Category Archives: Blog

FOTO: Attenzione al punto di vista - Annamaria Anelli

Di cosa sanno i biscotti per cani?

Dicevamo la volta scorsa che un modo per venire incontro al nostro interlocutore è vedere le cose dal suo punto di vista.

Mettersi nei panni degli altri significa, cioè, riconoscere la differenza che c’è tra il mondo e il nostro punto di vista sul mondo.

A questo riguardo, il filosofo Alfred Korzybski ha usato un’espressione famosissima e citatissima: la mappa non è il territorio che essa rappresenta. Il link è a Wikipedia, per farti un’idea di chi sia il signore in questione. Lì c’è anche il famoso aneddoto sui biscotti.

Pare che, un giorno, a lezione, Korzybski abbia offerto dei biscotti ai suoi studenti: loro li hanno graditi molto fino al momento in cui il mattacchione non ha mostrato la confezione. Biscotti per cani. Alcuni sono rimasti di sasso, altri sono scappati a vomitare. “Ecco, visto? Noi non mangiamo solo cibo” – sembra abbia detto – “ma anche parole”. Il sapore del cibo è influenzato dal sapore delle parole che lo riguardano, dal significato che abbiamo imparato a dargli.

È un punto di vista, non la realtà

Nel nostro caso, questo significa che i pensieri che noi facciamo e le cose che noi diciamo sul mondo non sono il mondo, ma il modo in cui noi lo vediamo e, soprattutto, non sono gli unici pensieri e le uniche considerazioni che si possono fare su di esso. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, il suo punto di vista, la sua mappa, appunto.

Ecco perché non ci dobbiamo stupire né arrabbiare se descriviamo in maniera diversa, e a volte opposta, una stessa situazione: è l’esperienza di quella situazione che cambia e che può essere descritta in tanti modi diversi quante sono le parole che possediamo nel nostro vocabolario linguistico personale.

Se per noi un certo comportamento è una dimostrazione di paura, per altri può essere una testimonianza di prudenza; così come quella che consideriamo come testardaggine per qualcun altro può essere tenacia. E così un certo modo di reagire per noi può essere impulsivo e per altri è solo impetuoso. E qual è la differenza tra pignoleria e precisione? E tra incoscienza e coraggio? E perché per qualcuno io posso essere timida mentre ad altri appaio solo riservata?

L’insieme di parole che usiamo, quindi, costituisce la rappresentazione in simboli della nostra esperienza del mondo. Ecco perché la mappa non è il territorio. La mappa è il nostro modello di realtà, il nostro punto di vista su di essa, non la realtà.

Essere flessibili significa tenere in considerazioni i punti di vista degli altri. E vedere le cose dal punto di vista di chi ci ascolta o ci legge è fondamentale, se vogliamo ottenere attenzione e ascolto. Se vogliamo, cioè, che la nostra sia davvero una comunicazione efficace.

Ecco che chiudiamo il cerchio: siamo partiti dal primo post nel quale dicevamo che la comunicazione è efficace tanto più noi siamo capaci di sintonizzarci sul nostro interlocutore. La via maestra per fare ciò è assumere il suo punto di vista, mettendo da parte noi e come reputiamo sia “giusto” vedere le cose.

Impariamo a eliminarci dall’equazione, insomma.

Quanto sia importante quando scriviamo lo vediamo la prossima volta: ultima delle cinque puntate che parlano di comunicazione efficace.

***

SENZA ANDARLO A GOOGLARE, sai quale film ho citato in queste poche righe? Se lo scrivi per primo nei commenti qui sotto, hai diritto a uno sconto del 10% su uno dei miei prodotti 🙂 🙂 🙂

Salvare la faccia ocme Goffman - Annamaria Anelli

Perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcuno?

Nell’ultimo post ci siamo lasciati accennando agli accorgimenti che adottiamo per non far fare una brutta figura alla persona con cui stiamo parlando. Questo signfica “salvarle la faccia”, cioè tutelare la sua immagine pubblica. E perché mai dovremmo salvare la faccia di qualcun altro?

Perché lui o lei ci ricambi il favore, a tempo debito, e perché, nelle condizioni di convivenza pacifica standard, questo ci permette di non entrare in conflitto con gli altri e quindi di evitare (almeno un) mal di stomaco.

Il concetto di “faccia” è stato studiato da importanti sociologi come Erving Goffman prima e Brown & Levinson dopo tra gli anni ’50 e ’60, ma la cosa interessante è che l’applicazione di questi studi possiamo verificarla tutti i giorni (anche senza ricordarci i nomi degli studiosi in questione).

