Archive for: ottobre, 2017

Foto per post di Annamaria Anelli - Scrivere fatica nera

Scrivere è una fatica nera, altro che storie

Prima gara di scherma di mio figlio Martino, 10 anni, come metafora dello scrivere. Di sicuro domenica ero più in ansia io di lui: alla mia domanda (successiva) “come ti sei sentito”, la sua risposta è stata “avevo sonno”. [Davvero ho chiesto a un uomo di esprimere a parole come si è sentito? Ma questa è un’altra storia]. Questa prima gara mi ha permesso qualche riflessione sullo scrivere che adesso condivido con te.

Ma chi l’ha detto che il viaggio è meglio della meta alla quale si aspira?

Martino è stato in un tempo sospeso per qualche ora: nel suo girone ha affrontato 5 avversari e ha perso 4 volte. Nell’incontro successivo a eliminazione diretta ha perso subito ed è uscito. L’ho seguito dalla mia postazione sugli spalti tutto il tempo: lo guardavo osservare gli avversari, parlottare con un suo compagno, ascoltare in silenzio le spiegazioni dei maestri. Aspettava il suo turno ruotando i piedi di taglio, verso l’interno, in quel modo che ci rende tutti simili quando siamo sulle spine. Quando ha finito la gara, anche la sua imperturbabilità (ormai già un po’ leggendaria) si è sciolta: è venuto verso di noi con una lacrima congelata negli occhi: “io quello lo potevo battere”.

Eccoci al dunque. Qui non sono le doti da schermidore del mio decenne a essere chiamate in causa, né la sua capacità di tenuta mentale (lo scherma è molto più testa che braccio). Quello a cui pensavo nel retrocervello durante le ore della gara era: ma davvero il viaggio è meglio della meta? Se il tuo viaggio è pieno di fatica, di agitazione, di sbagli, di lacrime congelate o scongelate, di urla di avversari, di sorelle che non smettono di infilarsi biscotti annoiati in bocca, e se alla fine la meta è una sconfitta piena, che cosa c’è di bello nel viaggio?

Il bello lo puoi cogliere magari qualche anno dopo, quando ripensi alla tua prima gara e ricordi con il cuore stretto che il tuo maestro Carlos ti parlava accarezzandoti più volte il mento, perché le parole entrassero dalla pelle oltre che dalle orecchie. Che il tuo maestro Giorgio, subito dopo la tua ultima sonora sconfitta, ti faceva ripetere le parate incurante del casino intorno e del fatto che stava disturbando un arbitro. Che finalmente mamma si era sgonfiata sulla panchina e smetteva di urlare quel bravo che tanto ti aveva disturbato allora e che tanto stai bramando adesso. Ma dopo. Mentre lo fai, quel viaggio, che cosa c’è di bello?

Questo pensiero da due cent vale per qualsiasi esperienza di vita: il più o meno accidentato percorso di studi, l’attraversata del deserto per trovare (almeno) un amore, i mesi in cui ristrutturi casa, il Vietnam della ricerca di una sede per la tua attività: il bello lo trovi, se lo trovi, dopo, oppure lo trova qualcun altro che scrive la tua biografia.

E lo scrivere?

E che cosa c’è di bello quando scrivi, riscrivi, cancelli, butti tutto e poi riscrivi e rileggi ad alta voce e poi dici basta e poi mandi in certificazione (se non sei tu il tuo committente) e poi modifichi e poi negozi le modifiche impossibili e poi riscrivi e poi ridici basta. L’unica cosa bella, alla fine del viaggio che è anche lo scrivere, è il momento in cui vedi il tuo testo finito, impacchettato, pubblicato, letto, citato, ripostato, amato da messaggi o da email che ti fanno dire che ne è valsa la pena.

Mi stai chiedendo se non è bello, allora, un viaggio in cui tutto va bene e la meta la raggiungi facile facile? Ti rispondo con un’altra domanda: è un viaggio quello? Davvero è una domanda, non ho la risposta in tasca. Io qui parlo dei viaggi sudati che servono per scalare la montagna, non dei percorsi dentro una comoda ovovia. Dei viaggi dell’eroe che poi vengono citati nei libri di sceneggiatura.

Anche lo scrivere è un percorso a ostacoli e solo dopo molti anni di allenamento puoi dire buona la prima e trasformare il viaggio in un’ascesa in ovovia. E forse neanche.

E le storie, poi

Il racconto di una storia non si sottrae a questo mio discorso un po’ largo, ma ci aggiunge sopra un’altra fiche. Quando racconti qualcosa, quel viaggio diventa doppio: uno è quello dello scrivere e del riscrivere, uno è quello dello srotolamento del filo che non puoi perdere. Che cosa racconto, innanzitutto, e poi da che parte inizio, e poi che cosa metto in luce e poi che cosa voglio dimostrare. Qualsiasi storia vuole mettere in scena qualcosa e arrivare da qualche parte. E cos’è più difficile che arrivarci? Di nuovo un altro viaggio: all’interno dello srotolamento del discorso-storia, c’è un viaggio parallelo costituito da cosa vuoi dire tu. Che cosa vuoi dire tu con questo racconto di prodotto, con questa about page, con questa recensione di un libro, con questo avviso ai naviganti?

