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immagini per Le parole per farlo, Storytel podcast - Annamaria Anell

La dimensione intima della voce, su Storytel

Storytel (la piattaforma di podcasting) ha pubblicato il mio Le parole per farlo. Si tratta di 6 puntate che riguardano come raccontarsi quando si cerca un lavoro o una collaborazione professionale.
 
Se hai già un abbonamento a Storytel, a posto, altrimenti qui trovi il link per avere un’estensione del periodo di prova gratis. Se dopo vorrai iscriverti alla piattaforma, secondo me farai benissimo: c’è davvero un sacco di materiale interessante da ascoltare.
 
Ma cosa sono queste puntate?
Una cosa meravigliosa <3
Sì, me lo dico da sola perché le amo molto: è stata la mia prima volta con l’audio e devo dire che mi sono trovata benissimo. È una dimensione intima, calda, dove la voce prende una consistenza concreta, che quasi si tocca.
 
“Non sopporto di riascoltare la mia voce!“, sento spesso dire. Io invece mi ci riconosco, quella sono io: è con le fotografie che ho un sacco di problemi.
Quando riascolto la mia voce è come se sentissi la vera me: la percepisco un po’ bassa, a volte un po’ rauca, e mi sembra che non possa mentire.
 
Chiariamo subito che se adesso riregistrassi le puntate, migliorerei alcuni aspetti: ma non importa, la perfezione non è di questo mondo, almeno per me. Mi ci è voluto un po’ per digerirlo, questo concetto. Riascoltandomi ho avuto un flash: le volte che riaprendo a caso la tesi di laurea trovavo dei refusi. Oddio!

Poi, una persona di cui mi fido molto mi ha scrollata e ho finalmente accettato di lasciar andare. A un certo punto è quello che bisogna imparare a fare. Come per i figli.

La cosa davvero importante è che ti arrivi l’energia che ci ho messo dentro, la forza, il coraggio, a volte, di sostenere le mie idee, l’innamoramento totale nei confronti delle splendide persone che ho intervistato.
 
Ho capito che ascoltare le parole delle persone che sono così generose con me mi rende migliore. Lo dico fuori dalla retorica facile. Mi è successo con il podcast, mi succede ogni volta che scrivo le interviste per la mia newsletter, mi capita anche quando semplicemente parlo stretta stretta con un’amica. È lo stretta stretta che fa la differenza. Quando passa quel fluido avviene la connessione e mi sento trasportata in un viaggio dentro di me.

Sì, non so se capita anche ad altri, magari a chi lo fa di mestiere: ascolto le parole, mi allaccio al filo dei pensieri che scorrono, seguo le tracce che l’altra persona lascia collegando i suoi privati puntini, e intraprendo il mio viaggio parallelo. Fatto di altrettante parole, pensieri.

E succede ogni volta, ma proprio ogni volta, che un pezzetto vada a posto. Un pezzetto di me, dico. Spesso mi spuntano le lacrime oppure semplicemente sento un clic. Capisco che quel ragionamento è andato a risvegliare qualcosa.
È una sensazione bellissima, e spero che in qualche modo la proverai anche tu.
 
E adesso i titoli:
Puntata 1 – Come raccontarsi
Puntata 2 – Raccontare senza le frasi fatte
Puntata 3 – Raccontare il tempo della maternità
Puntata 4 – Raccontare il fallimento
Puntata 5 – Raccontare la fragilità
Puntata 6 – Raccontarsi al lavoro
 
Puoi partire dalla prima e andare avanti o saltellare dall’una all’altra, come preferisci. Dopo averle ascoltate, ti va di scrivermi per dirmi che cosa ne pensi? Quali sensazioni hai provato?

Ogni intervista è una questione privata

Ogni intervista è una questione privata

Torno in treno dopo un’intervista a una donna di sport che ho molto amato, da lontano, mentre gareggiava, e che continuo ad amare molto anche adesso che l’ho conosciuta di persona (una sicurezza i miti che rimangono tali!).
Rifletto sul fatto che le storie che ascolto e che riporto hanno uno spazio sempre più vivo nella mia vita di lavoro.

Prendiamo le mie newsletter, che contengono ogni mese un’intervista a una donna che mi piace. Succede così: contatto una persona che o conosco io o che qualcuno mi segnala, ci accordiamo per vederci, facciamo due parole per rompere il ghiaccio e poi partiamo. Io a trivellare con poche domande, di solito, lei a far fluire fuori la piena della sua vita. In realtà l’arrangiamento della storia mi suona nella testa già mentre l’ascolto: vedo le tavole colorate che si affastellano, odo i suoni che rendono l’aria materia, percepisco i fantasmi evocati, sgrano le lacrime e risuono nelle risate. Poi, quando la scrivo, l’intervista per magia si compone, prende forma come il genio che si materializza quando sfreghi la lampada.