Strategie linguistiche per salvare la faccia

Quali sono le strategie che noi mettiamo in atto per difendere la nostra faccia e per proteggere quella altrui?

Per il lavoro che faccio, a me piacciono particolarmente quelle che riguardano l’aspetto linguistico e che hanno a che fare con l’uso dell’imperfetto, del condizionale e di tutti quei giri di parole che ci servono per non apparire troppo impositivi nei confronti del nostro interlocutore quando gli rivolgiamo una domanda.

Dovresti venire subito qui

Saprebbe dirmi l’ora, per favore?

Volevo solo dire che mi mancano due euro

Magari se l’aiuto facciamo prima

Hai mica voglia di chiudere la finestra? (ehm, questa la diciamo qui a Torino).

L’obiettivo è vivere meglio

Se pensiamo a come ci rivolgiamo di solito al panettiere, al vicino o alla collega, possiamo notare che mettiamo in atto queste strategie linguistiche senza riflettere.

Ci accorgiamo però che non sono così scontate quando qualcuno le infrange. Se per strada domandassimo l’ora a qualcuno e se alla nostra richiesta “Saprebbe dirmi l’ora, per favore” qualcuno rispondesse “no” o proseguisse impettito per la sua strada senza degnarci di un’occhiata, la prenderemmo male. Ci farebbe sentire dei cretini: diventeremmo rossi o ci monterebbe il nervoso.

Insomma: salvare la faccia del nostro interlocutore quando gli chiediamo di fare qualcosa senza che sembri che glielo chiediamo equivale a non metterlo in imbarazzo, a fluidificare l’interazione, a rendere più semplice e abitabile il mondo che viviamo.

Significa anche preparare il terreno per salvare la nostra, di faccia; fare in modo che, in condizioni simili, anche gli altri si comportino così con noi.

Un po’ come tornare alle massime di Grice violate apposta, proprio per salvare il principio di cooperazione, no?

Un altro modo per andare incontro al nostro interlocutore è mettersi nei suoi panni (o nelle sue scarpe, come dicono gli inglesi): cioè cercare di vedere le cose dal suo punto di vista.

Che cosa vuol dire lo vediamo la prossima volta, ok?

***

Bonus.

Àncora il concetto di faccia a questo divertentissimo spezzone di Paolo Rossi che parla del linguaggio immaginifico di Shakespeare: cosa non si fa per ordinare un caffé senza sembrare che lo ordiniamo!

foto di Marco Borgna

Collaborazione: le massime di Grice

Collaborazione: le massime di Grice

Nell’ultimo post abbiamo detto che la comunicazione interpersonale si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. E che cosa vuol dire collaborare?

Ce lo spiega un filosofo – Paul Grice – che negli anni ’70 ha definito il principio di cooperazione (ho inserito il link a Wikipedia: se hai già incontrato Grice in un qualsiasi manuale di linguistica all’università, non hai bisogno di andarci; se non sai chi è, Wikipedia è un buon punto di partenza).

Che cosa vuol dire collaborare

Secondo Grice ogni scambio linguistico è dotato di intenzione: non si può ricavare il significato generale di una frase solo sommando quello delle singole parole, ma lo si deve cogliere facendo riferimento al contesto in cui il soggetto pronuncia quella frase.

Un esempio facile è quello dell’ascensore: in questo caso tipico di convivenza forzata c’è quasi sempre qualcuno che lancia un “caldo, oggi, eh?!” (o freddo, a seconda della stagione). È chiaro che il suo intento non è davvero commentare il tempo atmosferico, ma mitigare il momento di imbarazzo che lo ha colpito. Gli altri avventori di solito annuiscono o rispondono “eh sì, caldo” per fargli capire che hanno colto la sua intenzione di rendere meno increscioso quel momento.

Pensa a cosa succederebbe se lo scambio avvenisse facendo riferimento solo al significato letterale delle parole:

che caldo, oggi, eh?!

scusi?

dicevo che oggi fa caldo

ma ci conosciamo?

ehm, no, no, è che mi sembrava che oggi facesse più caldo del solito…

guardi, io non so chi sia lei e perché ci rivolga la parola, comunque la temperatura è di 20 gradi, quindi oggi non fa caldo, per la precisione c’è la temperatura ideale.

