Archive for: dicembre, 2014

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (uno)

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (uno)

Ci sono certi testi, certi discorsi, certe affermazioni che sono efficaci non perché contengono contenuti interessanti o originali, ma perché sono costruiti in modo da lasciare spazio a chi li ascolta o a chi li legge.

Costui o costei riempie lo spazio con propri significati, valori ed esperienze e compartecipa così alla costruzione del testo nella sua interezza. È una cosa che il nostro cervello fa in automatico: di default costruisce storie là dove trova elementi sparsi e ne riconosce una più o meno reale congruenza.

Questa tendenza a riempire i vuoti ce la portiamo sempre in giro e la applichiamo quotidianamente: ogni volta che diciamo che abbiamo capito anche se non è così, che ci è chiaro anche se non lo è, ogni volta che ascoltiamo o leggiamo e in automatico cerchiamo il modo di ricondurre le parole dentro una cornice di significato. Insomma, magari non è proprio tutto lampante, ma ci diamo da fare perché lo diventi: se al puzzle manca la coroncina, una scarpetta e un pezzo della zucca-cocchio, capiamo comunque benissimo che si tratta di Cenerentola, no?

Semplificando un po’, il principio di cooperazione di Grice è ciò che ci aiuta a vivere con gli altri senza aver bisogno, per capire e quindi agire, di leggere o ascoltare solo frasi corrette, coese e coerenti; la nostra tendenza e riempire i buchi e a trovare nessi ci trasforma in autentici creatori di storie.

La pubblicità se ne serve per guidarci a comprare i prodotti e gli sceneggiatori per farci passare ore meravigliose in un cinema buio o davanti a una serie TV da sballo, ad esempio.

Ma anche la politica ne può sfruttare le potenzialità quando vuole trasformarci in coautori di un testo (in senso ampio del termine), cioè farci assumere parte delle responsabilità che di solito preferiamo ribaltare del tutto sulle spalle di chi abbiamo, più o meno, eletto. Quando ci chiede di partecipare alla creazione di un significato più alto che poi ci impegni a crederci un po’ tutti quanti.

Proprio riflettendo su questo, ho analizzato il contenuto di un brevissimo video (di un po’ di tempo fa) in cui la ministra Maria Elena Boschi risponde alle domande dei giornalisti su un tema di certo non nuovo: il disaccordo interno al PD a proposito delle riforme del lavoro e dell’articolo 18 in particolare.

La neurolinguistica ci dice che l’uso studiato di parole generiche, la mancanza di riferimenti, l’eliminazione dei soggetti e gli accostamenti arbitrari di causa ed effetto fanno in modo che sia chi ascolta il discorso a ricontestualizzare, creare link di significato, dare senso e coerenza a ciò che ascolta. In base a ciò che pensa, fa e, soprattutto, desidera.

Nel discorso che ho analizzato Elena Boschi usa espressamente questi meccanismi linguistici o è un puro caso? Quello che so per certo è che noi tutti, lì dove abbiamo la possibilità di mettere del nostro, lo mettiamo. Il detto “offri un dito e ti prendono il braccio” è perfetto: ci dicono qualche parola vaga, vediamo qualche immagine e subito ci mettiamo a scrivere una sceneggiatura.

Per questo i film ci piacciono tanto: perché un pezzo ce lo scrivono, un pezzo lo creiamo noi.

Naturalmente bisogna poi misurare l’efficacia di un discorso come quello della ministra sul target diretto (compagni di partito) e su quello indiretto (italiani che votano). Ma su questo ci vorrebbe un capitolo a parte 🙂

Visto che scrivere in maniera lineare avrebbe fatto sembrare il mio post un saggio noioso, ho pensato di mostrarvi i miei appunti e ho inserito sotto a ogni tavola la versione alternativa. Cioè le parole che avrebbe potuto dire la ministra se avesse voluto essere precisa e puntuale e rispecchiare i pensieri che in quel momento probabilmente le vorticavano in testa.