Quelle storie sono di altre persone e la sfida è non tradirle. E per questo saccheggio i miei appunti: sì, perché il mio segreto è che riscrivo velocissima intere frasi, mi segno le parole chiave e quei modi di dire così privati, così personali, così tanto marcati dall’unica e inimitabile impronta di ciascuno. Ogni intervista è una questione privata, per dirla alla Fenoglio.

Anche per scrivere i testi del sito di un’azienda o di un professionista parto dalle interviste. A me piace sentire come anche l’ultimo degli uomini di produzione parla di ciò che fa nel quotidiano, se devo raccontare un prodotto. Come il proprietario di una pensione vicino al mare racconta il profumo delle torte che sale su dalla cucina e come una guida innamorata del suo lavoro pennella la luce di Firenze all’alba. Perché sono le parole di chi fa, ama e sogna che faccio attecchire, poi, nei testi e che permettono a ciascuno di ritrovarsi, rispecchiarsi, sentire il proprio accento sulle cose. E solo in quel preciso momento le mie parole mettono davvero le gambe, con la loro personalità dentro, il tono e l’intensità.

Tutto ciò per dire che sto imboccando un viaggio nuovo, dove le interviste non le scriverò, ma le userò così, pura voce. Le setaccerò, le sminuzzerò, le infornerò e così continuerò a raccontare storie saporite.

Foto di Marco Borgna

La cura delle parole fa bene al business

La cura delle parole fa bene al business

Quasi un mese fa ho fatto un speech breve, dieci minuti più o meno, per un evento che una grossa banca ha destinato ai propri talenti, quelli sui quali ha deciso di investire per il medio-lungo periodo. La persona che mi ha coinvolta mi ha chiamata due settimane prima dell’evento e mi ha chiesto di fare un intervento flash, sulla cura delle parole (quindi il tema l’ho amato all’istante), ma assolutamente non una lezione. Ho accettato, e mi è montata l’ansia: uscire fuori dalla propria zona di confort è, in effetti, come un bicchiere d’acqua gelata che ti si rovescia addosso quando sei accaldatissima.

Lo speech è venuto fuori praticamente due giorni prima dell’evento. Niente slide, solo parole, dette e lette. Lette non da un manuale di scrittura, ma da un libro di racconti scritto da una delle mie scrittrici preferite.

Ho esordito leggendo le parole di una poetessa contemporanea scoperta per l’occasione (le coincidenze), citando i porti chiusi e i ponti abbattuti (delicato, ma tangibile il mio disappunto); poi ho parlato delle parole guerriere che invece i ponti li costruiscono e li difendono con la spada. Tre parole guerriere, le mie: chiarezza, semplicità e vicinanza. Per dare spessore ho letto alcuni brani e poi ho chiuso con una specie di elenco delle parole-mantra, che aiutano, e con un’esortazione a rimpicciolire le parole che scorticano, fino a farle scomparire. Il tutto con leggeri rimandi alla scrittura per lavoro: email, report, chat.

Senza una slide, solo speech e libro e voce microfonata, a preservare la commozione del momento. Io infatti ero piuttosto emozionata, perché sapevo di aver scritto una cosa che mi corrispondeva molto, ma anche di essermi presa un grosso rischio, visti i temi.

Finito lo speech c’è stato un applauso liberatorio, caldissimo. Sono venuti in tanti a stringermi la mano e in molte si asciugavano le lacrime. I feedback sono stati magnifici, il confronto con alcune persone molto franco.

Ma non è finita lì. A qualche settimana di distanza c’è stata anche la presa di contatto per un lavoro.

Lo racconto perché ho avuto la conferma che un certo modo di pensare alle parole, con dentro chiarezza, semplicità e cura della relazione, non solo non è sbagliato, ma può essere colto come strumento di miglioramento anche in quei contesti che potrebbero sembrare impermeabili a certi discorsi. 

Insomma, la cura delle parole fa bene al business, ecco.

Foto di Marco Borgna

Libro di Annamaria Anelli. Caro cliente. Chat, email e messaggi automatici fuori e dentro l'azienda.

scrivere è dialogare con chi legge, in chat e chatbot

Scrivere è dialogare con chi legge. E scrivere o rispondere ai clienti in chat e chatbot è dialogare con loro, tutti i giorni. Se non ci capiamo, è un problema.

Il fallimento è dietro l’angolo, dicono i dati riportati nel 2017 dall’esperto di marketing Tom Fishburne: il 70% delle attuali interazioni via chatbot fallisce, nel senso che bot e umano non arrivano a intendersi.

Gli errori più pericolosi in chat e in chatbot sono sempre dietro l’angolo, vediamone uno frequente: la mancanza di empatia.