Un’escalation come questa fortunatamente è rara perché, dice Grice, di solito i parlanti si sentono obbligati a fare di tutto perché la conversazione funzioni bene: quindi si sforzano di comprendere ciò che l’altro vuole realmente comunicare e di farsi capire a loro volta.

Quattro semplici regole

Allora, come funziona in concreto il pricipio di cooperazione? Quali sono le regole che stanno alla base di un proficuo scambio comunicativo? Grice le chiama massime.

Massima di qualità: dire solo ciò che crediamo sia vero o ciò di cui siamo sicuri.

Massima di quantità: dire né troppo né troppo poco, cioè fornire solo la quantità di informazione richiesta dal nostro interlocutore.

Massima di relazione: essere pertinenti, cioè parlare solo dell’argomento in questione e non infarcire la comunicazione con cose che non c’entrano.

Massima di modo: evitare l’ambiguità, quindi usare solo parole che l’interlocutore può capire, evitare termini difficili e parlare con chiarezza.

Caspita. Se pensiamo al tenore delle nostre conversazioni quotidiane – fuori e dentro la rete – possiamo individuare immediatamente dove, come e chi, tra chi conosciamo, viola queste massime. E anche dove, come e quando lo facciamo noi.

Un conto, però, è violarle perché, ad esempio, siamo logorroici e ci piace sentirci parlare. Un conto è trasgredirle volontariamente perché è proprio il principio di cooperazione che ci sta a cuore, è proprio la volontà di includere e di non escludere che ci spinge a:

  • dire che abbiamo capito quando non è vero
  • sorridere a chi dice uno strafalcione senza farglielo pesare
  • inondare di chiacchiere chi ci ha appena raccontato un fatto delicato per farlo uscire dall’imbarazzo e spostare la sua attenzione altrove
  • non sputtanare qualcuno in pubblico – anche se lo abbiamo colto in fallo – perché, semplicemente, non vogliamo fargli fare una brutta figura.

Ecco, sulla questione della brutta figura dirò delle cose la prossima volta.

Ci sarai? 😉

foto di Marco Borgna

Post sulla COmunicazione efficace: i feedback - Annamaria Anelli

Comunicazione efficace: i feedback

Questa è la prima di cinque puntate nelle quali galoppo attraverso le basi della comunicazione efficace e ripasso alcuni concetti, udite udite, dei tempi dell’università: te le ricordi le massime della comunicazione di Paul Grice? E il concetto di “faccia” di Erving Goffman? Ah lo so, tempi andati! Però certi argomenti sono ancora utilissimi.

In questa prima puntata il feedback all’interno della comunicazione interpersonale: parte tutto di lì.

***

Che cosa c’è alla base di una comunicazione efficace? Quali sono le caratteristiche di uno scambio comunicativo che funziona? Ad esempio la lettura dei feedback provenienti da chi ci ascolta.

Nella comunicazione interpersonale insieme alle informazioni (il contenuto) inviamo tutta una serie di segnali non verbali come l’espressione del viso, il movimento del corpo, il modo in cui guardiamo il nostro interlocutore e così via.

Questi segnali servono al nostro destinatario per capire come la pensiamo noi su questo tema, quanto ci sta a cuore e quindi anche quanto siamo disponibili ad accettare eventuali feedback non proprio positivi. Tutti segnali utilissimi che utilizzerà (nella maggioranza dei casi) per risponderci in maniera costruttiva e non distruttiva, cioè facendo attenzione alla nostra sensibilità.

Se alle nostre parole la reazione del nostro destinatario è del tipo “giusto, anche io avrei detto così”, noi ci sentiamo bene e andiamo avanti a raccontarci e a confrontarci, fornendogli a nostra volta feedback positivi e incoraggianti.

Se il nostro destinatario ci invia feedback negativi, del tipo: “ma che cosa stai dicendo?”, di solito tentiamo di venirgli incontro cercando una qualche forma di accordo, oppure possiamo fargli capire che non siamo disponibili, su quell’argomento, ad accettare idee diverse dalle nostre. In questo caso il feedback che noi gli inviamo è negativo e lo disincentiverà a continuare.

In sostanza, per produrre una comunicazione efficace, cioè per raggiungere i nostri obiettivi, di solito ci sintonizziamo sul nostro interlocutore e così lui o lei fa con noi. E gli obiettivi possono essere i più disparati: far aderire qualcuno alla nostra causa, trovare l’accordo durante una riunione di condominio, convincere un adolescente a venire ancora una volta in vacanza con noi.

