Archive for: novembre, 2015

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Riscrivere: 5 passi con trucchetto

Nel mio post precedente dicevo che aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, perché bisogna vincere qualche resistenza. L’esempio era quello di Federica, l’ex avvocata che aspira a diventare magistrata: lei conosce benissimo la sua materia, ma ha difficoltà a dare uno schema semplice e una forma leggibile e comprensibile ai temi che deve scrivere per il concorso.

In questo post ti racconto come ho fatto a vincere le sue resistenze e a convincerla che la strada era una: né aggiustare né fare modifiche su modifiche, ma riscrivere tutto.

Se elimini il caso specifico (Federica) e inserisci la situazione in cui ti trovi o potresti trovarti tu seguendo un tuo cliente, puoi applicare questo processo con ottimi risultati. Sono sicura 🙂

Un processo, 5 passi (e dentro un trucchetto)

1. Leggere ad alta voce

Questo non è sempre un bel momento, lo ammetto. Perché un conto è leggere silenziosamente nella propria testa, un conto è sentire le proprie parole lette da qualcun altro. Un qualcuno che non è innamorato delle nostre idee come noi, che non si raccapezza nei nostri periodi lunghissimi e che gode (come nel mio caso) nell’usare l’intonazione giusta per far apparire il testo sciatto e senza personalità. Però questo è un passaggio fondamentale per rendersi conto che certi periodi proprio non fluiscono, che nel nostro testo ci sono degli inciampi, che certe parole messe una accanto all’altra provocano parecchio fastidio (la comunicazione dell’effrazione ha lo stesso suono delle unghie sulla lavagna, per capirci).

Output: rendersi consapevoli che quando scriviamo dobbiamo pensare a come facilitare la lettura e la comprensione di chi ci legge. Scrivere pensando a chi legge.

2. Capire qual è l’obiettivo del testo

“Che cosa volevi dire con questo testo? Dimmelo con parole tue: io qui volevo dire che…”, ho chiesto a Federica. Anche questo non è sempre un bel momento. Ma ormai è chiaro che un po’ di scombussolamento ci vuole, se si vuole uscire dal loop della noiosa pratica quotidiana della scrittura per tirare a campare. Chiarirsi qual era l’obiettivo del nostro scritto è utile perché di solito porta allo scoperto che o era confuso (mi sembrava di dover spiegare che, ma poi ho capito che e alla fine ho detto che) o era fuori misura: se gli obiettivi di un tema di tre pagine sono 5 (come nel caso di Federica) qualcosa non funziona. L’obiettivo è meglio che sia uno e che tutto il sistema concorra ad argomentarlo.

Output: rendersi consapevoli che prima di scrivere dobbiamo interrogarci sul perché vogliamo/dobbiamo scrivere il nostro testo. Scrivere pensando all’obiettivo.

3. Capire qual è la struttura del testo

Altro tasto dolente perché, spesso, scriviamo senza dare un ordine preciso agli argomenti, ma buttiamo giù “come ci viene”: questo soprattutto quando siamo sicuri della nostra materia (come nel caso di Federica). Quindi niente scaletta o mappa mentale e una frase dietro l’altra.

La struttura invece è fondamentale perché:

  • ci permette di argomentare con chiarezza
  • ci evita di perderci dei pezzi per strada
  • ci evita di sbrodolare su alcuni temi e andare troppo veloci su altri.

Insomma: niente obiettivo del testo -> niente struttura (un male tira l’altro, come le ciliegie).

Output: rendersi consapevoli che, una volta stabilito l’obiettivo, dobbiamo disporre gli argomenti secondo un criterio. Scrivere seguendo una struttura.

4. Scrivere l’abstract invisibile (trucchetto)

Questo punto dipende direttamente da quello precedente. Se ho stabilito l’obiettivo del mio testo (in questo scritto voglio parlare di … soffermandomi soprattutto su…), ho dato una struttura ai miei argomenti (prima spiego questo, poi entro nel particolare, poi aggiungo un esempio e chiudo ribadendo che…), bisogna che mi crei un punto di appoggio, un’àncora.

