Archive for: Ottobre, 2019

Quando scrivere diventa sexy

Quando scrivere diventa sexy

Ho passato tutto lo scorso fine settimana a insegnare alla Scuola Holden (non esagero: venerdì pomeriggio, tutto sabato e domenica mattina!). Il mio modulo – Scrivere – è inserito nel percorso Business progettato dal Corporate Storytelling della Holden per aiutare i professionisti a dotarsi di strumenti utili a migliorarsi nel lavoro.

Il mio Scrivere seguiva il modulo Narrare e ti assicuro che venire dopo qualcuno che parla di narrazione, di storie e di storytelling non è proprio una passeggiata. Hai presente? Immaginati – di qua – due bei ragazzi che ti spiegano il meccanismo che fa essere strepitoso, che ne so, un spot della Nike e – di là – la sottoscritta che ti chiede di analizzare il linguaggio della comunicazione di una banca. Allora, cosa preferiresti? Appunto 😀

La scrittura di cui spesso mi occupo io l’ho sempre definita poco sexy perché riguarda testi informativi, email, report, descrizioni di procedure o di prodotti, chat e via così. Nessuna “Storia”, nessun personaggio che perde, cade e poi però si rialza, nessuna musica a dare enfasi, nessun luccicone che riga le guance dopo. Tutt’al più, un digrignare di denti, perché la scrittura è attorcigliata, o burocratica o criptica.

Però. Però ho proprio capito che essere sexy nello scrivere è un atteggiamento, un’allure che si può imparare. E che sia così me l’hanno insegnato le mie allieve e i miei allievi di questo fine settimana di passione. Di passione vera, in cui ci è anche sfuggita qualche lacrima, dal momento che sul piatto abbiamo messo un elemento insostituibile: noi stesse e noi stessi.

Qualsiasi tipo di scrittura è in realtà in grado di coinvolgere, con gradi diversi. Da un lato lo 0 assoluto: una bella comunicazione in stile burocratico che inizia con A far data dal; dall’altro il 10 di una storia meravigliosamente costruita per far sentire protagonista chi legge; in mezzo tutti i testi che ogni giorno sforniamo seduti tranquilli alla scrivania o velocissimi e compulsivi sul cellulare. Un’email che chiede di sostenere un progetto, la risposta a un cliente, l’about page di un sito o un manuale di istruzioni.

Quando mai ci hanno spiegato che nello scrivere per lavoro ci dobbiamo mettere un pezzetto di noi? È però arrivato il momento di smetterla con la frattura tra chi siamo e ciò che scriviamo per lavoro. Noi siamo sempre noi, anche quando ci sediamo davanti al video per rispondere a qualcuno che ci chiede informazioni sull’applicabilità della legge tal dei tali.

Dipende dal grado di familiarità con l’argomento, dal tipo di registro richiesto dalla situazione comunicativa, dal tipo di rapporto che abbiamo con chi ci legge, dalla quantità di informazioni che presumiamo abbia: non c’è la ricetta assoluta, quella per scrivere-da-dio, ma ci sono versioni differenti di uno stesso dire. E in tutte ci può stare un pezzetto di noi.

In alcuni testi la nostra passione per le storie può venir fuori molto più diretta, ad esempio nell’incipit di una email che cerca finanziatori:

“Emiliano ed Ebrimè nascono separati da un decennio, un mare e un deserto”.

Qui l’aggancio è immediato: il risucchio dentro quel mare e quel deserto è inevitabile per chi legge, che non ha scampo. Sta lì, incollato fino alla fine.

Miriam ha scritto una email con questo stile e questo ritmo sabato sera, sul cellulare, prima di spegnere la luce e dopo che le parole dette e scritte nelle tante ore passate insieme si sono accese, illuminate, inzuppate, scaldate e rinfrescate nella sua pancia, oltre che nella sua testa. Quando ce le ha portate, domenica mattina, l’abbiamo guardata muti e ammirati per qualche secondo, prima di urlarle: brava!

Certo che non scriviamo storie tutti i momenti, lo so bene. Ma anche una Privacy Policy può agganciare, a suo modo (solo se è pensata per farsi capire da chi legge, però, come quella scritta da Alessandra Farabegoli per il Digital Update):

“Nel tuo browser puoi impostare le preferenze di privacy in modo da non memorizzare cookies, cancellarli dopo ogni visita o ogni volta che chiudi il browser, o anche accettare solo i cookies di digitaulupdate.it e non quelli di terze parti; esiste anche un servizio, Your Online Choices, che ti mostra quali cookie installano i vari servizi e come puoi disattivarli, uno per uno.

Da parte nostra, noi cerchiamo di usare la tecnologia per essere d’aiuto, e non per infastidire le persone, che sono più importanti di ogni altra cosa”.

