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No, non sono ancora stanca

No, non sono ancora stanca

Sto tornando da due giorni di formazione alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sono stracotta, con le occhiaie e la stanchezza che non mi fa abbassare le palpebre (capita solo a me?). Ho parlato di scrittura, di semplificazione, di lotta al nostro lato oscuro.

Come mi ha scritto qualcuno in privato, sono andata nella tana del lupo. In realtà sono andata (e spero di tornarci) dove volevo andare da un bel po’ di anni, a dire ciò che vado predicando senza sosta dovunque mi chiamino per ascoltarlo: non esiste un posto dove non si può semplificare il linguaggio.

No, non ho ancora la nausea di ascoltare che:

da noi proprio non si può

è la nostra materia che non si presta

il nostro Ente è particolare

noi abbiamo la necessità di scrivere così

queste cose riguardano altri, noi già siamo tanto migliorati

queste cose le devi dire a chi sta sopra

queste cose le devi dire a chi scrive le leggi

queste cose non le devi venire a dire a noi

io già mi sforzo

io già ho pensato a queste cose anni fa

da noi non cambia niente da anni

da noi non può cambiare niente

No, non ho ancora la nausea di dire che bisogna pensare a chi legge, allo sforzo che facciamo quando, da lettori, cerchiamo di interpretare quello che ci scrive il Comune, la Regione, il Ministero (ma anche la banca, il medico, la scuola, eh).

No, non sono ancora stanca di stare lì in piedi a sorridere quando qualcuno mi fa capire che non è lui che si deve abbassare, ma sono gli altri a doversi elevare. No, non sono ancora stanca di mostrare il prima e dopo la cura; di rispondere per le rime, di non rispondere affatto.

Non sono ancora stanca di viaggiare di qua e di là parlando col cuore in mano, oltre che con il cervello innescato. Non sono ancora stanca di dimenticarmi di fare la pausa e di fare pipì. Perché se lo dimentica chi mi ascolta, di fare la pausa e di fare pipì, allora vuol dire che andiamo alla grande.

No, non sono ancora stanca, insomma. Perché?

Perché ogni volta scopro le persone: magari dimenticate nel loro ruolo, magari scoraggiate, magari bloccate, magari ignare, magari ferme al secolo scorso, magari, semplicemente, con la vita che scorre loro sopra.

Continuo ad avere davanti montagne altissime perché è la fatica del cambiamento che impala le persone al freddo della loro scrivania. Cambiare fa spalancare le finestre e provoca corrente, fa turbinare i fogli, scompiglia i capelli, getta a terra i cestini, sbatte le porte, fa cadere le targhette.

Fino a quando potrò sorridere e fino a quando mi dimenticherò di fare pausa, e fino a quando nessuno se ne accorgerà, lo dico qui, io continuerò.

foto di Marco Borgna

Foto: Scrivere, cioè pensare a chi legge - Annamaria Anelli

Scrivere, cioè scegliere

Quando scriviamo non abbiamo davanti il nostro interlocutore e quindi non beneficiamo del suo feedback immediato. Quel feedback che ci serve per riallineare in tempo reale la nostra comunicazione così da ottenere l’accordo di chi ci ascolta o, in questo caso, di chi ci legge.

Nell’ultimo post abbiamo anche visto che quando comunichiamo esprimiamo come vediamo noi il mondo, cioè raccontiamo le cose dal nostro punto di vista, che è solo uno dei punti di vista possibili. E il nostro punto di vista passa attraverso le parole che usiamo, le nostre espressioni preferite, i nostri modi di dire.

Ricapitolando: quando scriviamo non abbiamo un rimando immediato e ce la cantiamo e ce la suoniamo come vogliamo. Il nostro testo? A posto. La nostra email? Comprensibilissima. Dal nostro punto di vista certo.

E chi ci legge dove lo mettiamo? Il suo sacrosanto bisogno di capire chi se lo fila?

Anticipare le domande di chi legge

Non siamo nella testa del cliente del sito per il quale curiamo i testi, del datore di lavoro o del lettore del post che inseriamo nel nostro blog!