Operatore performante ma non empatico

L’operatore è sbrigativo e non lascia finire il cliente perché inquadra il problema subito. Bravo che lo inquadra subito, ma due sono gli scenari possibili frutto del mancato ascolto:

  1. il cliente tace nell’immediato, ma ha la sensazione di essere trattato in maniera sbrigativa, anche se l’operatore gli risolve il problema. Nel nostro mondo la percezione vale più della realtà. Il cliente racconterà delle maniere spicce dell’operatore e lascerà in secondo piano la performance positiva in fatto di risoluzione dei problemi. Soluzione -> L’operatore deve avere la pazienza di lasciar finire il cliente, che così si sentirà preso in carico
  2. il cliente si impunta e dice all’operatore «mi lascia finire?» e l’operatore piccato gli risponde «ma guardi che ho capito che cosa è successo», e qui si innesca il conflitto. Soluzione -> Di nuovo, l’operatore deve fare un passo indietro e far spiegare il cliente. Se poi quest’ultimo inizierà un panegirico sul fatto che in Italia nessuno sa più fare il proprio lavoro, l’operatore risponderà: «mi rendo conto, ma, nello specifico, mi spiega come si è verificato il blocco del sistema?». Davanti a una domanda circostanziata, il cliente inizierà a raccontare che cosa è davvero successo, non la sua visione della vita. Da lì in poi si parlerà di fatti concreti e si arriverà alla chiusura positiva del ticket: dal punto di vista del contenuto tecnico e della relazione.

Chatbot programmato come un risponditore automatico

Assistant: Buongiorno sono Arturo, il bot di Filaefondi

Cliente: Ciao Arturo, mi dici perché non funziona l’opzione Riscuoti il tuo credito dal sito? È iniziata ieri

Assistant: “Riscuoti il tuo credito” è la nuova funzione di Filaefondi che ti permette di recuperare il credito accumulato nel mese precedente e che si rinnova ogni mese in automatico. Scegli una delle opzioni seguenti:

Riscuoti il tuo credito e disdici l’opzione e Chiedi informazioni sull’opzione

Cliente: vorrei sapere solo perché non funziona

Assistant: “Riscuoti il tuo credito” è la nuova funzione di Filaefondi che ti permette di recuperare il credito accumulato nel mese precedente e che si rinnova ogni mese in automatico. Scegli una delle opzioni seguenti:

Riscuoti il tuo credito e disdici l’opzione e Chiedi informazioni sull’opzione

Cliente: un altro bot che non capisce un secchio

Assistant: specifica meglio la tua richiesta o parla con un operatore. Vuoi parlare con un operatore? Clicca qui.

[Il cliente si è scollegato]

Non è di sicuro colpa del bot, che, evidentemente, non è un’intelligenza artificiale, però chi ha lavorato sui contenuti delle risposte a stretto contatto con l’UX (esperto o esperta di user experience) ha scritto risposte che vanno bene per un interruttore e non per un cliente che cerca di risolvere un suo problema.

Soluzione -> ci sono precisi protocolli linguistici che il bot deve usare per gestire, ad esempio, le incomprensioni (come nel caso precedente), i silenzi (le non risposte prolungate da parte dei clienti) e i momenti di carenza (il tempo che trascorre tra la domanda del cliente e la risposta). In questo modo apparirà empatico quel tanto che basta per prendersi cura della relazione, anche quando non potrà essere performante nel merito della questione sollevata.

Insomma, sempre più, la qualità dei contenuti e l’empatia dell’approccio sono le armi vincenti di operatori e bot. La risoluzione positiva di un ticket aperto è fondamentale, ma lo è altrettanto il come ci si è arrivati. Il come è altrettanto importante del cosa.

Di questi è altri argomenti tratto nel mio libro Caro cliente, uscito per Zanichelli il 15 ottobre.

Libro di Annamaria Anelli. Caro cliente. Chat, email e messaggi automatici fuori e dentro l'azienda.

ti rispondo in chat

Chi già è abituato a rispondere in chat ai clienti o sta pensando di iniziare a farlo, ha, di solito, un tot di domande tecniche in canna: o perché qualcosa non sta girando per il verso giusto o perché i dubbi prima di partire sono molti.

Do del lei o del tu? Uso l’imperativo o lo smusso per non sembrare, appunto, troppo imperativo? Cosa dico quando sbaglio? Cosa dico quando sbaglia? Come si fa a essere sintetici e insieme esaustivi? E chiari&empatici? Faccio finta di niente quando ho a che fare con una persona scortese? Aspetto che la cliente finisca di digitare la sua richiesta o le do un aiutino per fare più in fretta? Tengo buono l’utente mentre cerco di risolvere il suo problema o lo lascio solo, ma almeno risulto performante?

