I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie

I clienti sono come le ciliegie: vanno scelti a uno a uno. Figurati se di questi tempi dico un “no” (mi viene l’ansia anche solo a scriverlo). Questi pensieri controversi me li ha scatenati Ivan Rachieli.

Ivan è uno che per leggerlo devi scorrerlo parecchio, e ne vale la pena 🙂
Nella sua newsletter di stamattina parla del casino che riusciamo a fare noi freelance quando l’ansia ci coglie e ci sembra che un “no” a un cliente proprio non possiamo dirlo. Soprattutto, parla di quando non ci diamo retta, ma lo sappiamo bene che quel cliente non fa per noi. Quanto ha ragione?

Anni fa una psicologa mi ha suggerito: “lei abbia fiducia nella sua voce interiore. Quando le parla e le dice che sì o che no, le dia retta. Impari a darsi retta”. La voce interiore io la visualizzo nella pancia e quindi spesso mi sembra più giusto dare retta a un pensiero che si forma nel cervello, piuttosto che a un moto che mi avverte nelle viscere.

Il problema è che le mie viscere ci arrivano prima, a capire certe questioni. I miei frequenti mal di pancia instaurano con me un dialogo serrato ed è per questo che faccio l’equazione: voce interiore = voce della pancia.

È un peccato di orgoglio se dico che a me piacciono i clienti che vogliono me, non una che fa le cose che faccio io?

Ecco cosa mi ha scritto un cliente al quale ho fatto un’offerta di 637 euro (+ IVA):

Per quanto riguarda la tua offerta, ti dico che mi ero prefissato un budget di 500 € (più iva), ma si sa, i budget sono fatti per non essere rispettati (almeno io lo faccio sempre).

Quindi partendo dal presupposto che ci terrei molto a collaborare con te e vorrei che questi testi siano creati da te, ti chiedo un piccolo sconto (chiamiamolo uno sconto fan); facciamo 600 più IVA? (senza eliminare servizi dall’offerta?).

Questo si chiama parlare chiaro e con rispetto e certo che gli ho fatto lo sconto. Di corsa. Gli era chiaro che cosa voleva e da chi lo voleva fatto.

Certo, non si può pretendere che i clienti arrivino con già le idee nere su sfondo bianco, impaginate e numerate: si può lavorare in due anche sull’analisi dei bisogni in modo da chiarire un’esigenza che magari si intravede, ma che è ancora confusa. Il problema nasce sul chi lo fa. Se uno vale l’altro o se “pensavo di pagare di meno” o se “il nipote della mia collega scrive molto bene e mi ha chiesto la metà”, la contrattazione, oso dire, diventa problematica.

Mi sembra che sotto non ci siano le basi per raggiungere un accordo, perché manca quella fiducia che è fondamentale per fare un lavoro soddisfacente per entrambe le parti. Per fare un buon lavoro ci vogliono due elementi: un professionista competente e flessibile e un cliente che si fidi e si affidi. Come si fida del dentista, del notaio, del farmacista.

Oggi che grazie alla rete lavoriamo molto alla luce del sole, cercare il professionista che fa per te è più semplice, se sei un cliente: scorri veloce le tracce che lascio sul web, dai un’occhiata al mio blog, insomma, hai modo di annusarmi e magari anche di capire che no, non la pensiamo alla stessa maniera su certi temi e che non ti vado. Bon, chiusa lì.

Il contrario, per noi freelance, pare più arduo perché tutto è falsato a monte: in tempi come questi ti permetti di scegliere i clienti?

Eh.

Certo che non puoi avere la puzza sotto il naso, ma se pensi a come ti devi fare in quattro se prendi il cliente del mal di pancia e poi le grane arrivano (e arrivano sempre), forse è meglio che ti fai forza prima e rifiuti. Ha ragione Ivan quando dice che, poi, non gli concedi l’attenzione che devi e non fai il tuo lavoro con l’amore che serve (sei troppo un figo, Ivan!).

Perché sei sul chi vive tu e sta sulle spine lui, e così non si va da nessuna parte. Se ci si scioglie consensualmente va bene, certo, ma quante volte succede? Non accade più spesso che una delle due parti dia all’altra il benservito?

Ecco, appunto; e dopo, come ci si sente?

Secondo me la pancia andrebbe sopravvalutata.

ps Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio caldamente il corso di Marco Brambilla su Stime, preventivi e negoziazioni: lì di clienti se ne parla, eccome!

foto di Marco Borgna

2 commenti

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  1. Molto d’accordo!
    Io sono alle prime armi, ma già ho avuto diversi “mal di pancia” che io chiamo “emboli”.
    Ovviamente se tu (mi lancio, perdonami se sono così diretta) hai mal di pancia a dire no, pensa noi che dobbiamo iniziare e manchiamo di:
    esperienza
    pratica
    mentre abbondiamo di:
    paure
    tensioni
    dubbi
    Un no è… per sempre e il terrore è ” e se perdo il cliente”?

    Eppure, dopo quasi un anno di scritti, lavori di analisi, preparazione di ppt per public speech, strategie di gestione profili social fatti in seguito a entusiastici “Sì certo, preparami qualcosa” che immancabilmente si risolvono in “No, per ora mettiamo il progetto in stand by” ho iniziato a dire “NO”.
    Magari, non è ancora chiaro e convinto, ma per lo meno è un “Ok, scrivimi cosa vuoi e vediamo”, per cui ho iniziato a tagliare le ore e ore di ascolto, di ricerca e di conseguente produzione di progetti che restano poi fermi.
    Sto imparando a diventare più “conservativa”….e non pensavo che ci sarei mai arrivata, ma devo dire che mi fa sorridere e mi aiuta a proteggere il mio stato mentale. E non è poco.

    • Cristiana, potrebbe aiutarci tutte il pensiero che un “no” non è per sempre: a volte le persone si ritrovano per strane coincidenze che chissà se sono poi coincidenze. Credo che, a parte certi “no” sacrosanti, tuto il resto si possa recuperare.
      Sul taglio delle ore di ascolto e di “investimento” (non lo chiamiamo forse così?) sono d’accordo al 100%: basta buttare energia in ogni direzione. Siccome è una fonte esauribile, è meglio scegliere. Sulle paure, le tensioni e i dubbi, accidenti, non cambia mai 🙂 E mille grazie.