Certo che non siamo nella loro testa, ma dobbiamo fare come se lo fossimo: dobbiamo immaginare quali domande ci farebbero a proposito del nostro testo e fornire, prima, tutte le risposte. Parlo di cose semplicissime, del genere:

> che cosa vuol dire questa sigla? Mettiamo tra parentesi il significato, se dobbiamo proprio usarla, oppure troviamo il modo di esprimere in maniera estesa ciò di cui stiamo scrivendo (così leviamo anche dall’imbarazzo chi legge e gli salviamo la faccia!)

> da dove hai ottenuto questa informazione? come faccio a saperne di più? Mettiamo il link alla pagina o citiamo il libro o la fonte che abbiamo usato e progettiamo dei link parlanti che spieghino ciò che il nostro lettore troverà nella pagina di arrivo

> come faccio a sapere che sai davvero fare bene quel lavoro che hai inserito nella pagina del tuo sito? Ad esempio, inseriamo le testimonianze dei clienti con cui abbiamo collaborato.

Nel primo caso la parola chiave è “spiegare” (sigle, acronimi, parole non comuni, parole straniere prese a prestito in italiano). Nel secondo è “citare” (citare le fonti oppure attribuire l’autore alle immagini che usiamo). Nel terzo caso è “essere credibile” (e anche allettante).

Insomma, quando scriviamo, occorre che ci sforziamo di fornire a chi ci legge tutti gli strumenti utili per comprenderci, così da lavorare tutti insieme alla creazione di un significato condiviso (rispettando, tra l’altro, in una volta sola tutte le quattro massime di Grice).

E non basta: dobbiamo mettere chi legge nelle condizioni di farlo il più facilmente possibile.

Scrivere per aiutare la lettura

Se, ad esempio, sappiamo che a schermo si legge così, quali strategie dovremo adottare?

Dati su come leggiamo - Nielsen

Jacob Nielsen – https://www.nngroup.com/reports/how-people-read-web-eyetracking-evidence/

Se perdiamo l’interesse del lettore dopo il terzo paragrafo, di sicuro dovremo:

  1. inserire subito – nelle prime righe – l’argomento importante, la notizia, l’elenco delle cose che diremo (inutile lasciare il succo alla fine, nessuno ci arriverà)
  2. lavorare bene su titoli e sottotitoli per renderli il più possibile parlanti, cioè incentrati sull’argomento trattato nel testo successivo
  3. scegliere le parole più concrete e chiare, se dovremo informare, e quelle più immaginifiche, se dovremo persuadere. In ogni caso andremo di taglio e cesello, di prove ed errori e tutto ciò pensando a chi leggerà
  4. stare lontani dalle formule trite e ritrite e scrivere le nostre e-mail in modo da rifuggire tutte quelle espressioni inutili, ridondanti o, peggio, malate di burocratese… che non se ne può più di leggere!

Dovremo curare tutto ciò che scriviamo come fosse una gerbera appena spuntata, e cercare il giusto mix tra luce e calore.

Insomma, mi dirai, cinque post, insigni studiosi disturbati, galoppate attraverso concetti conosciuti sui polverosi banchi dell’Università, tutto ciò per poter concludere che scrivere è un lavoro per appassionati giardinieri?

Esatto 🙂

Foto di Marco Borgna

Che cos cercano i clienti qui? Annamaria Anelli

I clienti che cercano storie

Quando ti scopri a farti domande del genere “come si fa a riconoscere che un cliente è quello giusto”, vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

Non è la prima volta che rifletto ad alta voce sul concetto. Ho scritto che i clienti sono come le ciliegie, cioè li devi scegliere. E anche loro lo fanno con te, ça va sans dire.

Allora partiamo dall’inizio: che cosa cercano i clienti che mi cercano? Dico davvero. Mettiamo giù quel che so fare:

  • ascoltare qualcuno che mi racconta la sua storia
  • emozionarmi e fare tante domande
  • raccontare quella storia come l’avesse scritta lui o lei.

Niente di speciale? In realtà c’è tutto il mio mondo.

Le emozioni alla base delle storie

Io non so scrivere se non c’è intorno l’anima. Devo compatire, nel senso originario di patire con, provare lo stesso dolore dell’altro (la sympatheia) e immedesimarmi nelle sue emozioni, cioè provare empatia (la empatheia).