Dopo le mie tavole finisce la prima puntata. Qui c’è la seconda.

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Tutto quello che dico lo dico con spirito da entomologo che sta classificando le ali di una farfalla, non so che cosa pensasse davvero la ministra Boschi (chiaro).

La neurolinguistica è una “roba” meravigliosa e la auguro un po’ a tutti 🙂 Se vi va di approfondire, qui potete scaricare gratis uno dei libri migliori che è stato scritto in Italia sul rapporto tra neurolinguistica e scrittura (La magia della scrittura).

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Testo originale tratto dal video

(clicca per ingrandire) Testo originale tratto dal video

Uno

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 1

Dice: vogliamo tutti che il nostro Paese vada avanti, entri nel futuro: le riforme lo permetteranno, quindi le portiamo avanti con convinzione.

Avrebbe potuto dire: cari compagni di partito, la riforma del mercato del lavoro non la molliamo nemmeno morti.

Miei appunti - Due

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 2

Dice: ammettiamo che nel PD alcuni non sono d’accordo con ciò che proponiamo, ma, quando serve, serriamo i ranghi.

Avrebbe potuto dire: tutti a dire no! Non se ne può più, davvero.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - Tre

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 3

Dice: rimanere uniti è ciò che ci hanno chiesto per anni i dirigenti nel nostro partito, facciamo vedere che abbiamo capito.

Avrebbe potuto dire: rimanere uniti è quello che ci riesce peggio perché proprio non siamo abituati, preferiamo farci la guerra e affondarci a vicenda, come l’esperienza dimostra. #ecchecavolo.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - Quattro

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 4

Dice: noi tutti vogliamo il bene del Paese e ciò che cerchiamo di fare ha solo questo obiettivo.

Avrebbe potuto dire: noi cerchiamo di fare quello che possiamo, c***o, ma se continuate a metterci il bastone fra le ruote tutto è lungo, dilaniante, combattuto.

(clicca per ingrandire) Miei appunti - 5

(clicca per ingrandire) Miei appunti – 5

Dice: quello che cerchiamo di fare riguarda, certo, anche il mondo del lavoro e a noi piacerebbe abbattere le barricate tra lavorator e datori di lavoro.

Avrebbe potuto dire: siamo stufi di continuare ad attorcigliarci attorno alle vecchie questioni di lotta, classi sociali e capitale; vorremmo metterla su un piano diverso, tanto per cambiare. E andare avanti. #ecchecavolo

Qui la seconda parte.

foto di Marco Borgna

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (due)

Le parole che spingono a creare storie ed Elena Boschi (due)

Il linguaggio della vaghezza ha un suo perché? Bisogna essere sempre precisi e puntuali?

A queste domande ho provato a rispondere nel primo post, dove ho analizzato una dichiarazione rilasciata dalla ministra Elena Boschi.

Testo originale tratto dal video (clicca per ingrandire)

Testo originale tratto dal video (clicca per ingrandire)

Ciò che emerge è l’uso di un linguaggio votato all’indeterminatezza e all’effetto flou.

Il riassunto di ciò che dice è: qualcosa così importante come le riforme (genericamente intese) non può fermarsi perché alcuni (situati da qualche parte all’interno del partito) esprimono pareri contrari. Tutti (cittadini in generale e compagni di partito in particolare) possono capirlo. Restare uniti per il bene del Paese (genericamente inteso) è quello che ci hanno chiesto per anni (ognuno pensi a chi glielo ha detto e quante volte lo ha sentito) e adesso (indeterminato tempo presente) è arrivato il momento di mostrare che abbiamo capito (ognuno pensi che cosa). Il tema del lavoro (genericamente inteso) è al centro delle questioni e, se ci teniamo al bene dell’Italia, facciamo stare insieme (qualsiasi cosa significhi) imprenditori e lavoratori.

Sento qualcuno pensare: ah! Ecco! Il vuoto di idee! La mancanza di obiettivi! Il nulla cosmico nella testa della ministra e del governo tutto!