La comunicazione interpersonale, quindi, si basa su un continuo gioco di rimandi che serve a mantenerla sui binari scorrevoli della collaborazione. Una collaborazione che porta alla creazione di un senso condiviso delle cose, delle situazioni, del mondo.

Che cosa vuol dire collaborare lo scopriamo la prossima volta. Con Paul Grice.

foto di Marco Borgna

Parole pesanti

Parole che ti fanno sentire piccola piccola

Sto per iniziare un progetto formativo molto interessante e qualche settimana fa ho conosciuto i committenti, la persona che mi ha cercata e coinvolta e uno dei docenti che si spartirà con me le ore di lavoro.

Sono entrata nell’edificio che si trova proprio fuori dalla stazione di Milano Garibaldi e lì si è consumata (come si dice) la mia piccola tragedia.

Hai presente quella sensazione che ti percorre la schiena quando apri la borsa alla reception e scopri di non avere la custodia che contiene carte e documenti di identità?

L’efficiente receptionist mi ha squadrata e mi ha detto che l’unico modo per raggiungere il piano era quello di farmi scortare dalla persona che mi stava aspettando. Io ho detto ok, lei ha preso il telefono, ha fatto un po’ di numeri e poi ha sentenziato la mia condanna: “qui c’è una signorina che chiede di lei, si chiama Annamaria Anelli. Bene, sì, no: la signorina non ha i documenti con sé e quindi dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere. Grazie.”.

A parte la questione della “signorina” – prova a sostituirla con “scema” – mi è scattata l’analisi automatica. Ora, io lo so che una dovrebbe pensare a quello che mette nella borsa la mattina, invece di fare la studiata, ma a me quel “dovrebbe essere così gentile da venirla a prendere” ha fatto sorridere.

Dovrebbe essere così gentile è la nostra formula standard per imporre qualcosa a qualcuno senza voler sembrare impositivi. Dovere è il verbo servile della necessità, ma con il condizionale e la perifrasi dovrebbe essere così gentile ne anneghiamo la portata perentoria smussando il comando sottointeso (deve venire qui).

In più quel venirla a prendere: venga giù a prendersi ‘sto peso, era il succo.

Poteva andare bene un “potrebbe essere così gentile da scendere un momento?” oppure anche un “potrebbe venire ad accompagnarla?”, insomma un’espressione un po’ meno giudicante avrebbe salvaguardato i protocolli aziendali e il mio amor proprio scassato.

Io ho aspettato in disparte provando varie formule: “ho cambiato borsa proprio stamattina” (svampita); “mi hanno rubato la custodia dei documenti” (sfortunata); “credevo proprio di averla con me, ma l’ho lasciata ieri al ministero del lavoro quando sono uscita (vip)”.

Poi il mio angelo traghettatore si è palesato sotto le sembianze di una ragazza trentenne con lo sguardo limpido e col sorriso bello stampato in faccia. Un sorriso non d’ordinanza, uno di quelli veri, se rendo l’idea.

Mi sono dimenticata le frasi preparate, le ho teso la mano e ho confessato subito “scusa, guarda, mi vergogno, questa non è una bella presentazione per una consulente”. Lei mi ha stretto la mano e mi ha mostrato il suo badge: “io lo lascio a casa almeno una volta alla settimana”.

Cos’altro c’era da aggiungere?

Ho pensato che quella si sarebbe trasformata in una riunione con i fiocchi. E così è stato 🙂

foto di Marco Borgna

Cose che faccio a inizio 2016

Cose che faccio a inizio 2016

Di solito non racconto i fatti miei perché odio fare spam di me stessa, ma mi hanno fatto notare che io faccio troppo poco spam di me e che ci devo lavorare.

Ok, ci lavoro.

Da gennaio a maggio andrò un po’ in giro a parlare di scrittura e di sopravvivenza (ah ah!)

Per una grande banca sarò coinvolta in un progetto di formazione che prevede un lavoro sulla scrittura dei report e uno sulla visualizzazione dei dati. Non vedo l’ora anche perché imparerò cose nuove e utilissime. Grafici, tabelle, dashboard: arrivo!

Il 28 gennaio e il 4 febbraio insegnerò al Master in Social media and digital PR dello IED di Milano.La scrittura per il web contiene talmente tanti cassetti che sarà davvero interessante aprirli e metterci le mani.

Il 20 febbraio bisserò il mio corso “Business Writing” per Zandegù, a Torino. Che bello essere a casa, andare e tornare a piedi e avere ancora il tempo per preparare la cena (che culo, certo).

