No, non sono ancora stanca

No, non sono ancora stanca

Sto tornando da due giorni di formazione alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sono stracotta, con le occhiaie e la stanchezza che non mi fa abbassare le palpebre (capita solo a me?). Ho parlato di scrittura, di semplificazione, di lotta al nostro lato oscuro.

Come mi ha scritto qualcuno in privato, sono andata nella tana del lupo. In realtà sono andata (e spero di tornarci) dove volevo andare da un bel po’ di anni, a dire ciò che vado predicando senza sosta dovunque mi chiamino per ascoltarlo: non esiste un posto dove non si può semplificare il linguaggio.

No, non ho ancora la nausea di ascoltare che:

da noi proprio non si può

è la nostra materia che non si presta

il nostro Ente è particolare

noi abbiamo la necessità di scrivere così

queste cose riguardano altri, noi già siamo tanto migliorati

queste cose le devi dire a chi sta sopra

queste cose le devi dire a chi scrive le leggi

queste cose non le devi venire a dire a noi

io già mi sforzo

io già ho pensato a queste cose anni fa

da noi non cambia niente da anni

da noi non può cambiare niente

No, non ho ancora la nausea di dire che bisogna pensare a chi legge, allo sforzo che facciamo quando, da lettori, cerchiamo di interpretare quello che ci scrive il Comune, la Regione, il Ministero (ma anche la banca, il medico, la scuola, eh).

No, non sono ancora stanca di stare lì in piedi a sorridere quando qualcuno mi fa capire che non è lui che si deve abbassare, ma sono gli altri a doversi elevare. No, non sono ancora stanca di mostrare il prima e dopo la cura; di rispondere per le rime, di non rispondere affatto.

Non sono ancora stanca di viaggiare di qua e di là parlando col cuore in mano, oltre che con il cervello innescato. Non sono ancora stanca di dimenticarmi di fare la pausa e di fare pipì. Perché se lo dimentica chi mi ascolta, di fare la pausa e di fare pipì, allora vuol dire che andiamo alla grande.

No, non sono ancora stanca, insomma. Perché?

Perché ogni volta scopro le persone: magari dimenticate nel loro ruolo, magari scoraggiate, magari bloccate, magari ignare, magari ferme al secolo scorso, magari, semplicemente, con la vita che scorre loro sopra.

Continuo ad avere davanti montagne altissime perché è la fatica del cambiamento che impala le persone al freddo della loro scrivania. Cambiare fa spalancare le finestre e provoca corrente, fa turbinare i fogli, scompiglia i capelli, getta a terra i cestini, sbatte le porte, fa cadere le targhette.

Fino a quando potrò sorridere e fino a quando mi dimenticherò di fare pausa, e fino a quando nessuno se ne accorgerà, lo dico qui, io continuerò.

foto di Marco Borgna

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