Se non c’è questo, non c’è storia. Ma non vuol dire che accetto solo clienti che sono in difficoltà e piangono molto, dai: significa che bisogna partire dalla crisi, per rendere un racconto così forte che gli altri ci si possano immedesimare.

La crisi

Quando ho scritto i testi per l’agriturismo Borgogelsi, la crisi c’era, eccome, se c’era. Talmente grossa che pareva insormontabile. Volevo raccontare questa storia col sito online, ma, visto che ancora non è pronto, incomincio io.

L’agriturismo, composto da 6 miniappartamenti, è una costruzione lineare e super funzionale a venti passi da un complesso di case del 1200 con i mattoni rossi e strapiene di storia.

La prima volta che ho preso atto della portata della crisi, io e Giuliana, la proprietaria, avevamo gli stivali e camminavamo nel fango rosso della pianura padana più tipica. Guardavamo, di là, la costruzione squadrata e pulita; di qua, le case in cui avevano abitato addirittura i frati canonici.

La battaglia sembrava persa in partenza: la funzionalità contro la storia.

E invece no.

Mettere in scena la crisi

È arrivato in mio soccorso un vecchio racconto del mio amico Roberto, commesso in un negozio di abbigliamento: un giorno, una signora in sovrappeso (entrata per comprarsi un abito da cerimonia) stava correndo alla cassa con in mano una specie di saio e con in viso l’espressione di chi vuole togliersi presto il dente. Il mio amico le ha tolto gentilmente di mano il vestito e l’ha apostrofata con amore: “cara, se ci sono dei difetti, coprendoli li metti soltanto in mostra; distrai invece l’attenzione mettendo in evidenza i pregi (nel qual caso erano una vita stretta e ben tornita)”.

Con queste parole nella testa, ho detto a Giuliana che noi non avremmo nascosto la nostra costruzione, ma avremmo fatto venir fuori la vita stretta e ben tornita. Che in realtà era lì, davanti ai nostri occhi: appartamenti moderni, comodi e funzionali; tutti uguali perché la ripetizione dei moduli abitativi era stata pensata per non sprecare energie e risorse; tutti abitati da mobili con un passato produttivo alle spalle (Giuliana e il marito li avevano comprati, modificati e ricondizionati quando un’azienda locale aveva chiuso); tutti democraticamente affacciati su un boschetto di piante scelte per richiamare la vegetazione originaria di queste terre.

Quella “crisi” in realtà era la vera grande risposta alla storia delle case in mattoni rossi. Una storia che poteva continuare a dire la sua, ma che non poteva fermare il cambiamento.

Che cosa cercano i clienti che mi cercano

Alla fine, la risposta è una: i clienti che mi contattano cercano in realtà il modo per raccontare le loro piccole o grandi storie, a metà tra lavoro e aspirazioni.

È proprio in quel “a metà”, in quegli interstizi, che io cerco le nuvole e, quando le vedo, inizio a raccontare. Perché io questo so fare: raccontare con l’anima intorno.

foto di Marco Borgna

***

Il 13 aprile a Trieste alla UAUAcademy e il 15 aprile a Bologna, al Digital Update, parlo di come costruire piccole storie.

FOTO: Attenzione al punto di vista - Annamaria Anelli

Di cosa sanno i biscotti per cani?

Dicevamo la volta scorsa che un modo per venire incontro al nostro interlocutore è vedere le cose dal suo punto di vista.

Mettersi nei panni degli altri significa, cioè, riconoscere la differenza che c’è tra il mondo e il nostro punto di vista sul mondo.

A questo riguardo, il filosofo Alfred Korzybski ha usato un’espressione famosissima e citatissima: la mappa non è il territorio che essa rappresenta. Il link è a Wikipedia, per farti un’idea di chi sia il signore in questione. Lì c’è anche il famoso aneddoto sui biscotti.

Pare che, un giorno, a lezione, Korzybski abbia offerto dei biscotti ai suoi studenti: loro li hanno graditi molto fino al momento in cui il mattacchione non ha mostrato la confezione. Biscotti per cani. Alcuni sono rimasti di sasso, altri sono scappati a vomitare. “Ecco, visto? Noi non mangiamo solo cibo” – sembra abbia detto – “ma anche parole”. Il sapore del cibo è influenzato dal sapore delle parole che lo riguardano, dal significato che abbiamo imparato a dargli.

