Archive for: novembre, 2013

Il mondo che vorrei come stimolo a farmi scegliere

Ho amato questo post sul personal branding attraverso la scrittura fin dalla prima riga: grazie ad Alessandro che me l’ha segnalato e a Serenella che l’ha scritto.

Meditato sulle lettere di quanti si autocandidano a un posto, a una posizione, a uno stage contiene indicazioni utili a tutti quanti noi quando scriviamo e non ci accorgiamo che dalle parole che usiamo passa ciò che (davvero) siamo.

Allora, l’assunto da cui parte Serenella è che la lettera di motivazione che alleghiamo al nostro cv è un delicato strumento di self branding: attraverso come e cosa scriviamo, cioè, ispiriamo la mente del selezionatore.

Il verbo ispirare è mio – Serenella parla di “capacità di far nascere nella mente del selezionatore una ragione per sceglierci” – e lo uso perché credo fermamente che questa “capacità” corrisponda a un momento creativo. È l’istante in cui chi legge riempie lo spazio lasciato da chi scrive, lo popola di ciò che pensa e di ciò che preferisce: è il momento in cui insieme co-creano un mondo possibile. Al colloquio, poi, se avrà le gambe per andare avanti, quel mondo fatto di immagini, credenze, valori (e pregiudizi) diventerà concreto, altrimenti sparirà nel cassetto dei mondi improbabili.

Se scrivi male la tua lettera di motivazione, comunichi male e ti fai un pessimo servizio, dice a ragione Serenella, perché la capacità di scrivere continua a essere molto importante nel mondo del lavoro (e per fortuna!).

Io sono d’accordo e rincaro la dose: fai un pessimo servizio a te, ma dai una mano niente male a chi ti seleziona. Se scrivi male, sei sciatto, non dai valore aggiunto, invece del momento di co-creazone, alimenterai un momento di distacco in cui tu prenderai una strada e chi ti seleziona un’altra. Risparmio di tempo, soldi ed energia.

Serenella afferma con forza che, molto più spesso di quello che pensiamo, dalle lettere di motivazione che scriviamo emergono, in realtà, solo lamentele. Scegliamo di parlare di ciò che non vogliamo invece di dire ciò che davvero vogliamo.

Questo credo sia il cuore di tutto il discorso: invece di mettere tutta la legna sul fuoco che alimenta il mio mondo possibile, decido di soffiare sul fumo delle mie esperienze negative e di spedirlo diritto negli occhi di chi mi legge. Quando faccio così? Quando racconto di non essere stato capito, di non aver trovato un ambiente in cui poter lavorare, di non aver potuto esprimere il mio potenziale perché la scuola, il mondo del lavoro, gli altri non me l’hanno permesso… Sì, va bene, dov’è la soluzione?, chiede Serenella.

Se ci pensiamo bene, non succede solo nelle lettere di motivazione. Quante volte riceviamo e-mail, comunicazioni, telefonate, racconti che sono solo la somma di problemi? Noi leggiamo o ascoltiamo e “scorriamo” alla ricerca del punto in cui c’è il cambio di marcia, il momento in cui l’eroe sottomesso si ribella, prende la spada e la conficca tra gli occhi del drago. Quanto rimaniamo delusi di vedere che questo momento non arriva mail?

Verissimo: ci sono momenti un cui è difficile prendere la spada, dei momenti in cui la spada non la si vede nemmeno, in cui ci si sente messi lì in un angolo con gli occhi di tutti (o di nessuno) addosso. Però è anche vero che si tratta di momenti e che questi momenti si impara a farli durare il meno possibile, focalizzandosi sulle parole che contengono fiducia e alimentando la nostra piccola quotidiana dose di profezia che si autoadempie.

Se deve essere una lettera che motiva a scegliermi, che quello sia: raccontando (anche a me stessa) quello che voglio proprio tanto, pennellando a tinte nitide il mondo che mi piacerebbe costruire, sto già iniziando a viverci dentro.