Quella a piramide rovesciata è spesso la struttura degli argomenti più efficace perché pone al primo posto la tesi/il punto importante/la notizia e lascia l’approfondimento ai paragrafi successivi. Si trova sui giornali; si usa per informare, comunicare, spiegare. Di solito non si adopera nel caso dei testi persuasivi, cioè quelli in cui vogliamo arrivare a convincere chi ci legge di una nostra idea. In questi casi la ciliegina la lasciamo per la fine. Di solito non ne vogliono sentir parlare gli avvocati perché ritengono che svelare subito il colpevole (appunto) bruci l’interesse di chi ascolta/legge e nuoccia alla portata persuasiva dell’argomentazione (di solito questa è la tesi degli avvocati penalisti, coi civilisti se ne può discutere).

Io ho trovato un ottimo compromesso che, nel caso di Federica, ha poi funzionato alla grande: scrivere l’abstract e alla fine del tema cancellarlo. Niente di più semplice.

Ho suggerito a Federica di scrivere subito che cosa vuole sostenere con il suo tema e su quali punti si appoggerà la sua argomentazione. Questo abstract aiuta a non perdersi durante lo svolgimento: questa cosa che sto scrivendo c’entra con ciò che ho promesso all’inizio? Se parlo di questo, rispetto il mio obiettivo? Se scrivo questo qui e non dopo, svirgolo la mia struttura degli argomenti o sostituisco semplicemente un punto con un altro?

Alla fine del tema, quando tutto è a posto, il testo scorre e tutti i punti sono stati toccati, l’abstract sparisce. Ma non sparisce l’ordine che Federica ha dato, una volta per tutte, al testo.

E sono sicura che arriverà un tempo in cui l’abstract lo si lascerà e se ne gioveranno tutti: chi scrive per non perdere la bussola e chi legge per avere subito la chiave di lettura del testo.

Output: rendersi consapevoli che avere una guida ci serve per non tenere il timone dritto. Scrivere aiutandosi con qualcosa di concreto.

5. Esercitarsi (non da soli, all’inizio!)

Questo è l’ultimo punto, ma forse è quello più importante. Per imparare a scrivere in maniera più chiara occorre scrivere e riscrivere lo stesso testo tante volte, con la supervisione e l’incoraggiamento di qualcuno che, ogni volta, ti spiega dove sei stato prolisso, dove potevi essere meno contorto e, soprattutto, ti fornisce un’alternativa. Con Federica è andata così: lei riscriveva uno dei temi, me lo spediva, io lo studiavo, fornivo le mie proposte di riscrittura di alcuni pezzi e insieme, su skype, discutevamo sul risultato.

La sfida era quella di riscrivere in maniera più semplice e chiara, ma salvaguardare al massimo il contenuto tecnico. Quindi certi tecnicismi restavano, certo, ma la maggior parte delle parole usate solo perché auliche o altisonanti sparivano come neve al sole. Così come l’attorcigliamento sintattico che sostituivamo sistematicamente con frasi più brevi. Così come i verbi passivi che per magia diventavano attivi.

Output: rendersi consapevoli che scrivere in maniera più chiara è un processo lento, ma inesorabile. Scrivere pensando che scrivere è sempre, molto, riscrivere.

foto di Marco Borgna

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Riscrivere un testo: se bisogna convincere il cliente

Chi scrive per lavoro lo sa: spesso abbiamo a che fare con testi già scritti dal cliente o da “suo cugino”. Il nostro compito facile è buttare tutto e ricominciare da capo, quello difficile è convincere, prima, il cliente che i testi così non vanno, che non basta cambiare due virgole e che è proprio riscrivere la parola magica. Ci vuole tanta pazienza, e anche un buon metodo.

Faccio un esempio.

Federica è un’avvocata di 33 anni che, dopo qualche anno di lavoro speso a difendere molto e guadagnare poco, si è rimessa a studiare, ha superato un concorso ed è stata assunta dall’Agenzia delle Entrate. E poi si è iscritta di nuovo all’università e veleggia verso la seconda laurea, in economia. Ma, soprattutto, Federica ha una fissazione, come la chiama lei. Vuole diventare una magistrata.