È un punto di vista, non la realtà

Nel nostro caso, questo significa che i pensieri che noi facciamo e le cose che noi diciamo sul mondo non sono il mondo, ma il modo in cui noi lo vediamo e, soprattutto, non sono gli unici pensieri e le uniche considerazioni che si possono fare su di esso. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, il suo punto di vista, la sua mappa, appunto.

Ecco perché non ci dobbiamo stupire né arrabbiare se descriviamo in maniera diversa, e a volte opposta, una stessa situazione: è l’esperienza di quella situazione che cambia e che può essere descritta in tanti modi diversi quante sono le parole che possediamo nel nostro vocabolario linguistico personale.

Se per noi un certo comportamento è una dimostrazione di paura, per altri può essere una testimonianza di prudenza; così come quella che consideriamo come testardaggine per qualcun altro può essere tenacia. E così un certo modo di reagire per noi può essere impulsivo e per altri è solo impetuoso. E qual è la differenza tra pignoleria e precisione? E tra incoscienza e coraggio? E perché per qualcuno io posso essere timida mentre ad altri appaio solo riservata?

L’insieme di parole che usiamo, quindi, costituisce la rappresentazione in simboli della nostra esperienza del mondo. Ecco perché la mappa non è il territorio. La mappa è il nostro modello di realtà, il nostro punto di vista su di essa, non la realtà.

Essere flessibili significa tenere in considerazioni i punti di vista degli altri. E vedere le cose dal punto di vista di chi ci ascolta o ci legge è fondamentale, se vogliamo ottenere attenzione e ascolto. Se vogliamo, cioè, che la nostra sia davvero una comunicazione efficace.

Ecco che chiudiamo il cerchio: siamo partiti dal primo post nel quale dicevamo che la comunicazione è efficace tanto più noi siamo capaci di sintonizzarci sul nostro interlocutore. La via maestra per fare ciò è assumere il suo punto di vista, mettendo da parte noi e come reputiamo sia “giusto” vedere le cose.

Impariamo a eliminarci dall’equazione, insomma.

Quanto sia importante quando scriviamo lo vediamo la prossima volta: ultima delle cinque puntate che parlano di comunicazione efficace.

***

SENZA ANDARLO A GOOGLARE, sai quale film ho citato in queste poche righe? Se lo scrivi per primo nei commenti qui sotto, hai diritto a uno sconto del 10% su uno dei miei prodotti 🙂 🙂 🙂

Salvare la faccia ocme Goffman - Annamaria Anelli

Perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcuno?

Nell’ultimo post ci siamo lasciati accennando agli accorgimenti che adottiamo per non far fare una brutta figura alla persona con cui stiamo parlando. Questo signfica “salvarle la faccia”, cioè tutelare la sua immagine pubblica. E perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcun altro?

Perché lui o lei ci ricambi il favore, a tempo debito, e perché, nelle condizioni di convivenza pacifica standard, questo ci permette di non entrare in conflitto con gli altri e quindi di evitare (almeno un) mal di stomaco.

Il concetto di “faccia” è stato studiato da importanti sociologi come Erving Goffman prima e Brown & Levinson dopo tra gli anni ’50 e ’60, ma la cosa interessante è che l’applicazione di questi studi possiamo verificarla tutti i giorni (anche senza ricordarci i nomi degli studiosi in questione).

Strategie linguistiche per salvare la faccia

Quali sono le strategie che noi mettiamo in atto per difendere la nostra faccia e per proteggere quella altrui?

Per il lavoro che faccio, a me piacciono particolarmente quelle che riguardano l’aspetto linguistico e che hanno a che fare con l’uso dell’imperfetto, del condizionale e di tutti quei giri di parole che ci servono per non apparire troppo impositivi nei confronti del nostro interlocutore quando gli rivolgiamo una domanda.

Dovresti venire subito qui

Saprebbe dirmi l’ora, per favore?