Questi sono solo alcuni quesiti, ce ne potrebbero stare molti altri nella lista, ma prima di dare una risposta altrettanto tecnica credo sia necessario essere onesti. Non si può improvvisare, nemmeno in chat. Dico nemmeno in chat perché la stessa considerazione vale quando rispondiamo via email, via telefono o dietro uno sportello.

Prima di mettersi a rispondere in chat ai propri utenti/clienti bisogna prepararsi, cioè lavorare in maniera seria sulla scrittura, ma con un taglio pratico. Ci vogliono simulazioni: un cronometro che scorre e un cliente timido, poi uno arrogante; un’operatrice che ama la sintesi, ma non può essere spiccia; oppure un operatore empatico che però non è telefono amico.

E una bella black list di parole da non usare pronta davanti agli occhi, che prima spaventa e poi fa da paracadute. E poi provare e riprovare come suonano la parola, la frase, il dialogo nel suo insieme. Solo facendo pratica si può imparare a rispondere in maniera “sciolta”, acquisendo anche quelle tecnicality che spesso aiutano a velocizzare la transazione.

In maniera sciolta non vuol dire in automatico. Non credo negli automatismi, quando si risponde a qualcuno, ma nell’ascolto. Il segreto di una risposta efficace è proprio quello di incorporare alcuni dettagli riportati da chi ci scrive. E non vuol dire nemmeno scrivere in maniera trasandata. Non credo nel detto che la chat azzera le regole, ma nella regola che la cura di chi legge si vede anche dalle piccole cose.

Molti operatori che provengono da aree aziendali non impegnate a gestire i clienti credono (o temono) che rispondere in chat sia più difficile che scrivere un’email. E anche molti operatori che già sono impegnati tutti i giorni con i clienti pensano che l’urgenza della chat tutto complichi. Come si fa a essere empatici, chiari e sintetici se hai il cliente che ti scrive lì, in diretta?

A questa preoccupazione io di solito rispondo con quattro considerazioni:

  1. se chi risponde ai clienti è padrone del contenuto, sa dare una risposta via email come in chat
  2. il cliente è lì in diretta anche al telefono: c’è la stessa urgenza di risposta, solo che ci siamo più abituati
  3. si può imparare a rispondere in chat in maniera efficace e in poco tempo
  4. queste cose le dico perché le ho sperimentate.

***

Approfondisco questi e altri temi nel mio libro Caro cliente, uscito il 15 ottobre per Zanichelli.

 

Libro di Annamaria Anelli. Caro cliente. Chat, email e messaggi automatici fuori e dentro l'azienda.

mi occupo di te

Sono molto contenta di dire che  il mio libro Caro cliente, uscito il 15 ottobre, poggia i piedi su un’esperienza concreta, fatta con una banca.

Proprio un anno fa, infatti, stavo scrivendo una policy per l’uso efficace del linguaggio in chat. La banca in questione aveva deciso di rispondere ai propri clienti con questo nuovo strumento: c’erano il telefono e l’email, e ci sarebbe stata anche la chat.

Quindi, per dare alla policy un taglio linguistico e insieme operativo, dovevo per forza fare molta pratica in prima persona. Così ho ripreso in mano i miei studi di pragmalinguistica dell’università e ho rotto le scatole a parecchi operatori che non sapevano di essere scrutati e analizzati. Tutto il resto lo hanno fatto i miei lunghi anni di formazione e di consulenza sulla scrittura efficace e l’aiuto prezioso di un’amica, in passato responsabile di call center delicati.

Per farla breve: la policy mi ha dato davvero tante soddisfazioni, ma non è finita lì. Dopo c’è stato il periodo di formazione in aula utile a preparare gli operatori: grazie al sistema di messaggistica interna della banca abbiamo simulato situazioni, domande e risposte. A essere sintetici, veloci, chiari ed empatici, infatti, si impara: una volta cliente e una volta operatore, cambiando abito alla velocità della luce 🙂

Caro Cliente, quindi, ha avuto la sua fase embrionale in questo lavoro, ma strada facendo, e con l’aiuto prezioso della mia casa editrice, si è arricchito di elementi ed argomenti. Soprattutto si è rivestito con l’abito per me più bello, quello della relazione. Perché scrivere è dialogare con chi legge, tutti i giorni.

Questo libro è utile a chi risponde ai propri clienti tramite chat e chatbot, perché suggerisce prassi, parole, accorgimenti da mettere in pratica subito. E poi parla di come rendere efficaci form e messaggi automatici di risposta; infine propone esempi di email a cui rifarsi in situazioni delicate. Perché domandarsi come suonano certe parole significa farsi carico del loro effetto e quindi scegliere di usarne alcune a scapito di altre.