Qui Alessandra:

  • è chiara
  • si rivolge direttamente a chi legge senza passare dalle forme impersonali
  • lascia da parte il legalese che complica la comprensione e basta
  • è utile: spiega come regolarsi con i cookies e nello stesso rimanda a un utile servizio esterno
  • fa sentire la sua voce bella e forte esprimendo in una frase cosa pensa della tecnologia e delle persone.

Lascio due considerazioni fuori dal punto elenco perché vorrei illuminarle: il legalese è qualcosa al quale si può rinunciare, anche nello scrivere un testo con dei chiari paletti giuridici. E infatti la Policy del Digital Update ha passato il vaglio di un legale che ha fornito alcuni consigli di compliance che sono stati recepiti.

Stai pensando che se l’ufficio legale della tua azienda non vede certe formule non autorizza la pubblicazione dei testi? Sulla Policy scritta da Alessandra trovi queste due frasi: “detta in legalese, per eseguire il contratto stabilito fra noi nel momento in cui ti iscrivi” e “Detto in legalese, la base giuridica di questo uso dei dati è eseguire le misure precontrattuali richieste da te”. Quindi?

Quindi, i testi devono essere scritti a misura di chi legge (chiari, semplici, esaustivi e tecnici quanto serve): se poi è necessario che qualche formula scritta in legalese compaia, allora la si può introdurre e scendere, diciamo così, a patti. Ma un conto sono 10 pagine di linguaggio del tipo “Il Titolare tratta Dati Personali relativi all’Utente in caso sussista una delle seguenti condizioni”, un conto sono 5 pagine comprensibili dalla prima all’ultima parola in cui – qua e là – qualche formula compare per venire incontro alle richieste dell’ufficio legale. Non lamentiamoci se in azienda nessuno legge le policy che scriviamo: se le rendiamo sexy, la musica cambia.

Carmelita domenica mattina ha tirato fuori, come da un cilindro, il suo modo bellissimo, grafico, leggero e fresco di impaginare le risposte ai bandi che scrive per la sua azienda. Ma è solo l’inizio, dice, perché il suo scopo è trasformarli in storie. Un bando che diventa sexy l’hai mai visto? Hai presente che cos’è la scrittura dei bandi? Ecco, appunto, pensa il coraggio che ci vuole anche solo per pensare di trasformarli in storie. Ma Carmelita è una giovane guerriera e farà grandi cose. Per adesso l’impaginazione, poi il lavoro per alleggerire la scrittura, poi, piano piano, la trasformazione. Dici che ci vorranno 10 vite? Forse, o forse no.

Alessia lavora per un colosso tecnologico e ha deciso che è stanca di scrivere le solite quattro frasi fatte sui concetti di sostenibilità. Quando, domenica pomeriggio, mi ha mandato una pagina del sito riscritta, forte e con dentro un pezzetto del suo essere decisa e diretta, mi sono emozionata. Se leggendo un testo senti la voce di chi l’ha scritto, lo trovi immediatamente sexy.

I pezzetti di te dentro i testi che scrivi possono essere grandi, ma anche piccoli, l’importante è che ci siano. Puoi arrivare sexy a un appuntamento galante e diventarlo anche quando l’appuntamento ce l’hai con chi ti legge.

Il sexy nello scrivere è il di più che ci metti di te.

Foto di Marco Borgna

Scrivere e tradurre in Svizzera

Scrivere e tradurre in Svizzera

La scorsa settimana sono stata ospite dell’Amministrazione federale svizzera. Il responsabile della formazione dei traduttori italofoni ogni anno organizza a Bellinzona un seminario di aggiornamento su temi che riguardano scrittura e traduzione. Mi ha chiesto se fossi interessata a condurre un laboratorio sulla scrittura di email e lettere: aveva letto il mio Caro cliente e lo aveva trovato un libro chiaro e felice. Chiaro e felice: ci ho messo il tempo di un battere di ciglia a dire di sì.

L’obiettivo che stava a cuore al mio interlocutore era rivisitare alcuni aspetti dello stile istituzionale in modo che sembrasse meno meccanico e più attento agli aspetti di relazione. Proprio il mio campo, dunque. Mi ha scritto: il problema risiede molte volte nel fatto che il traduttore resta troppo attaccato al testo di partenza adottando strutture e stilemi che in italiano paiono stranianti o superati. Per aiutarmi a capire mi ha spedito alcuni modelli di risposte a cittadini, fornitori, colleghi e personalità. Ogni traduzione italiana era accompagnata dai testi in tedesco e in francese dai quali proveniva. L’italiano, mi ha spiegato, non è mai la lingua di partenza, ma sempre la lingua nella quale si traduce.

