio solo l’ID, ma quando lo faccio son contenta.

Tratto (e modificato) da Piacere, faccio l’I.D., “Ribàltàti e contenti – per un uso non ordinario dell’umorismo, Centopagine, 2012. Per gentile concessione della Palestra della scrittura)