Il 22 e 23 marzo sarò di nuovo alla UAU Academy di Trieste con un corso sullo storytelling e uno di scrittura per la PA. Io amo andare a Trieste: il Molo Audace ogni volta mi suggerisce qualcosa a cui pensare. E poi le aule sono sempre tanto accoglienti, piacevoli. Rosy Russo una delizia.

Ad aprile e a maggio sarò docente di un Survival Kit per la Scuola Holden di Torino: un percorso di accompagnamento “alla vita senza la scuola” per gli studenti in uscita dai college Crossmedia II, Series II, Real World II, Filmaking II, Scrivere II. Sarà interessante incontrare i ragazzi: molto giovani, molto preparati e molto da preparare alla vita da freelance.

A tutto ciò si aggiungerà un corposo lavoro di riscrittura di testi per una finanziaria e la chiusura di alcuni lavori per i siti di un paio di clienti, dei quali scriverò.

Poi ci sono dei progetti che ancora sono lì lì, e che spero proprio vadano in porto.

A gennaio uscirà il mio ebook sulle mamme freelance e a maggio quello sulle e-mail come strumento di relazione edito da Zandegù. Oddio che emozione!

E poi basta spam, dai 🙂

foto di Marco Borgna

 

Il mio nuovo sito

Il mio nuovo sito

Era da un sacco di tempo che volevo un sito nuovo, ma col passare delle ere geologiche ho messo a fuoco che non era questo l’obiettivo, quanto capire davvero che cosa metterci dentro. E per capirlo era assolutamente necessario lavorare con qualcuno di adatto. Perché volevo essere accompagnata, certo, ma anche arrivarci io, essere parte attiva del risultato.

Così ho iniziato il percorso ideato da Enrica Crivello e Ivan Rachieli e, quando siamo arrivati alla fine, ho capito che dovevo far fruttare tutto ciò che avevo messo a fuoco. Ho chiesto a Ivan di fare ancora un pezzo di lavoro con me e, voilà, questo sito è il risultato.

Penso che finalmente spieghi bene che cosa faccio e ho intenzione di continuare a fare nei prossimi anni.

Rispetto al mio vecchio blog non c’è più scritto che sono una business writer, né una formatrice, né una copy. È chiaro che io continuo a fare tutte queste cose, non ho deciso di mettermi a vendere formaggio al mercato.

Ma sai che cosa? L’etichetta non ce la metto più. Io sono una che scrive, che ama scrivere, che è malata “di scrivere” 🙂

E mi piace scrivere le storie degli altri, mi piace raccontare, mi piace prestare le mie parole per far nascere la visione di chi decide di affidarsi a me.

Io per lavoro aiuto le persone a raccontarsi. Allora, si capisce che cosa faccio?

Il complimento più bello bello bello in assoluto me lo ha fatto abbastanza di recente una persona. Mi ha detto: ci sono persone che fanno il tuo lavoro come te, in America.

Ma ti rendi conto?

Noi ragazze sempre un po’ interrotte, nel senso che ci si interrompe la facoltà di vederci con gli occhi giusti, davanti a una frase così diventiamo porpora e diciamo subito ma no, ma no. Come se il complimento fosse fuori luogo e preferissimo la nostra battaglia quotidiana per far capire il nostro valore.

Allora, è chiaro che io non sono l’unica a fare il lavoro che faccio come lo faccio, ma prometto di ricordarmi almeno una volta alla settimana che se è vero che tutti i fiori sono fiori, è anche vero che un giacinto non è un peonia.

Sul sito ci sono io in ben due pagine, con la mia foto. Non è anche solo questo un traguardo? Ho già scritto più volte del problema di noi ragazze con le foto: ebbene, sono la prova vivente che se trovi la fotografa giusta (per me è lei), la storia può avere un lieto fine. Con le rughe, le borse e le imperfezioni lì, a dire chi sei, ma con la luce a darti una mano.

Ho tolto tanto, rispetto al sito vecchio, ho riscritto il resto, soprattutto ho capito che cosa mi piace fare e come lo voglio fare.

Mi impegno a raccontare di più e a mandare una newsletter una volta al mese.

E mi impegno a essere più felice.

#voglimibene

foto di Marco Borgna

Il terzo tempo

Il terzo tempo

Durante gli ultimi dieci anni della mia vita da freelance ho fatto la mamma freelance, e per ora sono viva. E ne ho scritto un ebook.