Il titolo – Caro cliente, – non è causale: il punto di vista che ho adottato è quello di chi guarda al proprio cliente con rispetto e cura, basi di ogni salda e sana relazione. E neanche la virgola dopo cliente è causale: è una virgola che apre, a tutto ciò che viene dopo.

Dialoghi amorosi tra arpa e nacchere, note che si fanno parole

Dialoghi amorosi tra arpa e nacchere, note che si fanno parole

Concerto per arpa e nacchere. L’accordo tra due strumenti musicali diversissimi; l’accordo, in realtà, tra due cuori, due teste e due pance. Un concerto come metafora dei nostri dialoghi quotidiani, fuori e dentro il lavoro, sopra e sotto la vita. Intorno al nostro desiderio di capire e farci capire.

Ieri sera ero al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, ad ascoltare un concerto di arpa e nacchere. Con Ada, mia figlia. Lui era Xavier de Maistre, suonatore (bellissimo!) di arpa; lei Lucero Tena, suonatrice ottantenne di nacchere capace di darti il giro al cuore con due movimenti di mani: due leggende, ognuna nel suo ambito. Che accostamento inconsueto, mi sono detta mentre ci sedevamo e aspettavamo che la sala luccicante si riempisse. E si è riempita fino all’inverosimile.

Fin da subito abbiamo capito che sarebbe stato un duetto speciale, e dico abbiamo, prima persona plurale, io e le centinaia di persone presenti. Primo elemento: che qualcosa funziona lo senti prima con la pancia, con i sensi allertati. Lo abbiamo percepito dalla grazia dei movimenti con cui l’arpista, colosso leggerissimo, ha accompagnato nel proscenio la piccola e delicata naccherista, luccicante in lamé argentato e gonna lunga nera. Tra i due, quarant’anni a fare la differenza, spariti in un battibaleno. Secondo elemento: non importa quale e quanta differenza anagrafica ci sia, la consonanza, se si affaccia, batte forte.

E poi è iniziato il dialogo tra i due, poco più di una decina di brani arrangiati per essere suonati da un duo così particolare. Terzo elemento: non importa quali siano le differenze tra i partecipanti al dialogo, il modo per capirsi si trova, insieme.

La melodia dolcissima che usciva dall’arpa aveva la consistenza delle ali degli angeli, il gusto della pasta delle ostie, il profumo della foschia che si alza nel freddo della mattina. Quella appuntita e decisa delle nacchere aveva la forza dei titani leggendari, la passione di Medea che giunge in Grecia per la prima volta con Giasone, la dolcezza decisa delle piroette di Svetlana Zakharova.

Era l’arpa, celestiale, a tracciare il solco, a cospargere di sé l’aria silenziosa di noi assorti; le nacchere seguivano, puntellavano, e poi, sempre di più, prendevano la parola, enfatizzavano, danzavano alte, ma mai a coprire, sempre ad accompagnare.

Lucero Tena prima di tutto seguiva i movimenti dell’arpa e dialogava con lei con viso e collo. C’era uno scambio fitto fitto di sensazioni e parole amorevoli. Quarto elemento: l’ascolto assorto dell’altra persona è già dialogo, è già materia preziosa.

Poi le nacchere prendevano la parola, ma solo negli spazi lasciati liberi dall’arpa, senza alzare la voce, oppure insieme a lei. Arpa e nacchere, conscie della propria forza e anche del proprio posto, consonavano con tale delicatezza che ti sentivi parte del dialogo amoroso, anche tu testimone e interprete insieme di tanta bellezza. Quinto elemento: l’alternarsi, nello scambio, crea sinfonie uniche.

Non è quello che succede nelle nostre conversazioni? Oppure, non è così che ci piacerebbe andassero le cose? Cercare il momento giusto per inserirci, aspettare rispettosi che l’altra persona esaurisca le sue parole, e poi prendere il nostro turno e poi di nuovo accogliere il silenzio e metterlo a disposizione, oppure parlare con foga sull’altro e poi rimediare col sorriso e la gentilezza. Così lontani, lontanissimi, dalle urla e dagli sputi che tutto corrompono. Soprattutto la nostra umanità.

Non vedo l’ora di parlare del mio libro, Caro cliente, che parla proprio della conversazione, di come agisce sul lavoro, che noi rispondiamo in chat, in chatbot, con un messaggio automatico o con una email. Non vedo l’ora di raccontare dell’armonia e della consonanza, che non sono utopie, ma la strada per trasmettere un cosa, e soprattutto un come.

