Archive for: aprile, 2015

La scrittura parte dal sorriso (uno)

La scrittura parte dal sorriso (uno)

Scrittura? Via la scaletta

Io non ho mai sofferto di panico da pagina bianca – e questo l’ho già detto e scritto varie volte – ma spessissimo vedo quel vuoto negli occhi verdi della mia decenne quando deve scrivere un componimento.

Ada mi ha già spiegato con poche, concise e chiare parole che scrivere non le piace per niente – e io me ne sto facendo, piano piano, una ragione – e sono convinta che tanto del suo disappunto derivi dalla fase iniziale, da quel momento in cui fissa il foglio e si sente sola.

L’anno scorso le ho fatto provare il piacere di iniziare con una mappa mentale e ogni tanto la usa. La maestra però la invita a usare la scaletta e io vorrei evitare di disallinearmi con una insegnante che peraltro è davvero ottima. Quindi abbozzo.

Ma qui lo urlo. LE SCALETTE NON SERVONO A UN CACCHIO DI NIENTE, IN PARTENZA!

Le scalette mettono in fila, danno un ordine prima/dopo anche se le buttiamo giù senza in realtà voler attribuire una diversa priorità ai punti elenco.

Se usiamo le scalette all’inizio, ci castriamo da soli, perché cerchiamo di dare un ordine a una materia che, se va bene, è vischiosa e disordinata, se va male, nemmeno esiste ancora.

Come faccio a dare un ordine all’inesistente? Come?

All’inizio è meglio buttar giù, disegnare, scribacchiare qualche frase o pensiero, occupare quello spazio bianco che abbiamo davanti e che sembra inghiottirci. Non dobbiamo sederci e dire: adesso scrivo. Non ci riusciremo mai. I nostri figli non potranno mai farlo e, ogni volta, saremo noi a dover dettare (dico qualcosa che riconosci?).

Noi temiamo quel bianco iniziale perché (rendendocene conto o meno) lo vediamo come un vuoto pneumatico che ci impedisce di pensare, di muoverci, a volte anche di respirare.

Scrittura? Una caccia al tesoro

Un bel capovolgimento potrebbe essere quello di visualizzare il bianco come una pellicola che in realtà nasconde dei tesori. Lì, sotto quella coltre morbida, ci sono già i germogli: i pensieri sono al caldo, basta scoprirli.

Alziamo un lembo e cosa troviamo? Che forma vediamo? Di che colore?

Insomma, il processo di ideazione di un componimento e poi di scrittura può diventare una caccia al tesoro, un processo di progressivo disvelamento di idee, fatti, profumi, luoghi e sensazioni che già ci sono, sono solo coperti.

Io credo fortissimamente nel nostro potere di autoinfluenzarci.

Se ogni volta che dobbiamo scrivere iniziamo a dirci frasi del tipo “io proprio sono negata”, “di nuovo quel supplizio”, “quanto vorrei non dover più fare una cosa simile”, be’, ce la scaviamo da soli la fossa.

Se invece quando ci sediamo (o ci allunghiamo sulla pancia) per scrivere, ci stampiamo sul volto il sorriso e il gusto della sorpresa che ci colgono quando troviamo il tesoro, cambiamo il segno a quell’istante, forse per sempre. Le volte dopo aspetteremo il momento della scrittura impazienti, ce lo pregusteremo.

In principio ci obbligheremo a sorridere, poi ci verrà spontaneo: non ci è già successa mille volte un’esperienza simile? Col cibo, con degli esercizi di rilassamento, addirittura con alcune persone?

All’inizio ci infiliamo una supposta, poi diventa una sana abitudine, alla fine aspettiamo che arrivi quel momento.

Prima è necessario “trovare” il materiale, dopo gli diamo un ordine: se noi ci immergiamo con il sorriso nella caccia al tesoro, di sicuro, ma proprio sicuro, la scaletta viene naturale.

La scrittura non parte dalla scaletta, ma dal sorriso.

A questo proposito, niente è più efficace dello spezzone del film Benigni “La Tigre e la neve” dove lui parla di poesia.

Io ho deciso di farlo vedere alla decenne, al prossimo tema, perché predica un concetto a me caro, la gioia. Non so tu, ma io non sono proprio stata tirata su a pane e felicità e ho deciso di cambiare rotta, quando riesco, con i miei figli.

Sulla scuola è dalla prima elementare che ci lavoro, perché di una cosa mi sono accorta: che le parole “gioia” e “scuola” non le mettiamo mai vicine, mai, nemmeno per sbaglio. Ora, lo so che a proposito della scuola italiana c’è ben poco da stare allegri, ma qui parliamo di noi, dei nostri figli e del potere che hanno le parole di creare la realtà.

Finché dipingeremo la scuola a tinte grigie se non nere, i nostri figli continueranno a viverla come una cosa pesante; se inizieremo noi a inserire qua e là del colore, anche loro si sentiranno più leggeri.

Nessuna predica, per carità, racconto solo delle mie scelte di mamma di due bambini.

Ogni mattina, davanti a scuola se li accompagno io o prima che scendano le scale se li accompagna Marco, io chiedo loro: “che cosa è obbligatorio fare a scuola ogni giorno?”. I due alzano gli occhi al cielo e mi rispondono insieme: “divertirsi almeno un po’”.

Sarò una mamma strana, ma credo che sia il nostro approccio alle cose che le fa diventare nere oppure gialle-chupa chupa, e se instilliamo nei nostri bambini almeno il dubbio che a scuola ci sia anche solo un po’ di materia da sorriso, bè, avremo reso la loro vita molto più bella.