Viaggi, sonno, riunioni improvvisate, feste di classe, Mac allagati, compiti, pigiama sopra la gonna perché “mamma, guarda che i colori stavano benissimo insieme”, post-it finiti nella tazza del latte, colloqui con le maestre, “no, non mi disturba affatto” caricando la lavatrice, telefonate fiume perdendo il primo tuffo senza salvagente e collezioni di “però le altre mamme non vanno in giro come te”.

Esattamente come centinaia di altre ragazze della mia età (quasi 46, mariaverginesantissima), sono entrata nella dimensione della stanchezza pervasiva. Che vuol solo dire che hai sonno sempre.

La mamma freelance è uno stato dell’anima, che ti porta sulle montagne russe: un giorno sei fiera di te (un nuovo cliente, evvaiiiii!) e il giorno dopo ti fustighi (ti sei dimenticata la colonscopia di tuo padre).

No, non si può far tutto, e non si deve.

Bisogna invece:

  • delegare a un compagno di vita che non si comporti come un altro figlio
  • assaporare a pieni polmoni la compagnia di amiche complici
  • cercare di ritagliarsi minuscoli frammenti di cura di sé anche in situazioni estreme.

E dire le bugie.

Bisogna ricavarsi un terzo tempo insomma: che non è lavoro, non è cura della famiglia, ma è un insieme di istanti in cui si assapora la solitudine. Ci sono modi per farlo, giuro: trucchetti, giochi di prestigio spazio-temporali, frasi da ripetersi, riti da mettere in scena, storie da raccontarsi.

Di questo parlo nel mio ebook “Terzo tempo”.

ps. comunque scrivo anche dei papà (e non male!).

foto di Marco Borgna

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Nel mio post precedente dicevo che aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, perché bisogna vincere qualche resistenza. L’esempio era quello di Federica, l’ex avvocata che aspira a diventare magistrata: lei conosce benissimo la sua materia, ma ha difficoltà a dare uno schema semplice e una forma leggibile e comprensibile ai temi che deve scrivere per il concorso.

In questo post ti racconto come ho fatto a vincere le sue resistenze e a convincerla che la strada era una: né aggiustare né fare modifiche su modifiche, ma riscrivere tutto.

Se elimini il caso specifico (Federica) e inserisci la situazione in cui ti trovi o potresti trovarti tu seguendo un tuo cliente, puoi applicare questo processo con ottimi risultati. Sono sicura 🙂

Un processo, 5 passi (e dentro un trucchetto)

1. Leggere ad alta voce

Questo non è sempre un bel momento, lo ammetto. Perché un conto è leggere silenziosamente nella propria testa, un conto è sentire le proprie parole lette da qualcun altro. Un qualcuno che non è innamorato delle nostre idee come noi, che non si raccapezza nei nostri periodi lunghissimi e che gode (come nel mio caso) nell’usare l’intonazione giusta per far apparire il testo sciatto e senza personalità. Però questo è un passaggio fondamentale per rendersi conto che certi periodi proprio non fluiscono, che nel nostro testo ci sono degli inciampi, che certe parole messe una accanto all’altra provocano parecchio fastidio (la comunicazione dell’effrazione ha lo stesso suono delle unghie sulla lavagna, per capirci).

Output: rendersi consapevoli che quando scriviamo dobbiamo pensare a come facilitare la lettura e la comprensione di chi ci legge. Scrivere pensando a chi legge.

2. Capire qual è l’obiettivo del testo

“Che cosa volevi dire con questo testo? Dimmelo con parole tue: io qui volevo dire che…”, ho chiesto a Federica. Anche questo non è sempre un bel momento. Ma ormai è chiaro che un po’ di scombussolamento ci vuole, se si vuole uscire dal loop della noiosa pratica quotidiana della scrittura per tirare a campare. Chiarirsi qual era l’obiettivo del nostro scritto è utile perché di solito porta allo scoperto che o era confuso (mi sembrava di dover spiegare che, ma poi ho capito che e alla fine ho detto che) o era fuori misura: se gli obiettivi di un tema di tre pagine sono 5 (come nel caso di Federica) qualcosa non funziona. L’obiettivo è meglio che sia uno e che tutto il sistema concorra ad argomentarlo.

Output: rendersi consapevoli che prima di scrivere dobbiamo interrogarci sul perché vogliamo/dobbiamo scrivere il nostro testo. Scrivere pensando all’obiettivo.

3. Capire qual è la struttura del testo

Altro tasto dolente perché, spesso, scriviamo senza dare un ordine preciso agli argomenti, ma buttiamo giù “come ci viene”: questo soprattutto quando siamo sicuri della nostra materia (come nel caso di Federica). Quindi niente scaletta o mappa mentale e una frase dietro l’altra.