Foto per Damiano spa di Pucci Scafini

Scrivere i testi col sovrascarpe e la cuffietta

Scrivere i testi per il sito di un cliente non vuol dire solo scriverli, per me significa anche qualcos’altro, che ha a che fare con i profumi, il tatto, e le parole raccontate. Per spiegarlo parto da un esempio recentissimo, il sito di Damiano.

La Sicilia così vicina

Damiano è un’azienda siciliana che produce frutta secca biologica e creme spalmabili, tutte bio. Stanno a Capo d’Orlando, in provincia di Messina, e li ho conosciuti qualche anno fa, quando mi hanno chiamata per un lavoro di consulenza che riguardava la scrittura delle email.

Da allora non ci siamo mai persi di vista e, con varie scuse, lavorative o quasi, ogni tanto prendo l’aereo e vado a trovarli. La prossima estate sarà la seconda in cui trascorrerò le vacanze lì, con tutta la famiglia. L’anno scorso era la novità della Sicilia, quest’anno è il ricordo dei tramonti sulle Eolie e del colore dell’acqua, il prossimo vedremo.

Ma qui parlo del fatto che è andato online il loro nuovo sito. E che i testi li ho scritti io.

Scrivere i testi, cioè fare un’esperienza

Per me scrivere i testi per il sito di un cliente significa fare un’esperienza, prendere e andare dentro il cliente. Significa mettermi gli stivali per camminare sulla terra rossa e bagnata oppure, come in questo caso, mettermi il sovrascarpe e la cuffietta e scarpinare per il reparto produttivo. Non sempre è possibile, certo, non raccontiamoci favole, ma quando si può, cioè quando il cliente capisce cosa ciò comporti e decide di valorizzarlo, ebbene, il risultato si vede.

In Damiano ho fatto il giro della produzione due volte: ho visto macchinari, ho ascoltato spiegazioni, ho visto muletti carichi e interminabili fiumi di mandorle controllate a vista da occhi umani, prima di essere impacchettate. Ho sentito il profumo indimenticabile delle nocciole tostate dei monti Nebrodi e colto il momento magico in cui la macchina versava la crema di mandole sgusciate nei contenitori. Non potevo allungare il dito perché sarebbe successo un guaio, ma ci sono andata molto vicina.

Le parole con l’anima dentro

Sono state le cose che ho visto e le sensazioni e i pensieri che ho avuto che mi hanno aiutata a scrivere i testi con la consistenza che volevo. Il sito ha un ecommerce, quindi, poche farfalle, deve vendere. Ma anche se ha un ecommerce, e il suo scopo è vendere, chi l’ha detto che deve rinunciare all’anima?

Damiano è un’azienda che reputo meravigliosa, perché è come la farei io: attenzione alle persone, all’ambiente, all’innovazione, coraggio da vendere e visione. Il grosso rischio che correvo era slittare in un torrente amorevole e paludoso di parole zuccherose. Bleah!

Allora, ho deciso di intervistare (leggi rompere le scatole a) un bel po’ di persone. Compresi il paziente tecnologo alimentare (ciao Daniele) che mi ha spiegato per bene quale meraviglia dell’universo sono le mandorle sgusciate (cioè non pelate) per la nostra salute; il fondatore, il signor Damiano, che ha iniziato a parlare di biologico, in Sicilia, in anni in cui in Italia a stento se ne conosceva il significato, e l’attuale conductor, Riccardo Damiano, che ha negli occhi tutto il futuro dell’azienda.

E po ho chiacchierato con Mariateresa al tavolinetto di un bar, mentre il sole cuoceva piano piano i nostri massimi sistemi; con Letizia, che mi accompagnava a casa con dolcezza e comprensione; con Stefano, sempre preciso e puntuale; con Magda, per la quale niente è mai difficile. E così, scrivere i testi, in questo caso, ha significato far parlare le persone: è la loro voce che si sente.

Per le schede prodotto ho mangiato chili di mandorle, ho assaggiato tutte le creme, le ho imposte alla famiglia, le ho suggerite agli amici e ho collaborato con Chiara Zoia ed Elena Augelli, insostituibili. Le ricette, con le relative foto, sono di quell’artista del food che è Valentina Masullo, e si vede! Le traduzioni in inglese e francese sono opera di Langue&Parole.

Che da nessuna parte c’è scritto leader di mercato devo aggiungerlo? 😉

La foto è di Pucci Scafidi, realizzata per Damiano.

Slide per un evento? Quando decidi cosa delegare, ci guadagni

Slide per un evento? Quando decidi cosa delegare, ci guadagni

Faccio una piacevole confessione: ho trovato il modo per fare delle slide con il formato giusto, con i colori che c’azzeccano, in cui il testo si vede e nelle foto viene benissimo. Il modo è che non le faccio io. Un momento e ci arrivo.