Volevo solo dire che mi mancano due euro

Magari se l’aiuto facciamo prima

Hai mica voglia di chiudere la finestra? (ehm, questa la diciamo qui a Torino).

L’obiettivo è vivere meglio

Se pensiamo a come ci rivolgiamo di solito al panettiere, al vicino o alla collega, possiamo notare che mettiamo in atto queste strategie linguistiche senza riflettere.

Ci accorgiamo però che non sono così scontate quando qualcuno le infrange. Se per strada domandassimo l’ora a qualcuno e se alla nostra richiesta “Saprebbe dirmi l’ora, per favore” qualcuno rispondesse “no” o proseguisse impettito per la sua strada senza degnarci di un’occhiata, la prenderemmo male. Ci farebbe sentire dei cretini: diventeremmo rossi o ci monterebbe il nervoso.

Insomma: salvare la faccia del nostro interlocutore quando gli chiediamo di fare qualcosa senza che sembri che glielo chiediamo equivale a non metterlo in imbarazzo, a fluidificare l’interazione, a rendere più semplice e abitabile il mondo che viviamo.

Significa anche preparare il terreno per salvare la nostra, di faccia; fare in modo che, in condizioni simili, anche gli altri si comportino così con noi.

Un po’ come tornare alle massime di Grice violate apposta, proprio per salvare il principio di cooperazione, no?

Un altro modo per andare incontro al nostro interlocutore è mettersi nei suoi panni (o nelle sue scarpe, come dicono gli inglesi): cioè cercare di vedere le cose dal suo punto di vista.

Che cosa vuol dire lo vediamo la prossima volta, ok?

***

Bonus.

Àncora il concetto di faccia a questo divertentissimo spezzone di Paolo Rossi che parla del linguaggio immaginifico di Shakespeare: cosa non si fa per ordinare un caffé senza sembrare che lo ordiniamo!

foto di Marco Borgna

Collaborazione: le massime di Grice

Collaborazione: le massime di Grice

Nell’ultimo post abbiamo detto che la comunicazione interpersonale si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. E che cosa vuol dire collaborare?

Ce lo spiega un filosofo – Paul Grice – che negli anni ’70 ha definito il principio di cooperazione (ho inserito il link a Wikipedia: se hai già incontrato Grice in un qualsiasi manuale di linguistica all’università, non hai bisogno di andarci; se non sai chi è, Wikipedia è un buon punto di partenza).

Che cosa vuol dire collaborare

Secondo Grice ogni scambio linguistico è dotato di intenzione: non si può ricavare il significato generale di una frase solo sommando quello delle singole parole, ma lo si deve cogliere facendo riferimento al contesto in cui il soggetto pronuncia quella frase.

Un esempio facile è quello dell’ascensore: in questo caso tipico di convivenza forzata c’è quasi sempre qualcuno che lancia un “caldo, oggi, eh?!” (o freddo, a seconda della stagione). È chiaro che il suo intento non è davvero commentare il tempo atmosferico, ma mitigare il momento di imbarazzo che lo ha colpito. Gli altri avventori di solito annuiscono o rispondono “eh sì, caldo” per fargli capire che hanno colto la sua intenzione di rendere meno increscioso quel momento.

Pensa a cosa succederebbe se lo scambio avvenisse facendo riferimento solo al significato letterale delle parole:

che caldo, oggi, eh?!

scusi?

dicevo che oggi fa caldo

ma ci conosciamo?

ehm, no, no, è che mi sembrava che oggi facesse più caldo del solito…

guardi, io non so chi sia lei e perché ci rivolga la parola, comunque la temperatura è di 20 gradi, quindi oggi non fa caldo, per la precisione c’è la temperatura ideale.

Un’escalation come questa fortunatamente è rara perché, dice Grice, di solito i parlanti si sentono obbligati a fare di tutto perché la conversazione funzioni bene: quindi si sforzano di comprendere ciò che l’altro vuole realmente comunicare e di farsi capire a loro volta.

Quattro semplici regole

Allora, come funziona in concreto il pricipio di cooperazione? Quali sono le regole che stanno alla base di un proficuo scambio comunicativo? Grice le chiama massime.

Massima di qualità: dire solo ciò che crediamo sia vero o ciò di cui siamo sicuri.