Il livore sotto le parole

Ho letto il commento di Mafe al pezzo scritto da Paolo Attivissimo su Agenda digitale (Per favore, non chiamateli nativi digitali) e sono andata a leggere subito l’articolo in questione. Mi suonava livoroso, allora l’ho preso e l’ho messo sotto il mio personale microscopio: ho scoperto qua e là tante (troppe) generalizzazioni. Un po’ come quelle che non sopportiamo più: “non esistono più le mezze stagioni” e “sul bus i giovani non lasciano il posto alle vecchiette”. Tutte le mancanze in fatto di conoscenza informatica dei ragazzi di oggi sono le stesse che io ho da sempre, anche se sono nata (tanto) tempo prima di tutti quei giovani smanettoni e anche se sono sposata con un programmatore che invece apre e smonta tutto.

Poi ho fatto una prova: ho sparso un po’ di inchiostro (metaforico) sul testo e ho tamponato il tutto con la carta assorbente (sempre metaforica). Quando l’ho rigirata per vedere il risultato, ho scoperto che rimanevano incollate queste parole:

i cosiddetti “nativi digitali”; I genitori di questi nativi li contemplano spesso estasiati, ammirando la naturalezza con la quale maneggiano i dispositivi digitali, come se vedessero Mozart al clavicembalo; chi è cresciuto sbrodolando omogeneizzati sul touchscreen… e sicuri che basti dare ai loro virgulti un iCoso; Se solo sapessero; È un bell’esempio di come ragionano i “nativi digitali”; ghetto mentale; non hanno la più pallida idea di come funzionino realmente i dispositivi che usano; Si scambiano foto intime; si fidano delle promesse di privacy di Facebook; non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL (e non chiamatelo URL, se non volete che vi guardino basiti); sono accecati dalla lucentezza dello specchio scuro nel quale questi “nativi” si riflettono per una media di tre ore al giorno: lo schermo del telefonino e del tablet; Non stiamo semplicemente crescendo una generazione di falsi nativi digitali, che non hanno una reale competenza informatica; per loro Tor è un personaggio della Marvel; E in questo contesto affidare un tablet a un’adolescente non farà di lei un’informatica provetta, esattamente come rinchiuderla tante ore in garage non la trasformerà in un’automobile; Facebook per molti utenti è l’unico sito visitato, tanto da essere per molti sinonimo e sostituto integrale di Internet; Il parco pubblico è stato sostituito dal centro commerciale; La mia preoccupazione è che tutto questo non crea nativi digitali. Crea polli di batteria.

Ecco perché il testo mi suonava livoroso. Non aiuta a ragionare né a capire, colpevolizza e basta.

Quando la scrittura fa ridere (più o meno)

Allora, essere evangelista dello scrivere chiaro è una fatica. Davvero.

Il post di Alessandra sull’impossibilità di lavorare con la PA mi ha colpita: il senso di muro che si prova, molto spesso, in certi ambienti, ti fa venire la nausea. È come sentirsi una di quelle macchinette per bambini che sbattono e sbattono e sbattono contro la gamba di un tavolo o lo stipite della porta finché non esauriscono la batteria o la pazienza di qualcuno.

Alcune volte capita anche a me di sentirmi così. Per la scrittura (lo ripeto senza sosta) non esiste l’equazione che, se applicata, trasforma il testo come per magia. Ma ci sono quelle tre o quattro cose da fare che ne cambiano davvero la leggibilità e la comprensibilità. Smatassare e accorciare le frasi, volgere i verbi all’attivo, calmierare i tecnicismi e sburocratizzare fin che ce n’é. E leggere ad alta voce.

Qualche settimana fa, in un’aula di persone giovani, competenti e “vogliose” di mettersi in gioco ho letto ad alta voce alcuni stralci di una brochure che serviva a promuovere l’attività dell’organizzazione di cui fanno parte, a raccogliere adesione e iscritti. Al secondo paragrafo tutti ridevano. E in aula c’erano anche gli autori della brochure. Guardavano i colleghi come se li vedessero in quel momento per la prima volta. Ma come? Provoco l’ilarità generale (dei miei colleghi, poi!!) mentre spiego quanto è importante il lavoro che faccio?

Un paio di sabati fa ero in aula con un gruppo di comandanti di polizia municipale interessati a capire le logiche dei social network e a studiare nuove forme di comunicazione con i cittadini. Meraviglia! Visto che non volevo compromettere i nostri rapporti, ho proiettato e letto ad alta voce un testo presente sul sito dei vigili urbani di un comune che non era nessuno dei loro, anzi, era proprio di un’altra regione. Di nuovo, tante risate. E si parlava di multe, di possibilità di ridurne l’importo del 30% se il pagamento avviene entro 5 giorni. Proprio niente da ridere, anzi.