Analizzando i testi in italiano ho notato burocratismi, formule rigide e una certa ingessatura della traduzione. Ma è stato nel confronto con i testi in francese che ho potuto notare aspetti interessanti sui calchi (mi ci soffermo tra un po’). Parlo solo dei testi in francese perché io non conosco il tedesco.

Ho proposto dunque di “togliere l’amido” dalla scrittura, cioè di lavorare per rendere la lingua più fluida e semplice (che non vuol dire diventare sciatti, ma leggeri) e per potenziare la parte di relazione (trasformare una comunicazione in un dialogo). In più, ho proposto di affrontare l’elefante nella stanza: elefante anche per me, che traduttrice proprio non sono, ma che una certa esperienza di allenamento con la lingua scritta ce l’ho.

Qual è l’elefante? Scegliere di tradurre come un algoritmo:

  • c’è una lingua di partenza che esprime certi concetti con certi stilemi espressivi, abbastanza ripetitivi (io ho verificato il caso del francese, ma mi hanno confermato che vale anche per il tedesco)
  • c’è una traduzione in una lingua di arrivo – l’italiano – con una corrispondenza di significato 1:1 tra le parole e una riproposizione speculare della struttura sintattica originaria (parliamo di calchi tedesco/italiano e francese/italiano)
  • non c’è – mai o quasi mai – la traduzione delle sfumature, cioè di tutti quegli elementi di psicosociologia del linguaggio che, presenti nella lingua di partenza, dovrebbero essere armonizzati o localizzati nella lingua di arrivo.

Insomma, ogni lingua di partenza porta in dote una certa cultura e un certo sistema di pensiero, oltre a una sua grammatica: con la traduzione bisognerebbe che questi tre elementi si adattassero alla lingua di arrivo. Quando ciò non avviene, la traduzione appare meccanica e straniante.

Se trovate in una traduzione dal tedesco Prego scegliere un appellativo, sentite subito che c’è qualcosa che non va, anche se non sapete il tedesco e quindi non potete fare il confronto con la frase originaria. Prego scegliere un appellativo non vi sembra davvero italiano. Infatti la traduzione appropriata è Selezionare.

Se la frase Si vous êtes intéressés à collaborer au sein de la commission diventa Se siete interessati a collaborare in seno alla commissione, percepite all’istante la meccanicità della traduzione. In italiano sarebbe meglio dire: Se volete far parte della commissione.

Nous vous motivons à vous engager dans le cadre de la commission che diventa Vi motiviamo a ingaggiarvi nell’ambito della commissione dà origine a un calco sintattico e lessicale dall’effetto straniante: i verbi motivare e ingaggiare* hanno in italiano tutto un altro significato! Ci piacerebbe coinvolgervi nella commissione sarebbe una traduzione più adatta.

Se Si vous désirez discuter avec nous in italiano diventa Se desiderate discutere con noi, il calco vi fa storcere il naso: di solito uno non desidera discutere con qualcuno, al limite lo vuole, perché discutere con qualcuno in italiano racchiude una sfumatura di contrasto. Il verbo “desiderare” a fianco del verbo “discutere” è un accostamento che percepiamo come strano e non naturale. In questo caso chi ha tradotto non ha preso in considerazione il contesto della frase in francese dove discuter significava “chiacchierare con”, “parlare con qualcuno di qualcosa”, di sicuro non discutere con.

Nous devons malheureusement vous informer que les Services du Parlement (SP) ne donnent pas suite aux lettres ouvertes – in risposta a un cittadino che scrive – non può diventare Con la presente desideriamo informarla che i Servizi del Parlamento si astengono dal commentare le «lettere aperte». Percepiamo subito la non congruenza di quel burocratismo “Con la presente” così tanto distanziante. Nel testo di origine c’è invece l’avverbio malheureusement – purtroppo – che ha proprio la funzione opposta: di avvicinamento a chi scrive. E che dire di quel si astengono dal commentare? Di nuovo un’espressione che distanzia e raffredda, non presente nel testo originario dove si informa di qualcosa che non può essere cambiato, ma a malincuore.

In conclusione, che bello! 😀 Lavorare sulla parola scritta è per me sempre una sfida, ma lavorare con in più i paletti della traduzione da un’altra lingua mi ha resa molto più attenta agli aspetti extralinguistici che possono cambiare il segno di una comunicazione. E mi sono innamorata** una volta di più del lavoro importantissimo di chi traduce.

foto di Marco Borgna

*[Sul verbo ingaggiare, vi propongo le considerazioni di Luisa Carrada in questo bel post, non perdetevele].

**[Da quando mi ha adottato Artigiani delle parole sono più felice]