Quando è venuta da me mi ha detto: io studio tantissimo e conosco la materia in ogni sua sfumatura, ma quando scrivo tutto quello che so si perde, ci deve essere un problema nella mia scrittura, faccio qualche sbaglio, prendo strade senza uscita.

L’esame per entrare in magistratura richiede il superamento di un concorso nel quale gli aspiranti magistrati si cimentano con tre temi: uno di materia penale, uno di materia amministrativa e uno di materia civile. Per superare l’esame, bisogna prendere la sufficienza nei temi, insomma.

I titoli sono del genere: I criteri di riparto della giurisdizione in materia di risarcimento del danno e di tutela possessoria. Bleah.

Che io ci vada a nozze a riscrivere testi in legalese-buricratese-amministrese è cosa risaputa, ma questa di Federica è stata una bella sfida. Fatta a colpi di svelamento progressivo del colpevole.

Una scrittura troppo povera?

Le ho chiesto di portarmi un suo tema e almeno un paio di quelli che avevano superato il concorso perché volevo leggere con calma, ma la chiave per risolvere il caso Federica me l’ha servita subito, con questa frase: ma come hanno fatto a passare il concorso, questi? Leggi il loro tema, guarda quanto è semplice, quasi povero, quello che scrivono.

Ta daaaaaaa!

La commissione aveva premiato i temi che a Federica potevano sembrare “poveri”, ma che in realtà dell’argomento in questione trattavano un aspetto e lo esponevano nel modo più chiaro, seppur tecnico, possibile.

La professoressa Bice Mortara Garavelli (che amerò per sempre perché è stata la maestra insuperata di tante delle cose che so e perché ha scritto questo libro) sostiene che nelle professioni legali – e non solo – scritti involuti riflettono in realtà idee contorte*: ecco, la commissione aveva usato proprio questo principio per valutare i temi, premiando chiarezza di idee e schematicità di impianto.

Insomma, mi è stato subito chiaro che il colpevole nel nostro caso era la scrittura involuta, attorcigliata, strapiena di tecnicismi e di fossili sintattici e lessicali (definizione della professoressa Garavelli).

Quello che mi restava da fare era convincere anche Federica del fatto che il colpevole fosse proprio “quel” colpevole. E che riscrivere da capo fosse l’unica via percorribile.

Abbattere le resistenze

Aiutare qualcuno a ripensare il testo che ha scritto per renderlo più a misura di lettore è un processo delicato, bisogna vincere qualche resistenza. Il premio in palio, però, è qualcosa di molto intrigante: fornire la consapevolezza degli errori che si compiono e soprattutto gli strumenti per non commetterli più.

Quali sono le resistenze che devi vincere quando un cliente (ma anche tuo figlio, un collega, un’amica) ti chiedono aiuto?

Mi vengono in mente queste:

  • a lasciar andare uno scritto di cui magari è innamorato: quando rileggiamo un nostro testo ci sembra sempre che tutto fili via liscio e non riusciamo a riscrivere niente
  • a riconoscere che può usare modi più semplici, e quindi più fluidi, per esprimere uno stesso concetto: spesso ci dà fastidio abbandonare certi termini tecnici che reputiamo comprensibilissimi, ma che sottoposti alla prova del lettore non funzionano
  • ad ammettere che anche se scrive per un pubblico di competenti in materia, deve fare ogni sforzo per rendere semplice la lettura e la comprensione del suo testo.

Nel concreto, come si fa a vincere queste resistenze? Nel caso di Federica, come ho fatto?

Leggilo nel mio prossimo post, dove ti racconto i 5 passi che uso io.

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*Se ti interessa approfondire l’argomento, leggi le Le parole e la giustizia. Non è un libro da spiaggia, ti avverto, ma è quanto di più interessante sia stato scritto in Italia sul linguaggio degli operatori del diritto.

foto di Marco Borgna