E, ancora prima, sessione formativa per l’Ordine dei commercialisti di una “grande città metropolitana del nord Italia”; qualche mese fa (prima dell’estate) platea di lungimiranti avvocati che si interrogavano su che cosa comporterà il processo telematico. Leggevo ad alta voce i loro testi e provocavo tutta l’ilare gamma, dai sorrisi a fior di labbra alle risate di cuore.

Ormai, messi davanti all’evidenza, diventiamo immediatamente consapevoli del fatto che certi modi di scrivere non hanno più senso (se mai l’hanno avuto). Se ridiamo è perché percepiamo che il concetto di antilingua di Calvino continua ad andarci a pennello.

Dalla consapevolezza, però, il passaggio alla pratica è sempre molto tortuoso. Quando chiedo di mettere le mani sui testi propri e altrui con il mandato di semplificare, la resistenza scatta nel giro di poche frazioni di secondo. Potrei fare un bignamino delle frasi che si ripetono, sempre uguali, pur nella diversità dei contesti in cui mi trovo.

Da noi non si può scrivere diversamente; i nostri responsabili ci rimandano indietro le cose non scritte come vogliono loro; io prima non scrivevo così, ma ho imparato quando sono venuto a lavorare qui; questi sono tecnicismi ineliminabili; sì, lo so che se uso questa parola le persone capiscono, ma devo essere autorevole, non posso sembrare uno qualunque; sì, c’è una parola più chiara per esprimere lo stesso concetto, ma se scrivo così non rischio che qualcuno pensi che non sono abbastanza competente? Chi l’ha detto che sono io a dovermi abbassare, sono gli altri che devono sforzarsi di arrivare al mio livello; se scrivo difficile non faccio anche un’opera di acculturazione delle persone che così capiscono che devono elevarsi?

Sembra che staccarsi da certi fossili linguistici e sintattici (come li chiama la mitica Bice Mortara Garavelli) sia peggio che praticare il parkour; che provare a rovesciare una frase in modo che il soggetto compaia subito e non dopo tre subordinate sia rivoluzionario; che eliminare detto, predetto, suddetto, anzidetto, summenzionato, suesposto, succitato, sopracitato, testé indicato, di cui sopra, di cui all’oggetto, in epigrafe, in narrativa sia una missione impossibile; che usare sfratto invece che provvedimento esecutivo di rilascio sia dichiarare guerra al senso comune.

Il primo problema è che il senso comune va da un’altra parte.

Noi tutti, da cittadini, pretendiamo di capire i testi alla prima lettura e non alla terza o grazie all’ausilio di Google translate. Noi cittadini che votiamo, paghiamo le tasse, prendiamo un treno, apriamo un conto, chiediamo informazioni, compiliamo moduli pretendiamo di fare una domanda e avere una risposta chiara.

Il secondo problema è che, piano piano, la maggior parte dei testi che si scrivono per lavoro si sta spostando sul web. Trasparenza, accesso agli atti, abbattimento dei tempi, funzionalità, processi che promuovono la paperless e tutto quello che volete voi.

Come la mettiamo? Dalla carta al web non vuol dire fare copia e incolla. I testi, per il web, vanno ripensati! E basta.

Certo, si può dare una mano di vernice lì e una raschiatina là (che comunque è meglio di niente), ma non basta. Bisogna ripartire dalla fase di progettazione e farsi subito tre domande: a chi voglio scrivere? perché voglio scrivere? cosa voglio scrivere? La risposta a queste tre domande è cruciale per disegnare una mappa dei contenuti da comunicare. Poi occorre studiare come sfruttare l’ipertesto e quindi alleggerire; come orientare la lettura con i titoli e quindi fare pacchetti di testo; come trovare per ogni tipo di informazione un giusto repository e quindi, tanto per fare un esempio spinoso, riunire i rimandi legislativi là dove non posso far male, ma possono essere trovati e consultati in ogni momento.

Nella maggior parte dei casi, il rimando alla norma serve a chi scrive per pararsi, non a chi legge per sapere dove andare a scovare il comma x della legge z che è stato risucchiato nel Testo Unico Tal dei Tali nell’articolo w. Non ci prendiamo in giro.

Noi cittadini, quando leggiamo certi testi, non ridiamo per niente.