Quando la scrittura fa ridere (più o meno)

Allora, essere evangelista dello scrivere chiaro è una fatica. Davvero.

Il post di Alessandra sull’impossibilità di lavorare con la PA mi ha colpita: il senso di muro che si prova, molto spesso, in certi ambienti, ti fa venire la nausea. È come sentirsi una di quelle macchinette per bambini che sbattono e sbattono e sbattono contro la gamba di un tavolo o lo stipite della porta finché non esauriscono la batteria o la pazienza di qualcuno.

Alcune volte capita anche a me di sentirmi così. Per la scrittura (lo ripeto senza sosta) non esiste l’equazione che, se applicata, trasforma il testo come per magia. Ma ci sono quelle tre o quattro cose da fare che ne cambiano davvero la leggibilità e la comprensibilità. Smatassare e accorciare le frasi, volgere i verbi all’attivo, calmierare i tecnicismi e sburocratizzare fin che ce n’é. E leggere ad alta voce.

Qualche settimana fa, in un’aula di persone giovani, competenti e “vogliose” di mettersi in gioco ho letto ad alta voce alcuni stralci di una brochure che serviva a promuovere l’attività dell’organizzazione di cui fanno parte, a raccogliere adesione e iscritti. Al secondo paragrafo tutti ridevano. E in aula c’erano anche gli autori della brochure. Guardavano i colleghi come se li vedessero in quel momento per la prima volta. Ma come? Provoco l’ilarità generale (dei miei colleghi, poi!!) mentre spiego quanto è importante il lavoro che faccio?

Un paio di sabati fa ero in aula con un gruppo di comandanti di polizia municipale interessati a capire le logiche dei social network e a studiare nuove forme di comunicazione con i cittadini. Meraviglia! Visto che non volevo compromettere i nostri rapporti, ho proiettato e letto ad alta voce un testo presente sul sito dei vigili urbani di un comune che non era nessuno dei loro, anzi, era proprio di un’altra regione. Di nuovo, tante risate. E si parlava di multe, di possibilità di ridurne l’importo del 30% se il pagamento avviene entro 5 giorni. Proprio niente da ridere, anzi.

E, ancora prima, sessione formativa per l’Ordine dei commercialisti di una “grande città metropolitana del nord Italia”; qualche mese fa (prima dell’estate) platea di lungimiranti avvocati che si interrogavano su che cosa comporterà il processo telematico. Leggevo ad alta voce i loro testi e provocavo tutta l’ilare gamma, dai sorrisi a fior di labbra alle risate di cuore.

Ormai, messi davanti all’evidenza, diventiamo immediatamente consapevoli del fatto che certi modi di scrivere non hanno più senso (se mai l’hanno avuto). Se ridiamo è perché percepiamo che il concetto di antilingua di Calvino continua ad andarci a pennello.

Dalla consapevolezza, però, il passaggio alla pratica è sempre molto tortuoso. Quando chiedo di mettere le mani sui testi propri e altrui con il mandato di semplificare, la resistenza scatta nel giro di poche frazioni di secondo. Potrei fare un bignamino delle frasi che si ripetono, sempre uguali, pur nella diversità dei contesti in cui mi trovo.

Da noi non si può scrivere diversamente; i nostri responsabili ci rimandano indietro le cose non scritte come vogliono loro; io prima non scrivevo così, ma ho imparato quando sono venuto a lavorare qui; questi sono tecnicismi ineliminabili; sì, lo so che se uso questa parola le persone capiscono, ma devo essere autorevole, non posso sembrare uno qualunque; sì, c’è una parola più chiara per esprimere lo stesso concetto, ma se scrivo così non rischio che qualcuno pensi che non sono abbastanza competente? Chi l’ha detto che sono io a dovermi abbassare, sono gli altri che devono sforzarsi di arrivare al mio livello; se scrivo difficile non faccio anche un’opera di acculturazione delle persone che così capiscono che devono elevarsi?

Sembra che staccarsi da certi fossili linguistici e sintattici (come li chiama la mitica Bice Mortara Garavelli) sia peggio che praticare il parkour; che provare a rovesciare una frase in modo che il soggetto compaia subito e non dopo tre subordinate sia rivoluzionario; che eliminare detto, predetto, suddetto, anzidetto, summenzionato, suesposto, succitato, sopracitato, testé indicato, di cui sopra, di cui all’oggetto, in epigrafe, in narrativa sia una missione impossibile; che usare sfratto invece che provvedimento esecutivo di rilascio sia dichiarare guerra al senso comune.

Il primo problema è che il senso comune va da un’altra parte.

Noi tutti, da cittadini, pretendiamo di capire i testi alla prima lettura e non alla terza o grazie all’ausilio di Google translate. Noi cittadini che votiamo, paghiamo le tasse, prendiamo un treno, apriamo un conto, chiediamo informazioni, compiliamo moduli pretendiamo di fare una domanda e avere una risposta chiara.

Il secondo problema è che, piano piano, la maggior parte dei testi che si scrivono per lavoro si sta spostando sul web. Trasparenza, accesso agli atti, abbattimento dei tempi, funzionalità, processi che promuovono la paperless e tutto quello che volete voi.

Come la mettiamo? Dalla carta al web non vuol dire fare copia e incolla. I testi, per il web, vanno ripensati! E basta.

Certo, si può dare una mano di vernice lì e una raschiatina là (che comunque è meglio di niente), ma non basta. Bisogna ripartire dalla fase di progettazione e farsi subito tre domande: a chi voglio scrivere? perché voglio scrivere? cosa voglio scrivere? La risposta a queste tre domande è cruciale per disegnare una mappa dei contenuti da comunicare. Poi occorre studiare come sfruttare l’ipertesto e quindi alleggerire; come orientare la lettura con i titoli e quindi fare pacchetti di testo; come trovare per ogni tipo di informazione un giusto repository e quindi, tanto per fare un esempio spinoso, riunire i rimandi legislativi là dove non posso far male, ma possono essere trovati e consultati in ogni momento.

Nella maggior parte dei casi, il rimando alla norma serve a chi scrive per pararsi, non a chi legge per sapere dove andare a scovare il comma x della legge z che è stato risucchiato nel Testo Unico Tal dei Tali nell’articolo w. Non ci prendiamo in giro.

Noi cittadini, quando leggiamo certi testi, non ridiamo per niente.

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