Massima di quantità: dire né troppo né troppo poco, cioè fornire solo la quantità di informazione richiesta dal nostro interlocutore.

Massima di relazione: essere pertinenti, cioè parlare solo dell’argomento in questione e non infarcire la comunicazione con cose che non c’entrano.

Massima di modo: evitare l’ambiguità, quindi usare solo parole che l’interlocutore può capire, evitare termini difficili e parlare con chiarezza.

Caspita. Se pensiamo al tenore delle nostre conversazioni quotidiane – fuori e dentro la rete – possiamo individuare immediatamente dove, come e chi, tra chi conosciamo, viola queste massime. E anche dove, come e quando lo facciamo noi.

Un conto, però, è violarle perché, ad esempio, siamo logorroici e ci piace sentirci parlare. Un conto è trasgredirle volontariamente perché è proprio il principio di cooperazione che ci sta a cuore, è proprio la volontà di includere e di non escludere che ci spinge a:

  • dire che abbiamo capito quando non è vero
  • sorridere a chi dice uno strafalcione senza farglielo pesare
  • inondare di chiacchiere chi ci ha appena raccontato un fatto delicato per farlo uscire dall’imbarazzo e spostare la sua attenzione altrove
  • non sputtanare qualcuno in pubblico – anche se lo abbiamo colto in fallo – perché, semplicemente, non vogliamo fargli fare una brutta figura.

Ecco, sulla questione della brutta figura dirò delle cose la prossima volta.

Ci sarai? 😉

foto di Marco Borgna

Post sulla COmunicazione efficace: i feedback - Annamaria Anelli

Comunicazione efficace: i feedback

Questa è la prima di cinque puntate nelle quali galoppo attraverso le basi della comunicazione efficace e ripasso alcuni concetti, udite udite, dei tempi dell’università: te le ricordi le massime della comunicazione di Paul Grice? E il concetto di “faccia” di Erving Goffman? Ah lo so, tempi andati! Però certi argomenti sono ancora utilissimi.

In questa prima puntata il feedback all’interno della comunicazione interpersonale: parte tutto di lì.

***

Che cosa c’è alla base di una comunicazione efficace? Quali sono le caratteristiche di uno scambio comunicativo che funziona? Ad esempio la lettura dei feedback provenienti da chi ci ascolta.

Nella comunicazione interpersonale insieme alle informazioni (il contenuto) inviamo tutta una serie di segnali non verbali come l’espressione del viso, il movimento del corpo, il modo in cui guardiamo il nostro interlocutore e così via.

Questi segnali servono al nostro destinatario per capire come la pensiamo noi su questo tema, quanto ci sta a cuore e quindi anche quanto siamo disponibili ad accettare eventuali feedback non proprio positivi. Tutti segnali utilissimi che utilizzerà (nella maggioranza dei casi) per risponderci in maniera costruttiva e non distruttiva, cioè facendo attenzione alla nostra sensibilità.

Se alle nostre parole la reazione del nostro destinatario è del tipo “giusto, anche io avrei detto così”, noi ci sentiamo bene e andiamo avanti a raccontarci e a confrontarci, fornendogli a nostra volta feedback positivi e incoraggianti.

Se il nostro destinatario ci invia feedback negativi, del tipo: “ma che cosa stai dicendo?”, di solito tentiamo di venirgli incontro cercando una qualche forma di accordo, oppure possiamo fargli capire che non siamo disponibili, su quell’argomento, ad accettare idee diverse dalle nostre. In questo caso il feedback che noi gli inviamo è negativo e lo disincentiverà a continuare.

In sostanza, per produrre una comunicazione efficace, cioè per raggiungere i nostri obiettivi, di solito ci sintonizziamo sul nostro interlocutore e così lui o lei fa con noi. E gli obiettivi possono essere i più disparati: far aderire qualcuno alla nostra causa, trovare l’accordo durante una riunione di condominio, convincere un adolescente a venire ancora una volta in vacanza con noi.

La comunicazione interpersonale, quindi, si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. Una collaborazione che porta alla creazione di un senso condiviso delle cose, delle situazioni, del mondo.