La struttura invece è fondamentale perché:

  • ci permette di argomentare con chiarezza
  • ci evita di perderci dei pezzi per strada
  • ci evita di sbrodolare su alcuni temi e andare troppo veloci su altri.

Insomma: niente obiettivo del testo -> niente struttura (un male tira l’altro, come le ciliegie).

Output: rendersi consapevoli che, una volta stabilito l’obiettivo, dobbiamo disporre gli argomenti secondo un criterio. Scrivere seguendo una struttura.

4. Scrivere l’abstract invisibile (trucchetto)

Questo punto dipende direttamente da quello precedente. Se ho stabilito l’obiettivo del mio testo (in questo scritto voglio parlare di … soffermandomi soprattutto su…), ho dato una struttura ai miei argomenti (prima spiego questo, poi entro nel particolare, poi aggiungo un esempio e chiudo ribadendo che…), bisogna che mi crei un punto di appoggio, un’àncora.

Quella a piramide rovesciata è spesso la struttura degli argomenti più efficace perché pone al primo posto la tesi/il punto importante/la notizia e lascia l’approfondimento ai paragrafi successivi. Si trova sui giornali; si usa per informare, comunicare, spiegare. Di solito non si adopera nel caso dei testi persuasivi, cioè quelli in cui vogliamo arrivare a convincere chi ci legge di una nostra idea. In questi casi la ciliegina la lasciamo per la fine. Di solito non ne vogliono sentir parlare gli avvocati perché ritengono che svelare subito il colpevole (appunto) bruci l’interesse di chi ascolta/legge e nuoccia alla portata persuasiva dell’argomentazione (di solito questa è la tesi degli avvocati penalisti, coi civilisti se ne può discutere).

Io ho trovato un ottimo compromesso che, nel caso di Federica, ha poi funzionato alla grande: scrivere l’abstract e alla fine del tema cancellarlo. Niente di più semplice.

Ho suggerito a Federica di scrivere subito che cosa vuole sostenere con il suo tema e su quali punti si appoggerà la sua argomentazione. Questo abstract aiuta a non perdersi durante lo svolgimento: questa cosa che sto scrivendo c’entra con ciò che ho promesso all’inizio? Se parlo di questo, rispetto il mio obiettivo? Se scrivo questo qui e non dopo, svirgolo la mia struttura degli argomenti o sostituisco semplicemente un punto con un altro?

Alla fine del tema, quando tutto è a posto, il testo scorre e tutti i punti sono stati toccati, l’abstract sparisce. Ma non sparisce l’ordine che Federica ha dato, una volta per tutte, al testo.

E sono sicura che arriverà un tempo in cui l’abstract lo si lascerà e se ne gioveranno tutti: chi scrive per non perdere la bussola e chi legge per avere subito la chiave di lettura del testo.

Output: rendersi consapevoli che avere una guida ci serve per non tenere il timone dritto. Scrivere aiutandosi con qualcosa di concreto.

5. Esercitarsi (non da soli, all’inizio!)

Questo è l’ultimo punto, ma forse è quello più importante. Per imparare a scrivere in maniera più chiara occorre scrivere e riscrivere lo stesso testo tante volte, con la supervisione e l’incoraggiamento di qualcuno che, ogni volta, ti spiega dove sei stato prolisso, dove potevi essere meno contorto e, soprattutto, ti fornisce un’alternativa. Con Federica è andata così: lei riscriveva uno dei temi, me lo spediva, io lo studiavo, fornivo le mie proposte di riscrittura di alcuni pezzi e insieme, su skype, discutevamo sul risultato.

La sfida era quella di riscrivere in maniera più semplice e chiara, ma salvaguardare al massimo il contenuto tecnico. Quindi certi tecnicismi restavano, certo, ma la maggior parte delle parole usate solo perché auliche o altisonanti sparivano come neve al sole. Così come l’attorcigliamento sintattico che sostituivamo sistematicamente con frasi più brevi. Così come i verbi passivi che per magia diventavano attivi.

Output: rendersi consapevoli che scrivere in maniera più chiara è un processo lento, ma inesorabile. Scrivere pensando che scrivere è sempre, molto, riscrivere.

foto di Marco Borgna

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Chi scrive per lavoro lo sa: spesso abbiamo a che fare con testi già scritti dal cliente o da “suo cugino”. Il nostro compito facile è buttare tutto e ricominciare da capo, quello difficile è convincere, prima, il cliente che i testi così non vanno, che non basta cambiare due virgole e che è proprio riscrivere la parola magica. Ci vuole tanta pazienza, e anche un buon metodo.