ALT

Un passo indietro.

Il linguaggio, nelle sue infinite manifestazioni, possiamo riconoscerlo come preciso oppure volutamente indeterminato. Dico riconoscerlo perché a monte c’è sempre un progetto, un obiettivo portato avanti da chi parla o scrive e più siamo attenti nell’analizzare le parole più questo obiettivo ci diventa chiaro.

Se chi parla o scrive ha come obiettivo primario quello di farsi capire al primo colpo, è chiaro che userà un linguaggio quanto più preciso, chiaro e univoco possibile: un medico che parla di una terapia, un’astronauta (al femminile in onore di Samantha) che deve capire come si spegne il fuoco a bordo, un cittadino che voglia capire come pagare le tasse. Razionalità e poco altro.

Se però l’obiettivo è quello di persuadere qualcuno (pochi o tanti), ecco che chi parla o scrive cercherà di mettersi in contatto con la parte emotiva del suo destinatario e quindi non userà comunicazioni unidirezionali o proclami, ma “movimenti” verso. Movimenti di avvicinamento verso i pensieri e i desideri del destinatario che non si possono conoscere in maniera precisa, ma si possono evocare, suscitare, far emergere usando un linguaggio volutamente vago.

La vaghezza non è quindi da archiviare subito sotto la categoria “vuotaggine”. La vaghezza è una calamita fortissima perché fa in modo che chi ascolta o legge se la cucia addosso e la trasformi in ciò che preferisce.

La pubblicità insegna: il “benessere del mattino” che cosa vuol dire in sé? Abbastanza niente (lo so che non si dice, è per capirci). Ma è ciò che significa per ognuno di noi che conta e che ci muove all’acquisto.

E nella vita di tutti i giorni pensiamo all’effetto che sortisce su di noi una frase come: “ah, ti devo parlare”. Apriamo mondi, sprechiamo ipotesi, ci asciughiamo perline di sudore, ci lecchiamo i baffi… tutto facendoci il nostro personale film.

Il linguaggio dell’indeterminatezza agisce nella testa di chi ascolta chiedendogli cooperazione, chiedendogli di partecipare a un lavoro bellissimo di co-creazione del significato.

Nel suo discorso, Elena Boschi chiede a chi ascolta: pensa alle riforme che ritieni più importanti per te (scuola, lavoro, costituzione…); a quello che per te è il bene del Paese (avere una PA più snella, vedere il PD governare a lungo, riportare credibilità all’Italia… ); a ciò che per te vale di più difendere quando parliamo di lavoro. Ecco, anche per me e per noi sono temi importanti: se restiamo uniti, lavoriamo tutti alla realizzazione del medesimo obiettivo.

Il meccanismo è questo: che sia efficace o no, o quanto sia efficace, bisognerebbe verificarlo caso per caso (e qui non me ne occupo).

Certo è che se la ministra avesse preferito togliersi i sassolini dalle scarpe e andare diritta sul bersaglio, avrebbe potuto spogliarsi del sorriso e della pazienza e usare la versione alternativa (l’ho inserita anche sotto le mie tavole nella prima parte del post):

1) cari compagni di partito, la riforma del mercato del lavoro non la molliamo nemmeno morti

2) tutti a dire no! Non se ne può più, davvero.

3) rimanere uniti è quello che ci riesce peggio perché proprio non siamo abituati, preferiamo farci la guerra e affondarci a vicenda, come l’esperienza dimostra. #ecchecavolo.

4) noi cerchiamo di fare quello che possiamo, c***o, ma se continuate a metterci il bastone fra le ruote tutto è lungo, dilaniante, combattuto.