Scrivo lo speech, parola per parola

Quest’autunno ho partecipato come relatrice a due eventi, entrambi a Milano: uno è stato Artigiani delle parole, l’altro il Marketing Business Summit. Nel primo caso avevo un intervento lungo, circa 50 minuti, nel secondo 25.

Come molte altre professioniste che conosco, io mi preparo per ogni evento come se fosse il giorno del giudizio: studio, approfondisco e ultimamente faccio anche una cosa a cui prima non pensavo nemmeno. Non so se è la vexxhiaxx o se è il giudizio che si concentra, come nella minestra dopo che la fai andare un bel po’ sul fuoco. Sta di fatto che scrivo tutto lo speech: o prima di fare le slide, così dopo ho i punti sui quali inanellarle, oppure dopo averle messe tutte in fila, per capire se il discorso tiene. Non sono ancora riuscita a dire se è meglio l’opzione uno o l’opzione due: vedrò con la prossima.

Free writing

Scrivo lo speech davvero come viene e mi obbligo a non rileggere e a non guardare quasi lo schermo. La tentazione di fermarmi è fortissima: sbircio di nascosto tutti quei segnetti rossi che word infligge alle parole che io scrivo senza doppia o con acca che non ci vogliono o con caratteri alieni e ho voglia di mettermi ad aggiustare tutto e subito. Però non lo faccio e penso, ogni santa volta, a quel brano del film “Scoprendo Forrester” con Sean Connery che dà una bella lezione di scrittura a Rober Brown.

La prima stesura la devi buttare giù col cuore, e poi la riscrivi con la testa.

Il concetto chiave dello scrivere è scrivere, non è pensare.

Ecco, io ho sempre impersonato nei miei confronti la maestrina dalla penna rossa, scrivevo e poi correggevo, veloce veloce, quasi con l’ansia che qualcuno mi scoprisse in un’attività così indicibile come commettere degli errori.

Con gli anni (e ridaje) sto imparando l’indulgenza verso me stessa e negli ultimi tempi addirittura mi lascio libera di buttare giù come viene, e solo DOPO mi censuro. E quando lo faccio correggo da matti: trovo un’ecatombe di errori di ortografia nei confronti dei quali cerco di provare un sano distacco. Sì, li hai fatti tu, ma hai visto che non succede niente e sei ancora viva, Annamaria?

Provo lo speech

Solo quando tutto è in ordine, provo lo speech, da sola, sempre in piedi con il computer davanti, proprio come fossi già all’evento: metto il timer e via. Questo è il momento in cui taglio i passaggi che non mi vengono fluenti, levo le parti ridondanti, aggiungo granelli di saggezza discorsiva là dove servono: ad esempio inserisco esempi che mi vengono facili e levo slide dove la spiega teorica diventa impossibile da tenere a bada in pochi minuti.

È anche il momento in cui sto attenta a come suonano le parole, a come suono io, e cerco di accordarmi come fossi una chitarra, parola-suono-respiro-concetto.

Provo tutto tutto, dalla mia presentazione in poche parole al grazie finale. E ogni volta che provo, rifaccio tutto da capo. Fino a trovare quella forma fluida che quando arriva me ne accorgo, e dopo mi sento in pace.

Le slide, grazie no

Il punto è che non ho più voglia di sprecare tempo ad abbellire le slide: non sono capace, non ho idee e mi annoio. Così ho deciso che lo faccio fare a qualcuno che è veloce, capisce subito e fa poche domande (che per me è il massimo). Quel qualcuno, per una volta, è un maschio. Di Cristiano Ferrari ho apprezzato l’intervento all’ultimo freelance camp e il suo modo di costruire le slide asciutto e piacevole insieme.

È stata questa sua slide a farmi riflettere sul fatto che io, di solito, il tipo laggiù in fondo lo ignoro proprio.

Così, per le mie due occasioni autunnali di speech in pubblico ho chiesto una consulenza a Cristiano e siamo partiti: nel primo caso, gli ho passato le slide quasi già congelate e non gli ho dato vincoli di colori o font (li ha dati lui a me); nel secondo, gli ho fornito un canovaccio ancora traballante nella sua struttura, ma con font e colori imposti dagli organizzatori dell’evento.

In entrambe le situazioni ci siamo accordati in maniera velocissima perché le sue scelte mi sono piaciute fin da subito. Quando mi è tornato indietro il file, nel primo caso ho lavorato di fino, perché aveva già inserito lui tutto il testo all’interno della gabbia grafica definita e condivisa; nel secondo ho fatto e rifatto mettendo, togliendo e sostituendo testo: cosa semplice se hai già tutto impostato e anche la tua variatio ha vincoli predefiniti.