La scuola per me è sempre stata solo e sempre un dovere: ero una secchiona, ma niente (a parte scrivere) mi veniva fuori gratis: studiavo un sacco, mi alzavo a degli orari impossibili la mattina, ero costantemente catturata dall’ansia del voto e della performance. Un incubo.

Ma come sarebbe cambiata la mia vita se mia mamma mi avesse lasciata andare ogni mattina con un bacio e un “divertiti!”? Come sarei adesso? Quanto soffrirei di meno per i pesi e le sofferenze che, se anche non esistono, io sono bravissima a scovare?

Sulla vita dei miei figli ho ancora qualche piccolo margine, e vorrei usarlo 🙂

Fine parte uno.

Qui la seconda parte.

***

Per la cronaca: la scoperta del video di Diego Caristiato su come creare una mappa mentale per studiare lo devo al portale creato dalla super-mamma di una bambina dislessica.

foto di Marco Borgna

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Scrivere è un lavoro di stecca (e di nuovo sui clienti)

Alessandro l’ho conosciuto a un corso: mi ha chiesto se mi poteva contattare per rifare i testi del sito del suo albergo, a Pietra Ligure. Vari mesi dopo mi ha scritto perché, davvero, voleva che lo facessi. Ci siamo accordati e i lavori sono partiti.

Per prima cosa gli ho fatto compilare una scheda dove gli chiedevo perché rifaceva il sito, quali erano i suoi obiettivi per quest’anno, quale era la sua tipologia di clienti attuale e se voleva raggiungerne anche una diversa: insomma, tutte quelle domande utili a inquadrarti nella storia del tuo cliente. In più l’ho invitato scrivermi le parole e le immagini che gli venivano in mente pensando al suo albergo. La risposta è stata: “Una struttura semplice ma curata (parole), io che faccio il gelato al pistacchio (immagini)”. Insomma, non erano gli effetti speciali che voleva, solo un modo di parlare ai clienti che uscisse fuori dagli schemi noti.

Quello che mi stuzzicava molto era la libertà fiduciosa che nelle mail e nelle telefonate Alessandro mi lasciava ed è forse per questo che le mie parole sono fluite fuori facili e leggere. E a quel punto ho capito che bisognava fare una prova.

I Francesi dicono se tutoyer: darsi del tu per significare entrare in confidenza. Ecco, il mio modo di scrivere stava diventando davvero tutoyant! Ma l’albergo non era il mio, non ero io che ci mettevo la faccia, ma Alessandro. E se non si fosse riconosciuto nel lessico, nel tono, nel mood che avevo in mente?
La prova è andata così:

cahat 1

chat 2

Adesso il sito è on line e l’unica cosa davvero importante sarà capire se funziona o meno rompere lo schema della comunicazione tradizionale albergo-cliente fatta di frasi fatte e formule standard.

Ma la considerazione che voglio proprio tanto fare qui è questa: col cavolo che i testi fluiscono fuori con grazia innata, se non ti sei fatta un culo quadro prima!
Ma sai da quanti anni lavoro sulla leggerezza della scrittura? Sai la fatica a scrivere e riscrivere mail di bancari, circolari di amministratori pubblici, report di auditor?

Prima cosa: scrivere ti deve piacere e ti deve piacere fin da piccola. Io alle elementari volevo fare la parrucchiera, poi ho scoperto il foglio bianco e la stilografica e boom, il danno si è prodotto.
Seconda cosa: l’allenamento costante è fondamentale. Ho in mente gli anni di riscaldamento alla sbarra, quando praticavo la danza classica. Non che volessi fare la danzatrice né che avessi mai avuto il fisico da, ma la danza è stata una disciplina del corpo e della mente molto seria che si componeva di allenamenti due volte alla settimana e della lezione di “perfezionamento” la domenica mattina.

Ore di plié et grand plié, di arabesques che ti tiravano la schiena e pirouettes che ti facevano perdere l’equilibrio. E fai e rifai, cadi e rialzati.

Questo straordinario allenamento mi ha accompagnata fino ai 18 anni, le traduzioni delle versioni di greco fino ai 19 (certo che anche quelle…), ma l’amore per i fogli bianchi non ha ancora smesso di starmi vicino ☺

Insomma, l’attitudine a fare, correggere e rifare è stata quella che mi ha aiutato in questi anni di scrittura e riscrittura. Anni di sforzi utili a trovare la fluidità in un pensiero tortuoso, la formula più chiara e semplice anche là dove non sembrava possibile (vedi certi testi che provenivano da una compliance aziendale o da un parere di un ufficio legale); anni di prima e dopo fatti insieme a intere aule animate dal più fiero “da noi semplificare non si può”.

Questo per dire che il fluire senza ostacoli della scrittura non è gratis.
Prima di scrivere, penso io, è importante imparare a riscrivere, a cimentarsi con testi complicati, spesso inutilmente difficili, a volte volutamente ostici.

Sull’esercizio alla sbarra quotidiano, si fonda il testo che scorre e che suona naturale.

Perché il piacere di fare una pirouette doppia lo si può provare solo dopo aver provato cento volte e farne, bene, una singola (non che a me sia mai venuta sul serio una pirouette doppia, sia chiaro!).

***

Completamente off-topic: sulla vita dura dei piedi di una (vera) ballerina, ho scritto questo racconto, ospitato da galliziolab.com

foto di Marco Borgna