Faccio un esempio.

Federica è un’avvocata di 33 anni che, dopo qualche anno di lavoro speso a difendere molto e guadagnare poco, si è rimessa a studiare, ha superato un concorso ed è stata assunta dall’Agenzia delle Entrate. E poi si è iscritta di nuovo all’università e veleggia verso la seconda laurea, in economia. Ma, soprattutto, Federica ha una fissazione, come la chiama lei. Vuole diventare una magistrata.

Quando è venuta da me mi ha detto: io studio tantissimo e conosco la materia in ogni sua sfumatura, ma quando scrivo tutto quello che so si perde, ci deve essere un problema nella mia scrittura, faccio qualche sbaglio, prendo strade senza uscita.

L’esame per entrare in magistratura richiede il superamento di un concorso nel quale gli aspiranti magistrati si cimentano con tre temi: uno di materia penale, uno di materia amministrativa e uno di materia civile. Per superare l’esame, bisogna prendere la sufficienza nei temi, insomma.

I titoli sono del genere: I criteri di riparto della giurisdizione in materia di risarcimento del danno e di tutela possessoria. Bleah.

Che io ci vada a nozze a riscrivere testi in legalese-buricratese-amministrese è cosa risaputa, ma questa di Federica è stata una bella sfida. Fatta a colpi di svelamento progressivo del colpevole.

Una scrittura troppo povera?

Le ho chiesto di portarmi un suo tema e almeno un paio di quelli che avevano superato il concorso perché volevo leggere con calma, ma la chiave per risolvere il caso Federica me l’ha servita subito, con questa frase: ma come hanno fatto a passare il concorso, questi? Leggi il loro tema, guarda quanto è semplice, quasi povero, quello che scrivono.

Ta daaaaaaa!

La commissione aveva premiato i temi che a Federica potevano sembrare “poveri”, ma che in realtà dell’argomento in questione trattavano un aspetto e lo esponevano nel modo più chiaro, seppur tecnico, possibile.

La professoressa Bice Mortara Garavelli (che amerò per sempre perché è stata la maestra insuperata di tante delle cose che so e perché ha scritto questo libro) sostiene che nelle professioni legali – e non solo – scritti involuti riflettono in realtà idee contorte*: ecco, la commissione aveva usato proprio questo principio per valutare i temi, premiando chiarezza di idee e schematicità di impianto.

Insomma, mi è stato subito chiaro che il colpevole nel nostro caso era la scrittura involuta, attorcigliata, strapiena di tecnicismi e di fossili sintattici e lessicali (definizione della professoressa Garavelli).

Quello che mi restava da fare era convincere anche Federica del fatto che il colpevole fosse proprio “quel” colpevole. E che riscrivere da capo fosse l’unica via percorribile.

Abbattere le resistenze

Aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, bisogna vincere qualche resistenza. Il premio in palio, però, è qualcosa di molto intrigante: fornire la consapevolezza degli errori che si compiono e soprattutto gli strumenti per non commetterli più.

Quali sono le resistenze che devi vincere quando un cliente (ma anche tuo figlio, un collega, un’amica) ti chiedono aiuto?

Mi vengono in mente queste:

  • a lasciar andare uno scritto di cui magari è innamorato: quando rileggiamo un nostro testo ci sembra sempre che tutto fili via liscio e non riusciamo a riscrivere niente
  • a riconoscere che può usare modi più semplici, e quindi più fluidi, per esprimere uno stesso concetto: spesso ci dà fastidio abbandonare certi termini tecnici che reputiamo comprensibilissimi, ma che sottoposti alla prova del lettore non funzionano
  • ad ammettere che anche se scrive per un pubblico di competenti in materia, deve fare ogni sforzo per rendere semplice la lettura e la comprensione del suo testo.

Nel concreto, come si fa a vincere queste resistenze? Nel caso di Federica, come ho fatto?

Leggilo nel mio prossimo post, dove ti racconto i 5 passi che uso io.

++++++++

*Se ti interessa approfondire l’argomento, leggi le Le parole e la giustizia. Non è un libro da spiaggia, ti avverto, ma è quanto di più interessante sia stato scritto in Italia sul linguaggio degli operatori del diritto.

foto di Marco Borgna