Le foto che ho recuperato da twitter mi danno ragione: poco testo, colore, spazio bianco. Il resto ce l’ho messo io 🙂

Arigiani delle parole

Marketing Business Summit

Foto per post di Annamaria Anelli, Fattele tu le slide

(Se ti interessa scaricare le mie slide o dare un’occhiata al mio video oppure approfondire quello che hanno detto anche tutti gli altri relatori del Marketing Business Summit, qui puoi comprare i materiali).

Foto in copertina di Marco Borgna

 

foto di Antonia Galvagna per post di Annamaria Anelli: Scrivere semplice non vuol dire indossare una vestaglia

Scrivere semplice, ma senza la vestaglia

Stanotte pensavo che sono circa dieci anni che vado in giro a portare la lieta novella dello scrivere semplice. È diventata anche un po’ una missione? Forse sì, ma per ora non fondo una setta e mi faccio pagare per parlarne 🙂

Per me scrivere semplice ha a che fare con l’eleganza di un capo di ottima qualità, e tra un po’ ti spiego cosa voglio dire.

Scrivere semplice? Da noi non si può

Stanotte pensavo anche alle frasi che mi sono sentita ripetere allo sfinimento, sia nelle pubbliche amministrazioni sia nelle aziende: “non sono io che devo abbassarmi, ma è il cittadino che deve elevarsi”; “da noi non si può proprio scrivere semplice perché ci rivolgiamo a Banca d’Italia”; “se mi mettessi a scrivere semplice di sicuro perderei di autorità agli occhi di chi mi legge”; “da noi non si può semplificare perché la materia che trattiamo è unica”; “nel nostro ordine professionale la scrittura elaborata è un tratto distintivo, tanto non è il cliente che deve capire, ma la controparte”; “certe menate sono il risultato del fatto che stiamo troppo tempo su Facebook”.

Queste sono solo alcune, ma, alla bisogna, te ne potrei fornire un campionario ricco e aggiornato. Pare che consigliare i modi più rapidi per imparare a scrivere semplice e quindi più efficace, con l’obiettivo di facilitare la vita di chi legge, sia disdicevole.

Read my lips, tesoro

Se mi ritrovassi davanti, qui e adesso, l’esercito di persone che in aula o durante una consulenza mi ha elargito le frasi qua sopra alla stregua di strabilianti perle di inaudita saggezza, cosa direi? Direi così: “read my lips, tesoro: io non mi stanco, lo farai prima tu”.

Miriam Bertoli, che non amo mai abbastanza, qualche anno fa ha trovato per me una definizione che stanotte mi ha rischiarata di luce diretta. Mi ha scritto, e poi detto, che sono la sua fata cowboy con un filo di perle. Mai mai mai definizione mi sembra meglio cucita addosso a come mi sento io nel mio lavoro.

Immaginami così, come una Plain Jane (che Calamity era un’altra) con indosso: un paio di jeans di una bella stoffa compatta, con un leggero accenno di zampa di elefante; un paio di anfibi neri, che gli stivali con la punta e la stelletta dei cowboy mi danno fastidio ai piedi; una camicia blu carta da zucchero-aumentato (cioè più blu della normale carta da zucchero, ma non troppo), leggermente sciancrata e plissettata; un filo di perle (quelle di mia mamma) oppure un girocollo in acciaio opaco con un ciondolo-pietra tenuto stretto. Il cappello da pistolera no, che non mi sta bene.

Parole semplici come vestiti raffinati

I jeans di una bella stoffa compatta sono le frasi essenziali, risolte e chiare del testo che scrivi; la zampetta di elefante il piacevole accento di serena e sorridente cortesia che adoperi per non essere secca e troppo impositiva.

Gli anfibi neri sono la precisione chirurgica con cui dai istruzioni o indicazioni operative che devono essere comprese subito e che quindi fanno del mix di parole semplici, concrete e tecniche (qb) il Santo Graal della scrittura tecnica, scientifica, informativa in generale.

La camicia blu-aumentato è l’evidenza di certe parole-chiave che attirano l’attenzione concentrata di chi legge aiutandolo a trovare l’uscita in maniera rapida. L’accostamento di plissettatura e acciao è quell’accento di personalità che metti nei saluti finali, quasi come la mano che si porge ferma e distesa alla diva del cinema che sta scendendo dal vaporetto in laguna.

Tutto questo per dire che la semplicità non ha la vestaglia slabbrata e le ciabatte vissute, ma l’eleganza discreta, che si nota senza essere esibita, di un capo raffinato nella sua essenzialità. La semplicità è eleganza, l’eleganza è classe e arrivarci è un magnifico viaggio in vaporetto, mentre le gocce d’acqua ti lambiscono appena e il sole ti scalda senza invadere.

La semplicità è una delle Lezioni americane  di Italo Calvino che amo di più.

Foto di Antonia Galvagna