Archive for: Marzo, 2019

Ogni intervista è una questione privata

Ogni intervista è una questione privata

Torno in treno dopo un’intervista a una donna di sport che ho molto amato, da lontano, mentre gareggiava, e che continuo ad amare molto anche adesso che l’ho conosciuta di persona (una sicurezza i miti che rimangono tali!).
Rifletto sul fatto che le storie che ascolto e che riporto hanno uno spazio sempre più vivo nella mia vita di lavoro.

Prendiamo le mie newsletter, che contengono ogni mese un’intervista a una donna che mi piace. Succede così: contatto una persona che o conosco io o che qualcuno mi segnala, ci accordiamo per vederci, facciamo due parole per rompere il ghiaccio e poi partiamo. Io a trivellare con poche domande, di solito, lei a far fluire fuori la piena della sua vita. In realtà l’arrangiamento della storia mi suona nella testa già mentre l’ascolto: vedo le tavole colorate che si affastellano, odo i suoni che rendono l’aria materia, percepisco i fantasmi evocati, sgrano le lacrime e risuono nelle risate. Poi, quando la scrivo, l’intervista per magia si compone, prende forma come il genio che si materializza quando sfreghi la lampada.

Quelle storie sono di altre persone e la sfida è non tradirle. E per questo saccheggio i miei appunti: sì, perché il mio segreto è che riscrivo velocissima intere frasi, mi segno le parole chiave e quei modi di dire così privati, così personali, così tanto marcati dall’unica e inimitabile impronta di ciascuno. Ogni intervista è una questione privata, per dirla alla Fenoglio.

Anche per scrivere i testi del sito di un’azienda o di un professionista parto dalle interviste. A me piace sentire come anche l’ultimo degli uomini di produzione parla di ciò che fa nel quotidiano, se devo raccontare un prodotto. Come il proprietario di una pensione vicino al mare racconta il profumo delle torte che sale su dalla cucina e come una guida innamorata del suo lavoro pennella la luce di Firenze all’alba. Perché sono le parole di chi fa, ama e sogna che faccio attecchire, poi, nei testi e che permettono a ciascuno di ritrovarsi, rispecchiarsi, sentire il proprio accento sulle cose. E solo in quel preciso momento le mie parole mettono davvero le gambe, con la loro personalità dentro, il tono e l’intensità.

Tutto ciò per dire che sto imboccando un viaggio nuovo, dove le interviste non le scriverò, ma le userò così, pura voce. Le setaccerò, le sminuzzerò, le infornerò e così continuerò a raccontare storie saporite.

Foto di Marco Borgna

La cura delle parole fa bene al business

La cura delle parole fa bene al business

Quasi un mese fa ho fatto un speech breve, dieci minuti più o meno, per un evento che una grossa banca ha destinato ai propri talenti, quelli sui quali ha deciso di investire per il medio-lungo periodo. La persona che mi ha coinvolta mi ha chiamata due settimane prima dell’evento e mi ha chiesto di fare un intervento flash, sulla cura delle parole (quindi il tema l’ho amato all’istante), ma assolutamente non una lezione. Ho accettato, e mi è montata l’ansia: uscire fuori dalla propria zona di confort è, in effetti, come un bicchiere d’acqua gelata che ti si rovescia addosso quando sei accaldatissima.

Lo speech è venuto fuori praticamente due giorni prima dell’evento. Niente slide, solo parole, dette e lette. Lette non da un manuale di scrittura, ma da un libro di racconti scritto da una delle mie scrittrici preferite.

Ho esordito leggendo le parole di una poetessa contemporanea scoperta per l’occasione (le coincidenze), citando i porti chiusi e i ponti abbattuti (delicato, ma tangibile il mio disappunto); poi ho parlato delle parole guerriere che invece i ponti li costruiscono e li difendono con la spada. Tre parole guerriere, le mie: chiarezza, semplicità e vicinanza. Per dare spessore ho letto alcuni brani e poi ho chiuso con una specie di elenco delle parole-mantra, che aiutano, e con un’esortazione a rimpicciolire le parole che scorticano, fino a farle scomparire. Il tutto con leggeri rimandi alla scrittura per lavoro: email, report, chat.

Senza una slide, solo speech e libro e voce microfonata, a preservare la commozione del momento. Io infatti ero piuttosto emozionata, perché sapevo di aver scritto una cosa che mi corrispondeva molto, ma anche di essermi presa un grosso rischio, visti i temi.

Finito lo speech c’è stato un applauso liberatorio, caldissimo. Sono venuti in tanti a stringermi la mano e in molte si asciugavano le lacrime. I feedback sono stati magnifici, il confronto con alcune persone molto franco.

Ma non è finita lì. A qualche settimana di distanza c’è stata anche la presa di contatto per un lavoro.

Lo racconto perché ho avuto la conferma che un certo modo di pensare alle parole, con dentro chiarezza, semplicità e cura della relazione, non solo non è sbagliato, ma può essere colto come strumento di miglioramento anche in quei contesti che potrebbero sembrare impermeabili a certi discorsi. 

Insomma, la cura delle parole fa bene al business, ecco.

Foto di Marco Borgna