5) siamo stufi di continuare ad attorcigliarci attorno alle vecchie questioni di lotta, classi sociali e capitale; vorremmo metterla su un piano diverso, tanto per cambiare. E andare avanti. #ecchecavolo

A qualcuno piacerà di sicuro questa seconda modalità: diretta, spigolosa, ma chiara. Io dico che dipende dall’obiettivo: se vuoi alimentare un incendio e dare importanza a chi ha buttato il cerino (target primario, compagni di partito), sì. Se vuoi spegnere le fiamme e fare in modo di portarti a casa anche solo il beneficio del dubbio di chi ti ascolta (ricordarsi anche del target secondario, cioè i cittadini), allora va bene il linguaggio dell’indeterminatezza.

Quello che è interessante sottolineare è che la neurolinguistica fornisce chiavi di lettura molto interessanti e permette di andare a fondo nell’analisi delle parole che usiamo. E le parole non sono mai casuali. Le parole che usiamo parlano di noi, di come vediamo la realtà e di come, nella nostra testa, facciamo aderire la realtà a ciò che pensiamo di essa.

Le parole, che creano storie, le scegliamo noi.

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Per approfondire i temi della neurolinguistica, qui potete scaricare gratis uno dei libri migliori scritti in Italia sull’argomento (La magia della scrittura).

Foto di Marco Borgna

Analogico nel digitale: cartoline dal BTO2014

ll BTO (Buy Tourism Online) si è concluso da qualche giorno e sono davvero soddisfatta. Mi ha dato la possibilità di fare un esperimento di storytelling crossmediale piuttosto interessante ed è stato anche una bella festa iniziata col mojito insieme a Miriam il lunedì sera e finita col racconto di un avventuriero-motivatore il mercoledì pomeriggio. Ma che cosa voglio di più?
L’emozione la lascio al fondo del post, se no mi fermo e non vado più avanti (mi pare di sentire @gluca: c’è troppo pathos, qui).

Prendo il via da questo tweet di Giuliana Laurita

Già, che mestiere farà mai?

A monte c’è il perpetuo problema della ricerca della definizione univoca: alla domanda “ma tu che cosa fai” io rispondo a seconda dell’interlocutore e della situazione e così sono un po’ diversa tutte le volte. Ma forse è il fatto di cercarsi un’unica etichetta che non funziona più: in questi tempi di professionalità fluide ti scappa sempre un po’ di qua e un po’ di là la coperta del singolo “nome”.

E così, chi è lo storyteller? In realtà lo siamo un po’ tutti quando ci raccontiamo con un tweet, uno status o un post. Ma allora non esiste?

Io la penso così: lo storyteller non è una figura professionale (scusa, puoi mica darmi il numero di quella lì, che fa la storyteller…), ma è un professionista della comunicazione che maneggia con disinvoltura la narrazione e decide quali strumenti e quali canali usare a seconda dei contesti. Anche un giornalista, lo è, un fotografo.

Lo storyteller racconta quello che vede, capisce e sente e in qualche modo lo rielabora per lasciare la sua cifra. Può farlo twittando, girando un video, fotografando o può farlo inventandosi un format.

Alla base c’è che narra, trova il modo di far uscire la storia e di inserirla dentro un flusso. Il primo problema è questo: posso anche saper raccontare, ma, se non c’è nessuno ad ascoltarmi, svolgo un semplice esercizio di solipsismo. Secondo problema: il flusso grazie alla rete è assicurato, ma come faccio a farmi pescare e tirare su tra le cose che scorrono?

Io sono fortunata perché ho un esempio concreto molto recente.

Ho fatto parte del Social Media Team che ha raccontato il #BTO2014 e mi sono inventata un format: la cartolina. Il massimo dell’analogico inserito nel flusso digitale di un tumblr. La cartolina è qualcosa che ci siamo quasi dimenticati, ma io l’ho immediatamente associata al turismo (e quindi al BTO) e da lì a farmi venire l’idea di spedire cartoline da Firenze è stato un lampo.

Ho fatto stampare le cartoline (vuote) su un cartoncino di carta riciclata che le rende immediatamente cenestesiche: vi vien voglia di toccarle, cioè. Una volta riempite con i miei appunti, le ho fotografate con l’I-Phone, aggiustate con Snapseed e poi le ho pubblicate su tumblr.