Che cosa vuol dire collaborare lo scopriamo la prossima volta. Con Paul Grice.

foto di Marco Borgna

Parole pesanti

Parole che ti fanno sentire piccola piccola

Sto per iniziare un progetto formativo molto interessante e qualche settimana fa ho conosciuto i committenti, la persona che mi ha cercata e coinvolta e uno dei docenti che si spartirà con me le ore di lavoro.

Sono entrata nell’edificio che si trova proprio fuori dalla stazione di Milano Garibaldi e lì si è consumata (come si dice) la mia piccola tragedia.

Hai presente quella sensazione che ti percorre la schiena quando apri la borsa alla reception e scopri di non avere la custodia che contiene carte e documenti di identità?

L’efficiente receptionist mi ha squadrata e mi ha detto che l’unico modo per raggiungere il piano era quello di farmi scortare dalla persona che mi stava aspettando. Io ho detto ok, lei ha preso il telefono, ha fatto un po’ di numeri e poi ha sentenziato la mia condanna: “qui c’è una signorina che chiede di lei, si chiama Annamaria Anelli. Bene, sì, no: la signorina non ha i documenti con sé e quindi dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere. Grazie.”.

A parte la questione della “signorina” – prova a sostituirla con “scema” – mi è scattata l’analisi automatica. Ora, io lo so che una dovrebbe pensare a quello che mette nella borsa la mattina, invece di fare la studiata, ma a me quel “dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere” ha fatto sorridere.

Dovrebbe essere così gentile è la nostra formula standard per imporre qualcosa a qualcuno senza voler sembrare impositivi. Dovere è il verbo servile della necessità, ma con il condizionale e la perifrasi dovrebbe essere così gentile ne anneghiamo la portata perentoria smussando il comando sottointeso (deve venire qui).

In più quel venirla a prendere: venga giù a prendersi ‘sto peso, era il succo.

Poteva andare bene un “potrebbe essere così gentile da scendere un momento?” oppure anche un “potrebbe venire ad accompagnarla?”, insomma un’espressione un po’ meno giudicante avrebbe salvaguardato i protocolli aziendali e il mio amor proprio scassato.

Io ho aspettato in disparte provando varie formule: “ho cambiato borsa proprio stamattina” (svampita); “mi hanno rubato la custodia dei documenti” (sfortunata); “credevo proprio di averla con me, ma l’ho lasciata ieri al ministero del lavoro quando sono uscita (vip)”.

Poi il mio angelo traghettatore si è palesato sotto le sembianze di una ragazza trentenne con lo sguardo limpido e col sorriso bello stampato in faccia. Un sorriso non d’ordinanza, uno di quelli veri, se rendo l’idea.

Mi sono dimenticata le frasi preparate, le ho teso la mano e ho confessato subito “scusa, guarda, mi vergogno, questa non è una bella presentazione per una consulente”. Lei mi ha stretto la mano e mi ha mostrato il suo badge: “io lo lascio a casa almeno una volta alla settimana”.

Cos’altro c’era da aggiungere?

Ho pensato che quella si sarebbe trasformata in una riunione con i fiocchi. E così è stato 🙂

foto di Marco Borgna

Cose che faccio a inizio 2016

Cose che faccio a inizio 2016

Di solito non racconto i fatti miei perché odio fare spam di me stessa, ma mi hanno fatto notare che io faccio troppo poco spam di me e che ci devo lavorare.

Ok, ci lavoro.

Da gennaio a maggio andrò un po’ in giro a parlare di scrittura e di sopravvivenza (ah ah!)

Per una grande banca sarò coinvolta in un progetto di formazione che prevede un lavoro sulla scrittura dei report e uno sulla visualizzazione dei dati. Non vedo l’ora anche perché imparerò cose nuove e utilissime. Grafici, tabelle, dashboard: arrivo!

Il 28 gennaio e il 4 febbraio insegnerò al Master in Social media and digital PR dello IED di Milano.La scrittura per il web contiene talmente tanti cassetti che sarà davvero interessante aprirli e metterci le mani.

Il 20 febbraio bisserò il mio corso “Business Writing” per Zandegù, a Torino. Che bello essere a casa, andare e tornare a piedi e avere ancora il tempo per preparare la cena (che culo, certo).