E così veder perdere Martino per arrivare a un niente finale (almeno sul breve periodo) mi ha fatto rimettere in discussione la fantomatica bellezza del processo creativo della scrittura. Che cosa c’è di bello nella fatica? Che scrivere è una fatica nera Beppe Fenoglio l’ha detto* molto tempo prima di me, lui che era un grande. E che lavorare stanca l’ha scritto a chiare lettere un altro grande che più grande non si può (Cesare Pavese).

Più che lo scrivere, non è forse il prodotto finale a darti leggerezza interiore? Mentre lo compi, il viaggio di scrittura è una salita; solo dopo puoi rileggerlo con gli occhi del naufrago tornato a casa e dire che è stato affascinante. Affascinante tua sorella 🙂

 

* “Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”. Citazione da Centro Studi Beppe Fenoglio.

Foto di Antonia Galvagna

Foto Essere nerd della parola e vicere felici

Essere nerd della parola e vivere felici

Il 7 ottobre ero alla Cascina Cuccagna di Milano ospite di un evento organizzato da Langue&Parole. Per me è molto piacevole parlare quando il pubblico è interessato, partecipativo e ride di gusto: 45 minuti passano come 5. Ma questa volta ho anche imparato tanto dalle relatrici presenti: Elisa Tassara, Silvia Pareschi e Lodovica Cima.

Elisa Tassara, che si occupa di strategie di marketing, è davvero brava e competente, ma qui parlo di Silvia e Lodovica che sento molto vicine per la materia con cui lavorano (e sognano) tutti i giorni: la parola scritta.
Silvia Pareschi è una traduttrice da scappellarsi, tra i tanti cito Franzen (esatto lui), però, se vuoi approfondire, questo articolo racconta bene chi è.
Ascoltando Silvia ho capito che la traduzione è qualcosa che sento vicina, nella pancia. Già La voce del testo di Franca Cavagnoli mi aveva aperto la mente su certi aspetti che afferiscono allo scrivere in generale, non solo al tradurre.

Con Silvia, sabato, ho finalmente messo a fuoco che le nerd della parola, come io a volte mi chiamo, hanno modus operandi simili. È quel parlare con passione, seguendo le slide e poi cercando di domare i mille rivoli di infinite altre possibilità di discorso che potresti fare, cercando di bloccare con dolcezza i conati di approfondimento che faresti ancora e ancora. È quel guardare le parole come se fossero griffate, truccate e ingioiellate con fine eleganza, è quell’ammirarle da fuori e nel contempo immergerti in una sessione di sega stryke per compiere una magnifica autopsia del testo.

Silvia ha parlato dell’equilibrio che chi traduce deve mantenere tra il principio di trasparenza (cioè la necessità di rispettare il pensiero, lo stile, l’anima dell’autore) e quello di autoaffermazione del traduttore (cioè l’ubris che lo porterebbe a dire “ti spiego io come si scrive questo, tu non sei capace”). È stata una lezione bellissima, intensa, vissuta, dove Silvia ci ha proposto la sua umiltà di persona consapevole dei rischi e però pronta a buttarsi e amare fortemente il testo che traduce. Silvia è anche insegnante di italiano a San Francisco e mai come sabato scorso ho sofferto di invidia: ho invidiato ciascuno dei suoi allievi, nessuno escluso 🙂

Lodovica Cima solo io l’ho scoperta sabato. Si occupa dall’inizio della sua carriera di editoria per ragazzi, non solo come curatrice di collane (prima per Mondadori e adesso per il Gruppo Editoriale San Paolo), ma anche come scrittrice e da quest’anno come editore. La bella notizia è infatti che, in collaborazione con Langue&Parole, Lodovica ha lanciato una casa editrice di gialli per ragazzi: Pelledoca. Sabato non si è limitata a parlarci dell’iniziativa, ma ha letto ad alta voce alcune pagine dei libri che ha già pubblicato ed è lì che si è creata la magia.
Per me la parola ascoltata è ogni volta come un’apertura di sipario: la voce dà il 3D alle parole, le rende vere, esagera i silenzi, rende toccabili i concetti e piano piano ti senti portare via, verso un mondo altro. Anche io uso spesso la lettura ad alta voce, ma per fini molto più prosaici: faccio sentire come suonano lontani, “fuffosi” e quindi inutili certi testi pieni di formule vuote e di sintassi pesantissima.

Lodovica invece ci ha portate in alto, con un amore per il testo che le proviene visibilmente da dentro. Ci ha incollate a quelle parole che per il fatto di arrivare ai cuori e alle menti di bambini e ragazzi devono per forza avere ritmi, suoni e pause diverse da quelle a cui siamo abituati nella narrativa per adulti. Difficilissimo scrivere per bambini e ragazzi, difficile e sfidante insieme. Come tutte le cose belle, come tutte le avventure, come tutti i nuovi inizi.