Dietro a ognuna di esse si vede il fondo sul quale sono appoggiate. Scarsa professionalità? Ma nooooo! Una cartolina “deve” risultare appoggiata da qualche parte: non le scrivevate forse sul retro della valigia, sulla schiena dei compagni di viaggio, sul pavimento sporco del traghetto? Come può suscitarvi ricordi ed emozioni, se sa di standard e di leccato lontano un miglio? (Poi però, ai relatori, una volta tornata a casa, ho mandato le scansioni delle cartoline originali come ricordo).

Insomma, dal punto di vista estetico, gli eventuali difetti si sono trasformati in punti di forza; entrando nello specifico del contenuto, invece: se è vero, ed è vero perché lo dice Miriam Bertoli, che i contenuti fanno girare il mondo, come li ho declinati nelle cartoline?

La maggior parte degli appunti che ho preso e inserito nelle cartoline possano essere inseriti in altrettanti tweet. Il lavoro di sintesi che occorre è lo stesso: salvaguardare il succo di ciò che viene detto in quel momento e condensarlo in poche parole.

In più, sulle cartoline avevo la necessità di presidiare lo spazio: come facevo a sapere se i contenuti dello speaker sarebbero stati tanti o pochi, tutti interessanti o tutti facili da sintetizzare? Potevo dare la priorità ad alcuni argomenti, che magari capivo di più, a scapito di quelli a me meno vicini?

Chiaro che in un evento live come il BTO non potevo prepararmi prima, se non andando a dare un’occhiata ai cavalli di battaglia degli speaker che pensavo di seguire. Alcuni li conoscevo, altri li ho scoperti e grazie alla rete alcune info le ho raccolte. Ma il live è il live e un po’ di ansia da prestazione ce l’avevo: il relatore avrebbe ritrovato se stesso? Avrebbe apprezzato la scelta e il punto di vista?

Ecco, nelle cartoline ho raccontato ciò che più mi ha colpita, ciò che sono stata in grado di rielaborare al meglio. So di dover migliorare nel disegno e nella calligrafia, ma ho imparato anche che reggo bene il poco tempo e che riesco a passare da un argomento all’altro senza problemi.

Giuliana, lo storyteller è quindi anche colui o colei che trova la maniera di raccontare un evento in formati non scontati, predilige le contaminazioni, ha una buona capacità di sintesi e ama tutte le forme di trasmissione della conoscenza.

Siccome credo molto nella riduzione rispettosa della complessità, faccio mia una frase di Allevi: la semplicità è la complessità risolta, non la banalità.

Il commento più divertente del BTO l’ho ricevuto da Rocco che a un certo punto, mentre disegnavo, mi si è avvicinato e, indicando le cartoline, mi ha chiesto: “Anna, dove le hai prese queste?”. Non si è accorto di quanto piacere mi ha fatto 🙂

E adesso le emozioni:

  • ho toccato @robertamilano (addirittura l’ho abbracciata e baciata)
  • ho conosciuto @insopportabile (e la santamoglie) e ho visto da vicino l’effetto che fa alle fan
  • ho finalmente abbracciato @svoltarock (ero sicura che sarebbe stato come ritrovare un pezzetto di me)
  • sono finita nelle slide di @mafedebaggis e @gallizio con una mia mappa mentale
  • ho visto da vicino quanto trascina @sergiocagol (e sono rimasta contagiata dal sorriso di @lcrame)
  • ho finalmente capito che @paola_faravelli riesce a fotografarmi perché vede al di là
  • ho fatto per la prima volta parte di un Social Media Team raccontando un evento così interessante insieme a tante altre persone (che taggo virtualmente qui tutte!!!)
  • ho fatto tenerezza a @manuvic69 che ha twittato per me quando, disperta, mi sono accorta di aver perso gli occhiali (ma il giorno dopo li ho ritrovati!).