Il 22 e 23 marzo sarò di nuovo alla UAU Academy di Trieste con un corso sullo storytelling e uno di scrittura per la PA. Io amo andare a Trieste: il Molo Audace ogni volta mi suggerisce qualcosa a cui pensare. E poi le aule sono sempre tanto accoglienti, piacevoli. Rosy Russo una delizia.

Ad aprile e a maggio sarò docente di un Survival Kit per la Scuola Holden di Torino: un percorso di accompagnamento “alla vita senza la scuola” per gli studenti in uscita dai college Crossmedia II, Series II, Real World II, Filmaking II, Scrivere II. Sarà interessante incontrare i ragazzi: molto giovani, molto preparati e molto da preparare alla vita da freelance.

A tutto ciò si aggiungerà un corposo lavoro di riscrittura di testi per una finanziaria e la chiusura di alcuni lavori per i siti di un paio di clienti, dei quali scriverò.

Poi ci sono dei progetti che ancora sono lì lì, e che spero proprio vadano in porto.

A gennaio uscirà il mio ebook sulle mamme freelance e a maggio quello sulle e-mail come strumento di relazione edito da Zandegù. Oddio che emozione!

E poi basta spam, dai 🙂

foto di Marco Borgna

 

Il mio nuovo sito

Il mio nuovo sito

Era da un sacco di tempo che volevo un sito nuovo, ma col passare delle ere geologiche ho messo a fuoco che non era questo l’obiettivo, quanto capire davvero che cosa metterci dentro. E per capirlo era assolutamente necessario lavorare con qualcuno di adatto. Perché volevo essere accompagnata, certo, ma anche arrivarci io, essere parte attiva del risultato.

Così ho iniziato il percorso ideato da Enrica Crivello e Ivan Rachieli e, quando siamo arrivati alla fine, ho capito che dovevo far fruttare tutto ciò che avevo messo a fuoco. Ho chiesto a Ivan di fare ancora un pezzo di lavoro con me e, voilà, questo sito è il risultato.

Penso che finalmente spieghi bene che cosa faccio e ho intenzione di continuare a fare nei prossimi anni.

Rispetto al mio vecchio blog non c’è più scritto che sono una business writer, né una formatrice, né una copy. È chiaro che io continuo a fare tutte queste cose, non ho deciso di mettermi a vendere formaggio al mercato.

Ma sai che cosa? L’etichetta non ce la metto più. Io sono una che scrive, che ama scrivere, che è malata “di scrivere” 🙂

E mi piace scrivere le storie degli altri, mi piace raccontare, mi piace prestare le mie parole per far nascere la visione di chi decide di affidarsi a me.

Io per lavoro aiuto le persone a raccontarsi. Allora, si capisce che cosa faccio?

Il complimento più bello bello bello in assoluto me lo ha fatto abbastanza di recente una persona. Mi ha detto: ci sono persone che fanno il tuo lavoro come te, in America.

Ma ti rendi conto?

Noi ragazze sempre un po’ interrotte, nel senso che ci si interrompe la facoltà di vederci con gli occhi giusti, davanti a una frase così diventiamo porpora e diciamo subito ma no, ma no. Come se il complimento fosse fuori luogo e preferissimo la nostra battaglia quotidiana per far capire il nostro valore.

Allora, è chiaro che io non sono l’unica a fare il lavoro che faccio come lo faccio, ma prometto di ricordarmi almeno una volta alla settimana che se è vero che tutti i fiori sono fiori, è anche vero che un giacinto non è un peonia.

Sul sito ci sono io in ben due pagine, con la mia foto. Non è anche solo questo un traguardo? Ho già scritto più volte del problema di noi ragazze con le foto: ebbene, sono la prova vivente che se trovi la fotografa giusta (per me è lei), la storia può avere un lieto fine. Con le rughe, le borse e le imperfezioni lì, a dire chi sei, ma con la luce a darti una mano.

Ho tolto tanto, rispetto al sito vecchio, ho riscritto il resto, soprattutto ho capito che cosa mi piace fare e come lo voglio fare.

Mi impegno a raccontare di più e a mandare una newsletter una volta al mese.

E mi impegno a essere più felice.

#voglimibene

foto di Marco Borgna